Gaetano Pesce, l’ottimismo della diversità. Intervista col designer

È con una mostra da novanta, corposa antologica e al tempo stesso curioso esperimento allestitivo, che il Maxxi inaugura ufficialmente la sua stagione estiva. Protagonista, uno dei pochi designer che in Italia chiamiamo maestro: Gaetano Pesce.

"Up" di Gaetano Pesce al Maxxi - foto Cecilia Fiorenza

Tributo, esperimento di rilettura, spazio per nuove opere site specific: ecco le dimensioni dell’accoglienza che il Maxxi di Roma riserva a Gaetano Pesce (La Spezia, 1939) con Il tempo della diversità, la grande monografica dedicata all’opera dell’immaginifico designer veneziano d’adozione, paladino di una libertà di ricerca interdisciplinare e al tempo stesso testimone indefesso di un segno compiutamente personale, mai appiattito in oltre quarant’anni di attività sulle correnti del momento.
È una macroinstallazione nel cortile del museo, ricostruzione fuori scala della celebre poltrona-icona UP edita nel 1969 da C&B, a inaugurare il percorso espositivo. Un simbolo ineludibile, quello di una condizione femminile ridotta ancora oggi in catene, ma anche un significante in grado di illustrare tutti i temi cari alla poetica del maestro: l’importanza della diversità quale fondamentale politica del progetto, la fuga dall’astratto a favore di un realismo che comunica con immediatezza ed energia, la tattilità dei materiali come invito all’uso fuori dalle righe e fuori dal primato della vista.
All’interno del museo, invece, l’esposizione si fa sistematica, scandendo l’opera pesciana attraverso una successione di capitoli – Non standard, Persona, Luogo, Difetto, Paesaggio, Corpo, Politica – proposte dai curatori Gianni Mercurio e Domitilla Dardi come un percorso di scoperta denso di riferimenti. A cui si aggiunge però una via d’uscita, che arriva dallo stesso Pesce sotto forma di provocazione: l’invito a spostare i quaranta pannelli mobili attraverso i quali è stato concepito l’allestimento, assecondando con la spontaneità di un gesto muscolare ogni possibile tentativo di rilettura.

Gaetano Pesce in mostra al Maxxi - foto Cecilia Fiorenza
Gaetano Pesce in mostra al Maxxi – foto Cecilia Fiorenza

Una ricomposizione sintagmatica, dunque, che si trasforma nella possibilità di mettere in risalto la coesione del corpus progettuale di Pesce, al di là di qualsiasi etichetta. Come non afferire alla curiosa categoria del Difetto le forme bislacche che puntellano la sezione Persona? Come non leggere – uno tra gli altri – il progetto per la biblioteca pubblica di Teheran come un attestato politico oltre che come possibile espressione di un genius loci? Ecco, forse, il risultato più compiuto della mostra: rendere elastica la nostra visione, proprio come suggerisce il progetto Manifesto per la Casa Elastica con cui si apre l’esposizione. Simbolo, anche questo, di un’energia fattiva e impulsiva, di un ottimismo che, parola dello stesso Pesce, nasce dalla consapevolezza di vivere tempi migliori rispetto a quelli che ci hanno preceduto.
Sono però le parole dello stesso Pesce, nell’intervista che il maestro ha dedicato ad Artribune, a orientarci nel percorso di lettura della mostra.

Come ci guida il titolo, Il tempo della diversità, alla scoperta della mostra?
Intanto il titolo è un invito a riflettere sul fatto che la diversità è un elemento di grande positività, contrapposto all’uguaglianza, che è un modo per appiattire le differenze. Direi che, quando siamo al cimitero, siamo tutti uguali; quando siamo vivi, siamo diversi. Vale la pena riflettere su questo, perché ci sono stati movimenti che hanno cercato di dirci che siamo tutti uguali, e hanno seminato la noia nel mondo, se non il dramma e il crimine. Questa mostra vuole far riflettere sul fatto che non ci sono barriere nell’espressione, e che i creatori – perché la creatività ce l’hanno tutti – dovrebbero esprimersi secondo i momenti, i problemi, gli stimoli correnti.

Gaetano Pesce in mostra al Maxxi - foto Cecilia Fiorenza
Gaetano Pesce in mostra al Maxxi – foto Cecilia Fiorenza

La parola ‘tempo’ ricorreva anche nel titolo di una mostra del 2005 tenutasi in Triennale,  Il rumore del tempo.
Il tempo è sempre stato nelle mie mostre. A Parigi ho fatto una mostra che si chiamava Le future est peut-être passé?, per dire che la velocità delle idee è così fatalmente forte che, come si fa qualcosa, si è già nel passato. Il nostro tempo ha delle espressioni, bisogna capirlo per vivere secondo quello che il tempo ci suggerisce.

Quindi è un tempo collettivo oltre che individuale?
Certamente.

La riedizione di UP troneggia nel cortile nel Maxxi. Le interessa ancora esprimere una dimensione politica nella sua opera?
Come è giusto, ci preoccupiamo spesso della sorte di certe minoranze. Però c’è anche un’altra cosa: metà della popolazione del mondo è femminile. Non è una minoranza, è metà della popolazione del mondo, e soffre in certi casi a causa delle paure dell’uomo.
Io mi sono rifiutato di venire in un albergo a Roma che frequentavo da quindici anni perché il padrone di quell’albergo è diventato lo sceicco del Bahrein, il quale ha deciso che le adultere debbono essere lapidate, e così anche gli omosessuali. Bisogna prendere coscienza che la contemporaneità ha delle leggi che ci obbligano a essere aperti verso quello che è il futuro, che va veicolato attraverso i discorsi, attraverso la creatività, attraverso il comportamento. Il mondo del futuro è femminile.

Gaetano Pesce in mostra al Maxxi - foto Cecilia Fiorenza
Gaetano Pesce in mostra al Maxxi – foto Cecilia Fiorenza

Lei era tra i protagonisti della celebre mostra Italy, the new domestic landscape. Ha ancora senso per lei parlare di design nazionale?
Secondo me sì: l’Italia resta il Paese del design per diverse ragioni. Il design non è fatto solo dai designer, ma è fatto dagli industriali, dai rappresentanti che portano in giro i prodotti, da chi li compra ecc. Molti giovani designer vengono in Italia perché nei loro Paesi non trovano il modo di realizzare le loro creazioni perché i loro industriali sono gretti.
Per me, il ruolo futuro del design sarà quello di valorizzare l’identità dei luoghi, e mi piacerebbe che parlasse non solo dell’autore, ma anche del luogo dove il prodotto viene concepito, della cultura da cui viene, dell’industria che lo produce. Ecco, queste cose qua sono quelle che possono arricchire il mondo del design.

Come designer italiano tra i più cosmopoliti, quale paradigma racconta meglio l’Italia di oggi vista dall’estero, l’Italia come Fundamentals della Biennale di Koolhaas o la Grande Bellezza di Sorrentino?
Né l’uno né l’altro esempio rappresentano l’Italia. L’Italia è molto più ricca della Biennale di questo architetto postmoderno, o dell’altro che ha fatto questo bellissimo film. L’Italia è molto più complessa, è un Paese che ha innato il senso della creatività e questa creatività va molto più al di là degli esempi che ha portato lei. Oggi attraversiamo un momento in cui molti italiani sono diventati pessimisti, sta di fatto che in realtà ci sono i segni per un cambio di registro. Se oggi siamo down, domani saremo up. Sa cosa dice Arlecchino? Che è contento quando piove perché domani ci sarà il sole.

Giulia Zappa

Roma // fino al 5 ottobre 2014
Gaetano Pesce – Il tempo della diversità
a cura di Gianni Mercurio e Domitilla Dardi
MAXXI
Via Guido Reni 4a
06 39967350
[email protected]
www.fondazionemaxxi.it

 

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Giulia Zappa
Laureata in comunicazione all’Università di Bologna con una tesi in semiotica su Droog Design, si specializza in multimedia content design e design management a Firenze e New York. Da oltre dieci anni lavora come design&communication strategist, occupandosi di progetti a cavallo tra comunicazione e prodotto. Ha insegnato Comunicazione Multimediale all’Accademia di Belle Arti di Roma. È consulente per programmi internazionali di design per lo sviluppo. Giornalista pubblicista, per Artribune è responsabile editoriale delle pagine dedicate al design.
  • Mi domando perché danneggiare o distruggere un opera?
    Che significato dare a vandali teppisti o adolescenti ?