Alice Ronchi. Due dita in copertina

Nasce nel 1989, cresce in Brianza e si forma in Italia, prima di trasferirsi in Olanda per lavorare a un progetto sul tema dell’acquario e per frequentare un master al Sandberg Instituut di Amsterdam. Un luogo dove sperimenta numerose tecniche e materiali. Ha sempre avuto una fascinazione per il paesaggio, che mette in discussione e reinterpreta. Un paesaggio inteso come elemento compositivo perché, afferma, “ogni cosa può essere un paesaggio, anche come organizzo gli oggetti all’interno di una casa”.

L'opera di Alice Ronchi per la cover di Artribune

Che libri hai letto di recente e che musica ascolti?
o sempre tra le mani Favole al telefono di Gianni Rodari. Non saprei definire che musica ascolto, perché la mia ricerca saltella da un genere all’altro, quello che prediligo sono le canzoni. Don’t Let Me Be Misunderstood, cantata da Nina Simone. La canzone inizia con “Baby, do you understand me now”: trovo che quel ‘now’ sia uno dei più bei momenti musicali ascoltati. Che cosa è successo prima?

I luoghi che ti affascinano.
Tutti i luoghi con le piscine. Sono affascinata dalle piscine.

Le pellicole più amate.
Tutte quelle di Jacques Tati. È come sfogliare un libro.

Artisti guida.
Bruno Munari

Il tuo punto di partenza è il paesaggio che metti in discussione, reinterpreti. Non importa se urbano o naturale, è un paesaggio che funge da elemento compositivo.
La mia ricerca è iniziata con il racconto di singoli elementi della natura, a seguire la riflessione su un’idea di ambiente pensando a come i lavori possano modificare lo spazio che li ospita. Successivamente la composizione: strumento di organizzazione dello spazio e rivolto alla ricerca di un’armonia. Qui è subentrato il paesaggio.

L'opera di Alice Ronchi per la cover di Artribune
L’opera di Alice Ronchi per la cover di Artribune

Quanto la tradizione pittorica dell’Astrattismo ha influenzato la tua ricerca e quanto significative sono state le opere di Alexander Calder o di Fausto Melotti nella tua formazione?
La capacità di sintesi e la pratica di disporre colori nello spazio sono elementi che mi hanno sempre attratto. Ma l’aspetto che più mi affascina dei dipinti astratti, oltre al gusto formale che per me rappresenta un puro linguaggio espressivo, è tutto quello che non si vede. Seppur bellissimi, quei dipinti non sono mai così vanitosi da raccontarti tutto. Non li capirai mai, e grazie a quest’espediente non ti viene mai negato lo spazio per immaginare parchi giochi, piante, stelle, case, città… Sono dipinti generosi. Puoi rotearci dentro quanto vuoi, non ci sarà mai nulla nello spazio del quadro che ti fermerà dicendoti: “Stai sbagliando, questa è una casa e non un pesce!”. Melotti è tutto ciò che significa comprendere la natura di un materiale e amarlo. Ho capito per la prima volta Calder quando ho letto le parole di Bruno Munari: “Si potrebbe dire che Calder è il primo scultore degli alberi”.

Affermi di ritrovare la natura ovunque, anche in oggetti artificiali inanimati o di uso quotidiano. Come in alcuni ombrelli che, messi sottosopra, assumono le sembianze di funghi giganti…
È così, anche se il mio interesse non è rivolto a riprodurre la natura, ma alla trasformazione.

In un paio di lavori hai rivolto lo sguardo ai laghi, riprodotti con fogli di acetato trasparente, e alle pozzanghere, che hai ricreato grazie a un macchinario specifico. Sono forme alternative di mappatura?
Sì, potremmo intenderli come una geografia bagnata.

M’incuriosiscono i tuoi parchi gioco per animali, come la serie di fotografie ispirate a Henri Rousseau. Da cosa nascono?
Sai qual è la straordinarietà delle giungle di Henri Rousseau? Lui non le ha mai viste! Visitava i giardini botanici e le sognava. In quella visione c’è tutto. La surrealtà di quei dipinti ha ispirato la serie I giardini di Henri, che nasce da una ricerca rivolta alla definizione di ‘paesaggio’ in termini di metodo. Il playground è lo strumento con il quale racconto questa ricerca, un dispositivo felice composto da un insieme di strutture in dialogo; un luogo dove le relazioni vengono svelate da un fruitore attraverso la pratica del gioco. Inoltre, da sempre coltivo il desiderio di realizzare strutture inutili.

Alice Ronchi, Colazione sull’erba, 2014, veduta dell’installazione, acciaio inox, cartone ondulato, pietra, C-print, dimensioni variabili. Courtesy della galleria Francesca Minini, Milano.
Alice Ronchi, Colazione sull’erba, 2014, veduta dell’installazione, acciaio inox, cartone ondulato, pietra, C-print, dimensioni variabili. Courtesy della galleria Francesca Minini, Milano.

Nella visione d’insieme le tue sculture assumono una valenza architettonica rilevante. L’ingombro diventa anch’esso un elemento importante, così come il display. Penso alla tua recente mostra alla Galleria Francesca Minini di Milano intitolata Colazione sull’erba.
Una presenza architettonica rilevante nel mio lavoro è lo spazio vuoto tra gli elementi: è parte integrante del display e diventa uno strumento prezioso, in quanto attiva il dialogo tra le parti e quell’aria presente tra le sculture diventa scultura anch’essa, trasformando l’intero spazio in un insieme. È quello che ho indagato e raccontato nella mostra Colazione sull’erba.

Ti sei trasferita in Olanda per lavorare a un progetto sul tema dell’acquario. Di che cosa si tratta?
Fino a un mese fa ti avrei risposto un display, ora un film. La verità è che lo sto ancora scoprendo.

Del Sandberg Instituut, dove stai frequentando un master, apprezzi il fatto di avere la possibilità d’imparare numerose tecniche. Quali sono i materiali e le tecniche che stai sperimentando in questo periodo?
Vetro: sand casting. Tessile: dyeing, flock e screen printing. Ceramica: stampi e smalto.

Com’è nata l’immagine inedita per la copertina di questo numero?
Per gioco.

Daniele Perra

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #19

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per i media e la comunicazione. Editorialista e responsabile della copertina di “ARTRIBUNE”, collabora con “GQ Italia” “GQ.com”, "SOLAR". È consulente strategico per la comunicazione della FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE e docente di Contemporary Art e Visual Culture allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". Ha lavorato come Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall, Svezia, e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary di Vienna. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e allo IED e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano (2004-2005). È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.