Intervista a Diana Baldon. Nuova direttrice italiana alla Malmö Konsthall

La lista si allunga, fatalmente. Parliamo dei curatori e delle curatrici italiani che lavorano all’estero. Molto “out” e quasi niente “in”: è questo che crea il deficit nel nostro Paese. Anche se la storia di Diana Baldon, ora in Svezia, è segnata dall’“abbandono” dell’Italia sin dall’inizio della sua carriera. L’abbiamo intervistata a proposito di questo nuovo incarico a Malmö.

Diana Baldon (courtesy Malmö Konsthall e Johan Bävman)
Diana Baldon (courtesy Malmö Konsthall e Johan Bävman)

Le cronache in giro per il web parlano dei tuoi studi tutti all’estero. Ma una parte, magari giovanile, della tua formazione l’hai pur fatta in Italia?
Sì, certo,e ne sono molto orgogliosa. Come altri curatori e colleghi della mia generazione, ho studiato al Dams di Bologna (Arti Visive) e nel 1998 mi sono laureata con una tesi in museologia sul Musée d’art moderne et contemporain di Ginevra, dove ho poi lavorato per due anni.

Come il tuo essere italiana ti ha facilitato e come ti ha reso invece la vita più difficile in questi tuoi anni di carriera?
Difficile da dire. Avendo sempre lavorato all’estero e parlando quattro lingue non sono mai stata percepita come particolarmente italiana, semmai mediterranea. Il cognome veneto e la mancanza di accento hanno sempre confuso tutti sulla mia provenienza.

Come mai hai optato, in anni in cui appariva meno necessario di oggi, per andare a studiare all’estero?
Spinta da una insaziabile curiosità, fin da piccola ho avuto l’ambizione di imparare molte lingue e conoscere altre culture. Poi i vari incontri e le questioni personali hanno fatto il resto. Mi sono trasferita da Ginevra a Berlino nel 1999, quando gli italiani in città si contavano sul palmo di una mano. Peraltro, come me, parlavano tedesco. Poi ho frequentato un master in curatela al Goldsmiths College di Londra, dove sono rimasta per sette anni.

Gli sticker di Grunilla Klingberg sulla facciata della Malmö Konsthall, 2014 Photo: Helene Toresdotter
Gli sticker di Grunilla Klingberg sulla facciata della Malmö Konsthall, 2014 Photo: Helene Toresdotter

Cosa vedi se ripercorri la tua carriera fino ad oggi? Quali i momenti di grande gioia, quali i momenti più difficili, quali i momenti più formativi?
Oltre al fatto di non aver mai paura di rischiare, tutte le mie esperienze sono state molto esplorative e conoscitive, e credo abbiano esercitato molta influenza sulle mie idee e sui miei approcci curatoriali, che definirei un po’ sperimentali o comunque inconsueti. Ovviamente questi periodi hanno comportato anche molti sacrifici e soddisfazioni che è purtroppo difficile riassumere in poche righe.

Sintetizzaci quello che intendi fare nel tuo nuovo incarico in Svezia. A proposito, ma un incarico di due anni non è un po’ troppo poco per progettare e realizzare qualcosa in maniera seria?
Il contratto è rinnovabile, naturalmente. È di soli due anni perché il Consiglio di Amministrazione, che gestisce tutte le istituzioni culturali di Malmö, tra le quali anche la Konsthall, è composto da politici. A settembre si terranno le elezioni nazionali e quindi il Consiglio dovrà rinnovarsi.
Il mio programma spero riuscirà a marcare grosse differenze da quello dei miei predecessori, in particolare da Jacob Fabricius, che secondo me è uno dei migliori curatori in Europa in questo momento. Il mio primo progetto inaugurerà a novembre e coinvolgerà un  gruppo di artisti visivi, scrittori, drammaturghi, filosofi svedesi e internazionali, i quali dovranno stabilire un dialogo, e spero sollevare anche contraddizioni, con una imponente installazione di Christoph Schlingensief intitolata Animatograph. È la quarta volta che quest’opera viene presentata dal suo concepimento nel 2005, in quanto molto complessa daesporre. Ho avuto l’onore di lavorare con Schlingensief due anni prima della sua morte, in coincidenza della secondaBiennale di Atene, di cui ero uno dei curatori.
Schlingensief era, e rimane tuttora, uno dei pochi artisti contemporanei che sia veramente riuscito a conciliare in una pratica intellettualmente poliedrica tutti i parametri definiti dalle avanguardie storiche intorno al modello dell’artista politico. Alla maniera di Bertolt Brecht e Joseph Beuys, ma anche della Scuola di Francoforte. I suoi progetti sono riusciti a rispecchiare tutte le incoerenze delle società occidentali. La Svezia è una nazione molto orgogliosa di rappresentare il modello di una delle democrazie più avanzate nel mondo ma, vivendo qui, mi sono resa conto che è una nazione piuttosto classistae con molte falle e tabù nella sua ossessione per regolamenti e processi consensuali politicamente corretti.

Gli sticker di Grunilla Klingberg sulla facciata della Malmö Konsthall, 2014 Photo: Helene Toresdotter
Gli sticker di Grunilla Klingberg sulla facciata della Malmö Konsthall, 2014 Photo: Helene Toresdotter

Hai girato il mondo. Dove si lavora meglio nel settore dell’arte contemporanea e perché?
Ogni Paese ha i propri pro e contro. Se potessi immaginare il mondo ideale per un curatore,direi che ci vorrebbero i finanziamenti statali della Scandinavia, la lungimiranza dei collezionisti e delle fondazioni private italiane, la professionalità dell’Inghilterra e la qualità,l’impegno politico e teorico dell’Austria.

Qual è, all’estero, la reputazione dell’Italia e del suo sistema museale, artistico, creativo, delle istituzioni culturali? Quali sono i commenti positivi e quelli negativi che ti capita più spesso di ascoltare?
Io ho sempre operato a livello internazionale con committenti e colleghi che non hanno avuto a che fare molto con l’Italia, ma in generale sono molto fiera di provenire da un Paese che, nonostante tutto, capisce profondamente il valore dell’arte contemporanea, come si vede dal numero di ottime scuole, istituzioni pubbliche e fondazioni private, gallerie, fiere. Per non parlare della Biennale di Venezia che, tutto sommato, sebbene sia sempre messa in discussione come modello, rimane comunque la biennale più seguita a livello internazionale. Essendo una donna che di mestiere fa la curatrice, sicuramente un punto molto debole e lacunoso del nostro panorama è la norma congenita di curatori maschi alla guida di biennali e istituzioni in Italia.

Massimiliano Tonelli

www.konsthall.malmo.se