In conversation with Maria Teresa Annarumma. Di ritorno da New York

Nell’ultimo anno ha vissuto a New York per partecipare all’Independent Study Program, un bando indetto dal Whitney Museum che ogni anno seleziona quattro curatori internazionali, dandogli la possibilità di vivere nella Grande Mela e organizzare una mostra da The Kitchen, famoso exhibition space sperimentale nel cuore di Chelsea. Parliamo di Maria Teresa Annarumma, napoletana d.o.c. che, al termine della sua esperienza americana, ci racconta qualcosa di lei e della sua avventura.

Maria Teresa Annarumma

Cosa ti ha portato, da avvocato, ad avvicinarti professionalmente al mondo dell’arte, e in particolare alla curatela?
Ho studiato giurisprudenza perché credevo che la giustizia fosse uno degli strumenti di democrazia con cui realizzare l’uguaglianza sociale attraverso un processo di mediazione e di dialogo, basato sulla condivisione di interessi comuni. Tuttavia, con l’esperienza, il gap fra la formulazione teorica e l’applicazione pratica del diritto era diventato insostenibile. Questa disillusione mi ha fatto guardare alle grandi potenzialità che l’arte ha di unire teoria e pratica, e a vedere l’arte contemporanea come spazio dove, se si vuole essere coraggiosi, si può lavorare seguendo e interrogando i propri valori.

Qual è stato il momento della svolta?
L’arte contemporanea ha sempre fatto parte della mia vita per passione e per studio, ma il punto di svolta è stato aver avuto l’opportunità collaborare con Craigie Horsfield al Napoli Conversation Project. Lavorando in un così ampio “social project” ho avuto la possibilità di esplorare una pratica in cui le persone, tramite le loro storie, diventano protagoniste e non spettatrici, dando nuovi significati a eventi personali e rendendoli sociali.
Ho avuto modo di riflettere su temi come la natura e il controllo dello spazio pubblico, sull’essenzialità e l’esperienza delle relazioni sociali e sull’idea e la realizzazione del “comune”. Credo, in senso ampio, che la curatela sia la ricerca di forme di mediazione e spazio comune tra “spettatore”, artista, società e istituzione.

La sede del Whitney Museum, di Marcel Breuer
La sede del Whitney Museum, di Marcel Breuer

New York è una città dalla forte energia, come d’altronde Napoli: raccontaci della tua esperienza con la città durante quest’anno e all’interno del programma.
Sono entrambe città ricche di energia ma, a differenza di Napoli, New York è un nodo culturale ed economico per la nazione. Si ha la sensazione che quello che vi accade abbia un respiro che va oltre i suoi confini. Tuttavia è anche una città ricca di contraddizioni e complessa, con un’offerta culturale ampissima ma non aperta a tutti, sia per costi sia per sperequazione sociale.
Il Whitney Program è una grande opportunità di crescita: si studia e ci si confronta con artisti, critici e storici di fama mondiale, in un clima di generosa apertura. È stato un anno intenso di lavoro, e siamo stati molto supportati nelle nostre ricerche; i curatori, oltre a seguire i seminari, organizzano una mostra di chiusura anno e scrivono un saggio ciascuno pubblicato in catalogo.

Cosa vi ha portato a concentrarvi sulla Public Art?
La mostra aveva come oggetto lo spazio pubblico oggi e il suo significato sociale, economico e politico. Abbiamo ritenuto che fosse importante discuterne, in una società come quella americana in cui quasi tutto è inteso come privato e nasce come proprietà. Abbiamo scelto di guardare alle potenzialità degli spazi pubblici come luoghi in cui il singolo si relaziona con la dimensione sociale e collettiva, confrontandoci con i dibattiti filosofici e politici più attuali.

Come si colloca secondo te il concetto di Public Art all’interno di un ambiente come New York?
Preferisco non fare distinzioni fra arte pubblica e non. La distinzione tra la sfera pubblica e quella privata è fuggevole, non è e non è mai stata unica, perché soggetta a interpretazioni. Se spesso questa distinzione delimita territori in conflitto fra loro, nella realtà si tratta di una distinzione relativamente recente, dove i confini fra l’una e l’altra sono flessibili e dove la sfera privata ha sempre molto in comune con quella pubblica e viceversa.

Whitney Museum, il rendering della nuova sede
Whitney Museum, il rendering della nuova sede

Quali criteri hai utilizzato per selezionare gli artisti che hai proposto?
Il titolo del saggio che ho pubblicato nel catalogo della mostra è Public Space and Common, quindi le mie proposte sono state guidate dal desiderio di mostrare le potenzialità dello spazio pubblico come spazio relazionale e quindi essenziale per la società e per il singolo. A ciò ho aggiunto un’attenzione per pratiche artistiche che hanno come elemento fondante il confronto e il dialogo con le persone.

Sei soddisfatta del risultato e di questa esperienza?
È stata un’esperienza al di sopra delle mie aspettative: sia per la disponibilità dimostrata dai “seminar leader”,  che sono stati sempre aperti anche alle più feroci critiche in un confronto alla pari, sia per il clima che si è creato fra tutti i partecipanti. Il livello del dibattito è sempre stato molto interessante e incrociarsi quotidianamente con il lavoro di critici e artisti internazionali è stato assolutamente stimolante.

Qual è il ricordo migliore e il ricordo peggiore che porterai in Italia con te?
La grande esperienza avuta lavorando insieme a Bianco-Valente, Yorgos Sapountzis e Ayreen Anastas/Rene Gabri. Sono artisti molto diversi tra loro, ma accumunati dalla stessa imprescindibile necessità di confrontarsi e dialogare con le persone e quindi con la storia.
Un brutto ricordo credo sia stato la ricerca dell’abitazione: New York è una città molto cara e soggetta a un continuo processo di gentrificazione, con un aumento dei prezzi a macchia d’olio e lungo tutti i quartieri della città. Si tratta di un grave problema, probabilmente tra i primi motivi di sperequazione sociale.

Bianco-Valente, Common Spaces, New York
Bianco-Valente, Common Spaces, New York

Cinque luoghi di New York che hanno segnato questa tua esperienza.
Mi ripeterò, ma devo citare in primis l’ISP del Whitney Museum. La Frick collection, dove passare ore a respirare la passione pura e sofisticata di una famiglia di collezionisti. Film Forum, per la possibilità che ho avuto di vedere bellissime retrospettive cinematografiche. Il Lower East Side: di giorno per le gallerie e di sera per la vita notturna. I ponti che, in questa città, ti fanno respirare e vedere il mondo da una diversa prospettiva.

Quali sono le maggiori differenze nel modo di approcciarsi all’arte contemporanea e alla curatela tra l’America e l’Italia, e che opinione ti sei fatta del ruolo ricoperto dai curatori in questa città rispetto a quello italiano?
Ci sono molto differenze ma, volendo sceglierne una, direi che riguardo allo scenario dei giovani artisti negli Stati Uniti c’è un atteggiamento molto attento verso gli artisti americani o residenti in America, anche perché ci sono numerose istituzioni  private che ne sostengono il lavoro.
Non mi sento invece di parlare di ruolo dei curatori variabile a seconda delle posizioni geografiche. Mi sembrerebbe quasi un ossimoro, e quindi troppo audace per me.

Cinque caratteristiche che un curatore deve assolutamente avere secondo te.
Deve amare gli artisti. Essere curioso. Essere coraggioso. Leggere più quotidiani che riviste d’arte. Indossare scarpe comode.

Ludovica Capobianco

http://whitney.org/Research/ISP