Quei 750mila euro che non capisco. Ancora sull’affaire Germano Celant

Pochi soldi ed enormi sperequazioni. È questa la situazione a cui sono condannati coloro che si occupano di cultura nel nostro Paese? I dubbi di un curatore che vive le quotidiane difficoltà di un sistema.

Daniele Capra

Sono curatore indipendente, sono nato negli Anni Settanta. Appartengo a una generazione che è abituata a lavorare nel campo dell’arte contemporanea non solo in uno stato di costante insicurezza economica (comune a molti trentenni del nostro Paese), ma anche in un continuo dubbio esistenziale, alimentato dalla scarsità di attenzione da parte delle istituzioni e dall’impossibilità di realizzare progetti professionali a lungo raggio.
Come tanti colleghi, e tanti giovani coraggiosi direttori di spazi pubblici, mi dibatto quindi nell’incertezza praticando l’arte di arrangiarsi, poiché non posso praticare professionalmente nulla che non sia low budget. Anzi, molto frequentemente, nelle mostre di ricerca ospitate in luoghi pubblici, il budget nemmeno c’è (lavorare per le gallerie ha dinamiche molto diverse), e a malapena si riesce ad avere il rimborso delle spese sostenute. Si stringono i denti, si trovano altre modalità per ricevere il necessario per fare le mostre grazie al volontariato, alla complicità di aziende, amici, di gallerie che aiutano gli artisti. Ma non è mia intenzione cioè scrivere l’ennesimo cahier de doléances generazionale.

Germano Celant
Germano Celant

Un caso di cronaca recente mi spinge a esprimere il mio disappunto per come sono gestiti i budget pubblici per l’arte contemporanea, per come vi sia un sistema piramidale non competitivo, con una sperequazione inaccettabile tra base e vertice. Di fatto, indipendentemente dal valore di ciò che viene prodotto, non esiste un mercato delle idee e dei progetti culturali nel nostro Paese. Mentre la moltitudine vive di stenti, senza arrivare a una soglia in cui poter costituire massa critica, pochi rentier vivono di rendita di posizione, senza avere alcun confronto reale con il resto della società. Basta che la parte politica sia accondiscendente.
Mi sono indignato così (ulteriormente) quando sono venuto a sapere che il compenso per la curatela di una mostra affidata a Germano Celant, da realizzare in occasione dell’Expo, è stato fissato a 750mila euro. È una cifra spropositata, totalmente fuori dal mercato della curatela e delle prestazioni intellettuali. Sarebbe eccessivo anche se la mostra godesse in futuro del successo di cui gode tuttora la celeberrima When Attitudes Become Form. Inoltre la cifra è elevata anche in settori ben più ricchi di quello della cultura, come nel mondo bancario, in cui non sono poi così tanti i manager che possono vantare simili compensi per un anno di lavoro.

Expo 2015
Expo 2015

Mi sono indignato inoltre perché quella cifra è sufficiente a mandare avanti un museo medio-piccolo che si occupa di arte contemporanea per tre-quattro anni, o sostenere la ricerca di una cinquantina di giovani artisti per un biennio, o l’attività di borsisti che ricercano nel campo del contemporaneo.
Mi sono indignato poi perché, eccetto Demetrio Paparoni, nessun collega più noto e affermato del sottoscritto, conoscendo le enormi difficoltà di chi opera in questo settore, ha avuto il coraggio di chiedere pubblicamente spiegazioni a chi quei soldi ha accettato o voluto (discorso analogo meriterebbe chi quei compensi li ha destinati). Un silenzio assordante, dato che il curatore in questione – sulle cui capacità nessuno questiona – è evidentemente nell’empireo degli intoccabili, dal punto di vista professionale e politico.
Un po’ di chiarimenti e spiegazioni che motivino questa cifra, egregio dott. Celant, sarei davvero felice di sentirli, come cittadino e come addetto ai lavori. Mi auguro di non essere deluso.

Daniele Capra

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Daniele Capra (1976) è giornalista, curatore indipendente ma militante. Tra le mostre curate la personale di Matteo Fato alla Fondazione Dena di Parigi, Contractions presso Dolomiti Contemporanee, Fisiologia del Paesaggio per i Musei di Zoologia e Anatomia Comparata dell’Università di Bologna, Let’s Go Outside per il Comune di Milano, Drawing a Video al Museo Janco Dada di Haifa e la IV edizione del festival Tina-B di Praga. È stato curatore del Premio Emergente Europeo Trieste Contemporanea nel 2008 e nel 2009, giurato all’International Onufri Prize di Tirana. Scrive per Artribune, per Nordest Europa e per i quotidiani veneti del Gruppo Espresso. È membro del comitato scientifico del festival culturale Comodamente. Vive un po’ troppo di corsa, con molti libri ancora da leggere ed il portatile sempre acceso.
  • monica

    Possibile che nessuno abbia scritto un commento? E dire che i lettori di Artribune non si risparmiano!

    • ruote telluriche

      monica hai ragione, personalmente ho già fatto un commento a un precedente articolo di Artribune riguardo a questo cachet di Celant.
      Sinceramente non mi viene molto altro da dire.
      La parte alta del mondo dell’arte è fatta di queste rendite di posizione cresciute tra alleanze di lunga durata tra coetanei spesso ex sessantottini e oggi molto accademici,intercettando e organizzando interessi economici e speculazioni varie, sventolando spesso ipocrisia e finte contrapposizioni d’annata contro il “mercato” e “la società dei consumi” ecc ecc
      cosa devo, raccontare la storia dell’Arte Povera e altri movimenti ad essa contemporanei, raccontare com’era e come inevitabilmente è diventata?l’arte degli anni 60 e 70 è ormai ingombrante vecchia e spesso stupida e i suoi protagonisti falliti nelle intenzioni ma premiati per la loro, in definitiva, ininfluenza culturale, sono ancora lì a presenziare con opere miserabili e ripetitive e sopratutto idee innoque e fumose, ma sorrette da un sistema che si preserva terrorizzato dall’inflazione del nuovo che strabocca.
      Perchè tutti stanno zitti? Perchè tutti vorrebbero entrare per pescolare un pò e mangiare un pò di biada, perchè il potere si teme e si desidera, perchè si è dei vili: gli artisti, per non parlare dei cosidetti critici, per la gran parte ormai sono dei precari senza dignità che fanno i piazzisti delle proprie robine infantili e settoriali ,facendo finta di non vedere e non sentire e sopratutto non sapere,
      Ogni tanto si permette al derelitto di turno , all’indiano in esilio, al diseredato di qualche paese esotico, al poveretto del manicomio, al dissidente in posa di avere il proprio momento di celebrità, così tanto per demagogia a illudere i fessi.

  • And

    Monica sono stupito anche io. Celant ha risposto dicendo che deve pagare un team di 5 persone, ma mi sa tanto di difesa d’ufficio…..io personalmente concordo al 100% con la lettera di Paparoni. Purtroppo questo è il riflesso di una situazione tipica di questo Paese: tanti giovani (ormai anche meno giovani, visto che ci sono tanti 35-40enni come Capra) che faticano, e pochi eletti di una se non due generazioni prima che sono cresciuto, hanno vissuto e vivono nel paese di Bengodi con super stipendi e pensioni d’oro…..e a volte, anche se sono in età, si rifiutano di andare in pensione fino a 90 anni.

    • monica

      Vorrei vedere come e se paga quel team di 5 persone!

  • angelov

    Ma si tratta della punta di un iceberg che galleggia in un mare di merda…ma andiamo!…il povero Celant deve probabilmente utilizzare quei fondi per organizzare tutti quegli eventi etc e con le esigenze ed i costi attuali, probabilmente riuscirà a malapena a “starci dentro”.
    In definitiva si tratterebbe di una specie di crociata etica, di cui si senta la necessità di dover patrocinare; ma il farlo in un contesto come quello dell’arte contemporanea, sarebbe come parlare di corda in casa dell’impiccato…

    • “Il povero Celant”? Angelov, smettila di mistificare i fatti. 750mila sono il fee del curatore. Se poi spenderá 50mila per 5 qualificati assistenti sono comunque 700mila.

      • angelov

        Non è mia intenzione mistificare i fatti, ma interpretarli; fatti che a loro volta sono già filtrati dai media, che tendono a farne oggetto di mediazione commerciale a loro stesso favore etc
        Non avendo comunque alcuna esperienza nell’ambito delle curatele, il mio commento si riferiva piuttosto alla reazione, che mi sembrava esagerata, al riguardo di un finanziamento che fra l’altro rappresenta un’eccezione, in una regola che dice che a Roma possano nascere musei come fossero funghi, dove a Milano invece, solo capannoni industriali, quando va bene…perché anche infatti Mussolini aveva deciso che “a Roma il Cinema, a Milano i Bulloni”.
        Della dabbenaggine e del malcostume culturale dei milanesi, si può del resto disquisire per ore, e pensare che quello che hanno, in fondo se lo sono meritato; ma io non sono al 100% d’accordo con questa visione dei fatti.

        • Angelov, non stiamo parlando esclusivamente di un evento di Milano. L’Expo rappresenta l’Italia agli occhi del mondo.
          Non mi sembra poi fuori luogo chiederci come vengono spesi i soldi pubblici, tanto più perché in un settore che è centrale come la cultura, settore in cui i soldi sono spesi in maniera vergognosamente sbilanciata.

          • Adelmo

            sai qual è la cosa triste?
            che ogni epoca ha i suoi trenta-quarantenni di talento, quindi anche quella attuale

            quindi perché non dare un decimo di quella cifra a un trenta-quarantenne di talento di oggi, che in teoria dovrebbe riuscire a fare una mostra pure più fresca?

          • angelov

            Soldi pubblici: fondi di tutti e di nessuno; una Legge uguale per tutti, applicata ad una società dove nessuno si sente uguale a nessun altro; astrazioni per liberarsi da scomodi “distinguo”; astratti espedienti per tacitare menti acculturale.
            Ognuno per se, e Dio per tutti: questa sarebbe la vera democrazia.
            Personalmente non sono riuscito a quantificare quale sarebbe la mia quota personale di contributo-perdita in questi famigerati 750 mila euro; forse 0.3 centesimi? come il famoso 0.3% in +, che ci sta facendo uscire dalla crisi e cambiando la vita: vedi sondaggi Sole24ore etc
            L’ex ministro Tremonti aveva escogitato addirittura un mantra: Si, è vero, le famiglie soffrono e non arrivano a fine mese, “Ma il sistema nel suo insieme tiene”: un bellissimo endecasillabo ripetuto in tutte le conferenze stampa; geniale no? Anche lui si preoccupava solo di soldi pubblici etc del bene collettivo, delle necessità della massa.
            Penso che la massa rappresenti lo smembramento dell’individuo; come la famiglia lo sia per l’artista; anche se poi si cerca di correre ai ripari elaborando concetti come “Popolo” o “Fratellanza”.
            Mio Dio che confusione…

          • Grazia De Palma

            Qui in italia non si lavora per meriti…fate piuttosto un bel mantra…per amore della madre terra! grata sarà….impiegate la vostra energia in questo…tanto il resto è un fiato troppo piccolo per essere udito….alla voce umana. Ogni critica…lascia solo lo spazio ad ua grande curiosità. Cosa credete?

          • Grazia De Palma

            Follia di una generazione davvero incosapevole e direi autoritaria del sapere. Nessuno discute la competenza ma qui si va ben oltre….alla decenza etica del lavoro

      • Grazia De Palma

        Sono daccordo con te…è tutto un grande gioco di sistemi politici..del quale possiamo ben poco…anzi le notre rimostranze sono cibo per un companatico già molto assodato e ben studiato…e le nostre energie alimentano solo la forza della pubblicita’…

  • Perchè ci dovremmo indignare? Del resto Germano Celant è uno dei pochi a lavorare nell’arte italiana che sa bene quello che fa e forse l’unico che ha costruito qualcosa di valido ai suoi tempi. Tempi dopo i quali, non abbiamo più costruito proprio nulla. 750 mila euro. Si, certo, darebbero lavoro a un gruppo di lavoro per un periodo limitato. Lo stesso sta sicuramente facendo Celant, come ha dichiarato. E stiamo parlando di una mostra in occasione dell’EXPO, non certo della gestione di un museo di provincia. E’ ovvio che i giochi siano diversi e compararli è di base sbagliato.

    Credo che se proprio mi devo indignare, preferisco farlo per la frase del caro Daniele: “una cifra spropositata, totalmente fuori dal mercato della curatela e delle prestazioni intellettuali”. Già. Cifre totalmente accettabili, diciamo pure basse, per un compenso solo settimanale di attori, pop star, calciatori e altri vip. Ma per una “prestazione intellettuale” invece dobbiamo indignarci e sentirci derubati?

    Chiaramente capisco il problema che lamenta Daniele di vivere in una instabilità finanziaria. Sono anni che vivo e lavoro fuori dall’Italia perchè altrove riesco ad accedere a dei grant (che mi permettono di vivere più che dignitosamente e di viaggiare molto) offerti da governi, istituzioni, fondazioni, per le mie ricerche; mentre in Italia, da donna trentenne sono ancora considerata una “ragazzina” e quando ci si incrocia in occasione di fiere e simili, molti miei colleghi (indipendentemente dall’età, anche molti giovanissimi), nel loro territorialismo snob stentano a salutarmi, figuriamoci a chiedere un mio parere “intellettuale”. Immagino che questo accada anche ad altri.

    Ma la colpa non è certo nei compensi di Celant – secondo me meritati – quanto in una mentalità modaiola, da salotto, radical chic dell’arte contemporanea del nostro paese, che a tutto guarda tranne che alla sostanza. Che si nutre troppo di cerchie, di chiacchiere, di lotte di visibilità, di conquiste di infimi territori di provincia, di “mors tua vita mea”, di gelosie, di competizione, di orgogli e di compartimenti stagni tra “classi”. E troppo poco di confronti intellettuali, di gruppi di ricerca organizzati, di progettualità a largo respiro, di consapevolezze internazionali, di una critica seriamente impegnata a costruire una visione all’interno dell’arte contemporanea e un posizionamento in questa del nostro paese.

    Si passa troppo tempo a indignarsi e poco tempo a chiedersi qual è il senso del nostro operato e a difenderlo. Così si finisce per sentirsi “traditi” se al nostro curatore più riuscito si dà un premio troppo alto, invece che interrogarsi sull’onestà intellettuale del lavoro quotidiano che la nostra classe di curatori sta facendo e che al momento pare non portare a nulla. Ovviamente possiamo dare la colpa a Celant, alla politica, alla mancanza di fondi. Difetti certamente non ce ne mancano se cerchiamo delle scuse. Peccato che in paesi ancora più poveri del nostro ci siano scene artistiche emergenti che riescono a catturare l’attenzione internazionale. E noi no.

    Il motivo, secondo me, è una certa superficialità del nostro sistema, una scarsa consapevolezza del senso del nostro lavoro, un andare a parare sempre nelle relazioni sociali e amicali di comodo, un protagonismo che non lascia molto tempo allo studio, una tendenza a chiudersi in circoli provinciali invece di viversi il gioco serio dell’internazionalità. E soprattutto l’autocompiacimento un pò sciocco di sentirsi grandi a casa propria invece che ammettere di essere piccoli affrontando il mondo esterno. Naturalmente non mi metto sul pulpito, anzi, come molti sanno mi sento “piccola” proprio perchè preferisco giocare fuori casa senza paura di vedere tutto quello che c’è di meglio di me. Mi sento un curatore in costruzione, costruisco la mia identità intellettuale, se mai ci riuscirò: ammiro chi è riuscito a costruirsene una (come Celant) e passo oltre verso chi non si pone nemmeno il problema.

    • monica

      Dato che si tratta di denaro pubblico, perchè EXPO viene realizzato con denaro pubblico, si fa un bando, anche perchè siamo sopra i 20 000 euro. Dopodichè vinca il migliore!

    • Ruote Telluriche

      Carolina Lio
      Io non la conosco e non so cosa lei faccia quindi premetto che non parlo necessariamente a lei. Peró sono un pó stanco di sentire interventi simili al suo: spesso vedo artisti mediocri che fanno cose di basso livello lamentarsi della mafia di settore che indubbiamente esiste ma non spiega da sola gli insuccessi di tutti. O vogliamo davvero credere che siamo tutti bravi e che i cattivi siano solo gli ultrasessantenni e gli ultracinquantenni?
      Il fatto di lavorare all’estero piuttosto che in italia non é sufficente a dimostrare nulla se non si parla di quello che si fa effettivamente e dei contenuti di quello che si fa
      Quante volte ho visto annunci di italiani all’estero che finalmente, dispetto di chi li ignorava in italia, erano riusciti a fare una mostra, uno studio visit, un concorso ecc e poi sono spariti?
      Quindi andiamo sul sodo : celant e compagnia bella per un periodo l’hanno saputo fare, e lo dice chi non li ama di certo! Quindi basta celant e la sua compagnia di giro ma attenzione a non dare credibilitá a tutte le pretese!

  • Per sostenere la legittima e lodevole interrogazione di Daniele raccolgo le forze, quelle che restano dalla battaglia quotidiana per la sopravvivenza di una pratica e di un mestiere, la curatela, che al momento ci divide come nel San Remo di qualche decennio fa, tra big e nuove proposte e riserva a queste ultime il margine che si concede al volontariato, al crowdfunding, alle imprese di fortuna tra avventurieri dell’ultima ora.
    L’entità del compenso di Celant è incommensurabile con questi sforzi. Il valore delle idee è un fatto reale che deve essere sostenuto, siamo d’accordo, ma le idee di tutti o solo quelle di alcuni? Quelle che sorprendono sollevandosi da un presente incerto con visioni e speranze o quelle che continuano il pensiero pensato e ripensato dei contrasti e dei disvelamenti anti-sistema di epoche passate?
    Questa è senz’altro una domanda retorica, quella di Daniele no.
    Significa sentirsi una presenza interlocutoria prima ancora che uno che protesta, qualcuno che cerca di capire la logica che governa l’attribuzione di valore alla pratica curatoriale e alla sua funzione pubblica. Mi associo nell’attesa di risposte.

  • eve

    non vi accorgete che in tutto questo la vittima è l’artista convenzionalmente inteso. Oggi esiste il curatore, poco importa se di serie A o di serie D…la committenza parla con il curatore…

    • Grazia De Palma

      e non solo…

  • Mario Rossini

    La retorica dei “soldi pubblici” è evidentemente troppo forte. Non sto parlando di soldi. Sarebbe una polemica banale.

    Volete dire che un EURO pubblico vale di più di un EURO privato?????? Non credo proprio!

    Sto parlando di valore delle cose. Su quali basi possiamo dire che il compenso di Celant è troppo alto??? Un tanto al chilo. A caso ovviamente. Questo perchè in Italia nessuno sa niente di arte contemporanea, e non esiste nè critica nè pubblico che sappia argomentare oltre facili polemiche: “soldi pubblici”, “è troppo”, “c’è la crisi”, ecc ecc.

    Capello prender 8 milioni di euro dalla Russia ogni anno per allenare la Russia. L’italia da a Prandelli 3 milioni di euro all’anno…e forse sono anche soldi pubblici….ma cosa importa? Qui importa capire e argomentare il valore delle cose. Ma nessuno è in grado di farlo. Questo è il dramma dell’Italia.

  • Mario Rossi

    Il Ct Prandelli viene pagato 3 milioni di euro per due anni. Cosa diciamo dei 750 mila euro a Celant per una mostra all’Expo? Sono sempre soldi pubblici.

  • La prossima volta che vedo Germano Celant al bar, mi faccio offrire una birra, media.

  • Cosa ne dicono all’estero:http://www.theartnewspaper.com/…/How-much-are…/33307

  • Io lo so ma non lo dico ! Il nome .
    Pensiero divino?