Jeff Koons: il milionario bambino chiude il vecchio Whitney

Tutto l’universo di Jeff Koons in mostra al Whitney Museum di New York. Una retrospettiva che ben documenta il fruttuoso universo stoicamente pre-adolescenziale dell’artista/manager più famoso del mondo. Con la sua mostra, chiude la sede storica del Whitney, in attesa dell’inaugurazione del nuovo spazio disegnato da Renzo Piano.

Jeff Koons

Finì di contare i milioni, di giocare, l’artista/manager mai cresciuto oltre i tredici anni”. Dovrebbe essere questo l’epitaffio da dedicare al talento creativo e gestionale di Jeff Koons (York, 1955). Incipit funereo per una personale che sarà ricordata come l’ultima organizzata nella sede in Madison Avenue del Whitney Museum, e che vuole sottolineare l’approccio vitale e scanzonato al gesto creativo sempre valorizzato dalle capacità di calcolo di Koons.
Sono passati già più di cento anni dai primi necrologi sull’arte recitati in varie maniere dal serbatoio culturale euro-americano. Se correva l’anno 1909 quando il Giornale dell’Emilia pubblicava in anteprima il Manifesto del Futurismo comprendente un esaltante invito a distruggere tutti i musei, le biblioteche e le accademie in quanto cimiteri di sforzi vani, calvari di sogni crocifissi, registri di slanci troncati, era il 1913 quando per la prima volta aprì le proprie porte l’Armory Show, portando con sé l’invito a un New Spirit, a un ripudio dell’arte del passato. Appena pochi anni dopo, e con una guerra mondiale in corso, si arrivò con Dada alla teorizzazione dell’anti-arte (1916) e al pitale di Duchamp (1917). Un secolo più tardi e un Andy Warhol in mezzo, l’anti-arte, nata da apoteosi concettuali, vive oggi un animato presente reso florido da diversi e non ancora conclusi exploit finanziari. Se gli albori di questa anti-corrente ebbero come musa la negazione di secolari logiche e convenzioni fino al diniego e disprezzo rispettivamente dei propri concetti e opere; cento anni dopo, l’anti arte è realizzata principalmente per una ragione: essere venduta a carissimo prezzo.

Jeff Koons
Jeff Koons

Così il Whitney, per congedarsi dalla propria sede nell’Upper East Side e trasferirsi nell’infelice building di Renzo Piano nel Meatpacking District, ha deciso di celebrare la grandeur del conto in banca dell’artista americano più conosciuto al mondo; di avvalorare anche per il settore dell’arte il caposaldo newyorkese: sai fare soldi quindi sei bravo, piuttosto che, sei bravo, perciò meriti di fare soldi. Non perché precursore di un movimento artistico e nemmeno padre di una novella corrente concettuale o di uno stile, Jeff Koons si è meritato l’intero Whitney ad appena cinquantanove primavere in quanto caposcuola della nozione di artista/manager, dell’uomo che lavora ogni giorno per trasformare in brand il proprio nome e cognome.
La retrospettiva riconosce a Koons una continuità nel proprio percorso di vita consacrata alle fantasie di un ragazzino. In ordine sparso, Popeye, Michael Jackson, bronzei omaggi a canotti, palloni da basket: tutti soggetti solidamente residenti nella cultura popolare americana che Koons ha saputo iconizzare attraverso lavori tecnicamente impeccabili. Anche la figurazione del corpo femminile, presentata con una serie di opere dedicate alla prima moglie ed ex-porno star Cicciolina, ricordano il voyuerismo di un pre-adolescente alla scoperta del mondo pornografico, ed è volta quindi all’oggettivazione e al possesso del corpo desiderato.La sala dedicata alla serie Gazing Ball ci ricorda il peculiare approccio di Koons nei confronti del passato rispetto ai pionieri dell’anti-arte. Le opere di ieri non meritano di essere negate, ma anzi vanno assimilate, ovvero trasformate in prodotto, quindi vendute al prezzo più alto possibile.

Jeff Koons al Whitney
Jeff Koons al Whitney

Una così ricca personale di Koons, oltre a un’istrionica non-maturità nei contenuti, fa sentire ancora più assordante il suo non-sguardo verso qualsiasi fatto sociale e politico, e riesce addirittura a intavolare una narrativa dell’assente che dimostra una sfacciata mancanza di originalità presentata come cruciale segno di distinzione. E chissà che l’artista non riesca in futuro a guadagnare qualche milioncino anche vendendo all’asta le numerose querele per plagio accumulate durante la propria carriera.
Alla curatela della mostra il merito dell’esemplare organizzazione degli spazi. Fa storcere il naso solo la decisione di porre delle barriere visuali a protezione delle due sculture nello spazio aperto antistante del caffè-ristorante del museo: una pesante protezione anti vandalica messa a difendere un paio di opere del forse più vandalico degli artisti viventi. Dispiace anche la copertina del catalogo, di una bruttura davvero risparmiabile oltre che deducibile fiero avanguardistico esempio dell’ultra-kitsch, cioè del repellente.

Alessandro Berni

New York // fino al 19 ottobre 2014
Jeff Koons.
A Retrospective
WHITNEY MUSEUM OF AMERICAN ART
945 Madison Avenue at 75th Street
NY 10021
(212) 570-3600
[email protected]
www.whitney.org

 

  • Artista perfetto per chiude gli anni 00 della cultura artistica americana …

  • pinoBarillà

    L’opera di Jeff koons è chiusa in un tempo che non
    ci appartiene.
    ( E’ s. mercato).

    Il transito della nuova creatività…. Da un’epoca all’altra è
    bloccato!!!

    I
    luoghi di esposizione anch’essi appartengono al passato.

    Anche il
    modo di osservare l’opera d’arte è superato.

    • Forse è un esempio molto evidente della nostra modernità, quella che passa tutta sulla superficie, per cui il suo lavoro è perfetto, anche se non si può dargli torto che ha saputo dai primi lavori ad oggi saper mantenere una coerenza nella “leggerezza” sempre più attuale

  • Silvia Agliotti

    Sperequazione e ipervalutazione delle opere di Koons, come di molti altri artisti contemporanei…quella ” polverina d’oro” che Robert Hughes ha così ben delineato come assurda e incomprensibile…

    • forse sono i tempi che sono così “polverosi ..”

  • abetone

    è il numero uno nella sua categoria (appropriation art e anti-art)

    se gli altri delle altre categorie sono più deboli di lui, senz’altro non è colpa dell’ ‘artista bambino’ come è stato giustamente chiamato nell’articolo.

  • La chiusura del Whitney Museum fa ben da metafora al tramonto di un’epoca che partiva con la Pop Art da George Segal , Roy Liechtenstein, Andy Warhol e altri ancora per arrivare lungo circa lo stesso filone fino a Jeff Koons che ha portato alle estreme conseguenze l’impersonalità dell’oggetto artistico. Più che bambino oserei dire l’uomo qualunque che ben riflette l’epoca e la società (americana) di fine secolo.

  • angelov

    Alcuni di questi lavori, a cui è attribuito lo status di Sculture, fanno tesoro di conquiste e scoperte fatte da altri artisti astratti e minimalisti, e le restituiscono sintetizzate in scelte all’apparenza facili: tra tutte, la dimensione ed il volume di alcuni dei pezzi monumentali, in grado di convogliare un senso di pienezza e di saturazione esemplare; per il resto vi è la sensazione di un paesaggio abitato da una galassia di incredibile ciarpame che rimanga impressa indelebilmente nella memoria dell’esterrefatto e sbalordito spettatore.

  • Pingback: di quale struttura organizzativa un’accademia consacrata all’arte dovrebbe dotarsi per implementare i tumultuosi quanto continui cambiamenti dei sistemi di comunicazione; per sapersi difendere, ma anche dirigere dall’invasione tecnologica che l’es()

  • Pingback: Jeff Koons: il milionario bambino chiude il vecchio Whitney | alessandroberni()

  • La mia opinione è che Jeff Koons non sia affatto così superficiale come – superficialmente – viene giudicato spesso e in quest’articolo. Tutt’altro. Chiaramente lavora sul concetto di spettacolo e sulle dinamiche del mondo contemporaneo, che sono quelle che sono, e crea dei nuovi simboli iconici ed elementari che lo rappresentano alla perfezione. Jeff Koons è uno degli artisti più famosi al mondo perchè ha fatto anche di se stesso un’icona, capendo perfettamente le dinamiche dello star system culturale e senza difettare di una massiccia auto-ironia (come nel Self-Portrait in marmo, 1991, che in questo momento è al Whitney). E ha fatto un’icona della spettacolarizzazione, dell’infantilità generale, del consumismo, dell’esaltazione erotica, senza però mancare di criticarla sottilmente allo stesso tempo. Ha svelato quanto è kitsch quello che idolatriamo e prendiamo sul serio ponendocelo in modo così esagerato da creare addirittura repulsione in chi ha una preparazione estetica.
    Penso inoltre al lavoro che ha fatto smascherando le dinamiche pubblicitarie nella mostra “Luxury and Degradation”, e dello spettacolo nella mostra “Banality” (dove tra l’altro si presentava la sua famosa scultura di Michael Jackson). Sicuramente Jeff Koons non è un’artista politico nel vero senso della parola, ma non cade molto lontano perchè esprime e in maniera consapevole la grande decadenza di senso estetico dei nostri tempi. Ci vuole chiaramente una mente preparata per vedere col giusto senso critico questo lavoro e andare oltre a quella che pare pura megalomania. Consiglio agli addetti al settore che si sono fermati a guardare i coniglietti senza porsi ulteriori domande, di leggere almeno, con l’occasione di questa mostra, i testi del curatore della retrospettiva, Scott Rothkopf, e l’intervento in catalogo di Michelle Kuo, editor di Artforum.

  • Roberto Scala

    Milioni di dollari ma io cosa farei con un dollaro cercherei di farne due poi tre fino ad arrivare ad un milione che bello come si fa? Parola di Scala