Prix Ars Electronica 2014. Intervista con Paolo Cirio

Il 2 giugno, come ogni anno, sono stati annunciati via web i vincitori del concorso annuale organizzato dall’ormai storica istituzione austriaca “Prix Ars Electronica”. I premi, nati nel 1979, sono stati assegnati ad artisti, aziende e ricercatori accomunati dal desiderio di esplorare e indagare i nuovi media con progetti e visioni capaci di creare nuovi punti di vista sul nostro rapporto con la tecnologia. E per la categoria dell’arte interattiva, il vincitore è Paolo Cirio, che abbiamo intervistato.

Paolo Cirio

Scorrendo la lista dei vincitori del Prix Ars Electronica si scoprono le diverse categorie in cui sono stati suddivisi i diversi premi: dai visionari pionieri della media art, titolo assegnato al britannico Roy Ascott, si passa alle comunità digitali, aggiudicato al progetto giapponese Fumbaro fino a giungere al riconoscimento per i progetti d’arte interattiva – categoria che ha riservato una bella sorpresa per la scena artistica italiana legata ai nuovi media.
È l’artista Paolo Cirio (Torino, 1979), difatti, ad aver vinto il primo premio con Loophole for All, lavoro del 2013 che tocca argomenti e riflessioni che si confrontano direttamente con questioni finanziarie come i conti offshore e i paradisi fiscali. Il progetto prende in esame oltre 250mila aziende che hanno sede legale alle Isole Cayman e dà la possibilità a chiunque, attraverso il sito loophole4all.com, di acquistare le identità reali di queste aziende anonime al prezzo di pochi soldi, per “democratizzare i privilegi degli affari offshore”, per usare le parole dell’artista. Lo abbiamo contattato per commentare il premio e parlare di cosa significa creare un progetto con tali premesse e svolgimenti in un ambito artistico, finanziario e sociale come quello odierno.

Innanzitutto congratulazioni per il recente premio ai Prix Ars Electronica. Qual è stata la tua reazione quando hai ricevuto la notizia?
Non me l’aspettavo, perché avevo fatto la submission anche l’anno precedente con gli stessi progetti e non avevo vinto nulla. È stata un’ottima sorpresa perché è arrivata in un momento in cui non ricevevo molti contributi economici e mi dovevo confrontare con limitazioni in termini di budget.

Questo è stato solo l’ultimo di una serie di riconoscimenti per Loophole for All, che negli scorsi mesi è stato citato da più parti in tutto il mondo: su riviste e siti specializzate ma anche su altre fonti più generaliste o legate all’economia. Credo che questa trasversalità del pubblico interessato a questo progetto sia dovuto agli aspetti e alle problematiche affrontate soprattutto in questi anni: cosa ne pensi?
L’hai già detto tu, ma in generale devi considerare che quando sviluppo questo genere di progetti cerco di pensare al linguaggio giusto da utilizzare per raggiungere questa varietà di pubblico. In quasi tutti i miei lavori uso diverse modalità per raggiungere un certo tipo di target e, per la complessità del tema di Loophole For All, è stato abbastanza un successo nel raggiungere un pubblico che va da giornalisti interessati a investigazioni artistiche a persone comuni che non sanno molto di economia ma che sono divertiti dalla provocazione e che possono capire come funzionano questo genere di meccanismi.
Solitamente i miei progetti hanno sempre un tipo di approccio che ti fanno entrare nei loro meccanismi come se stessi sfogliando un libro: si parte dalla prima pagina con un’accattivante proposta di un nuovo servizio a cui tutti possono partecipare, con subito qualche ironia e provocazione che non fa capire bene se si tratta di una startup, un progetto artistico o quale sia il punto dell’intera operazione. Andando avanti si approfondisce e si arriva alla fine che è sostanzialmente una documentazione, un’investigazione di ricerca sul tema, informando il pubblico con accuratezza.

Un'installazione di  Paolo Cirio alla Strozzina di Firenze
Un’installazione di Paolo Cirio alla Strozzina di Firenze

Dove sta la componente artistica in un progetto come questo?
Sicuramente il lato performativo dell’operazione, nell’orchestrare una situazione distribuita su sei giurisdizioni a livello globale, con la partecipazione forzata o volontaria di un pubblico di centina di migliaia persone o aziende, che comunicano reagiscono e comunicano con l’artista, il quale si prende il carico diretto dei rischi e organizzazione dell’evento che ha creato svelando verità  nascoste, attraverso la ricerca creativa di vulnerabilità in sistemi complessi.
Infine, l’atto di firmare questi certificati con la mia firma dà al progetto una componente artistica prettamente concettuale, in un certo senso. Dare l’autorialità crea l’artisticità del progetto, per cui va oltre l’attivismo e la provocazione politica, andando a creare, dunque, una realtà in modo totalmente creativo.

Parliamo della genesi del progetto.
Ho sempre avuto un certo tipo d’interesse per questi argomenti, ma la prima volta che ho comprato un libro riguardo i paradisi fiscali era circa dieci anni fa, nel 2004 o nel 2005. Quel libro non spiegava molto: devi pensare che non si sapeva granché di questo aspetto della finanza e, anzi, nessuno sapeva molto della finanza in generale. Negli Anni Ottanta, Novanta e primissimi Zero il boom del settore finanziario è stato completamente dimenticato o comunque non investigato da nessuno: non ci sono state pubblicazioni o artisti che se ne sono occupati. Se fino alla fine degli Anni Ottanta si aveva a che fare con gli utili per azioni e i bond, successivamente si sono sviluppati questi nuovi strumenti finanziari complicatissimi molto utilizzati nei paradisi fiscali; paradisi fiscali attraverso cui, negli ultimi quindici anni, è passato tutto lo sviluppo economico della Cina e dell’India e lo sfruttamento di risorse dell’Africa.

Poi, con la crisi…
Con la crisi finanziaria del 2008 molte persone hanno cominciato a investigare e sono uscite più informazioni a riguardo; nel frattempo avevo già sviluppato progetti legati all’economia come P2P Gift Credit Card – Gift Finance del 2010, quindi ho approfondito per alcuni anni il fenomeno dei paradisi fiscali studiando pubblicazioni e personaggi che potevano aiutarmi a capirne i meccanismi.

Un'installazione di  Paolo Cirio alla Strozzina di Firenze
Un’installazione di Paolo Cirio alla Strozzina di Firenze

Questo lavoro si inserisce in una sorta di corrente che negli ultimi anni ha portato allo sviluppo di ricerche che ibridano considerazioni artistiche con svolgimenti che hanno ripercussioni reali in contesti diversi dall’arte, in questo caso finanziari. Credi ci siano delle ragioni precise per cui si è creato questo fenomeno?
Assolutamente sì. Questo è un argomento di cui parlo spesso con amici, curatori e artisti: è un tema molto vivido, ci sono curatori che mi propongono di partecipare a eventi specifici in cui ci sono progetti simili al mio. Considerando che ho iniziato a fare questo tipo di lavori più di dieci anni fa, percepisco che è avvenuto un cambiamento per quanto riguarda il contesto storico. Quello che stiamo vivendo in questi anni è piuttosto interessante, io lo chiamo “fine del postmoderno”, un ritorno del realismo.
I progetti che negli Anni Ottanta e Novanta utilizzavano i media e i nuovi media si riferivano alla realtà virtuale, ovvero la riflessione del reale che non è reale, quello che Baudrillard ha sempre chiamato il “simulacro”. Oggi, invece, le cose sono cambiate, probabilmente a partire dall’11 settembre; la realtà è ritornata a influenzare, in un certo senso, la realtà stessa in modo diretto, con le diverse crisi ambientali e le crisi economiche a cui abbiamo assistito in questi anni. C’è il ritorno di una realtà concreta che ti tira un pugno in faccia e non puoi dire che non ti fa male perché è virtuale. È per questo motivo che ci sono dei lavori che cercano di proporre soluzioni molto concrete o che cercano di cambiare i problemi seri.
In termini di realismo, a livello estetico, possiamo collegare ciò a cui stiamo assistendo a molte altre situazioni simili come il dopoguerra: storicamente ci sono sempre stati dei momenti di ricchezza generale e opulenza in cui si registra un individualismo maggiore; poi, magari, c’è un momento di crisi in cui si ritorna a occuparsi della realtà concreta dei problemi sociali, esattamente come sta avvenendo in questo periodo.

È cambiata la percezione della realtà anche sulla base dell’utilizzo dei nuovi media.
C’è sicuramente un utilizzo maggiore di media rispetto a qualche anno fa e ora questi influenzano la quotidianità in modo veramente concreto. Se negli Anni Ottanta-Novanta parlavamo di realtà virtuale come di uno spazio in cui i nostri corpi sarebbero stati dissolti, adesso lo spazio materiale è completamente integrato nei media, per cui la realtà si è sviluppata in modo concreto, non virtuale.

Un aspetto che mi ha colpito è il fatto che il pubblico è chiamato ad agire contro un sistema con delle azioni facilitate dai strumenti da te forniti. Quale importanza ed effettività ha secondo te la mobilitazione del pubblico nella creazione di azioni sovversive come questa?
Molte persone mi scrivono che non vogliono pagare le tasse attraverso il mio sistema, chiedendo informazioni, mentre altri non mi scrivono e lo fanno direttamente. C’è ogni genere di reazione, insomma.
Il mio progetto punta a un tipo di partecipazione che possa ispirare, informare le persone riguardo questi temi e funziona anche se il pubblico non mette in atto l’azione sovversiva. Il lavoro ruota più che altro attorno alla provocazione, alla vulnerabilità e alla minaccia che creo contro questo sistema di 250mila aziende: ogni utente può potenzialmente rubarne una o molte. Non è questo, però, tipo di partecipazione che crea il danno, ma piuttosto la minaccia in se e la paura che queste aziende possono avere del fatto che chiunque può rubare la loro identità. È questo che crea il cambiamento. Chiaramente non ho un riscontro diretto, a parte ciò che mi scrivono alcuni commercialisti e società finanziarie: il progetto ha un’influenza diretta per il fatto che  potenzialmente tutte le aziende registrate alle Cayman sono ora esposte non al rischio di regolamentazione legislativa ma di essere rubate da una massa di persone che agiscono direttamente per destabilizzare il sistema con il quale multinazionali e miliardari non pagano alcuna tassa.

Un'installazione di  Paolo Cirio alla Strozzina di Firenze
Un’installazione di Paolo Cirio alla Strozzina di Firenze

In quale misura credi che il tuo progetto possa influire sulla percezione della gestione dell’economia internazionale?
È difficile misurarlo: questo progetto è solo una delle molte altre iniziative che si occupano di questo argomento e che fanno pressione politica; iniziative, queste, che però non sono progetti artistici. Tutte queste pressioni politiche avvengono in ambiti diversi e perciò i cambiamenti accadono molto lentamente; chiaramente le lobby finanziarie cercano di evitare ogni tipo di regolamentazione.
Il mio progetto opera a un altro livello di provocazione diretta, con un approccio molto più giocoso e aperto che coinvolge molte più persone visto che non richiede molte competenze in economia per partecipare alla creazione di una minaccia reale.
Insomma, non posso misurarlo ma immagino che se io avessi un conto alle Cayman e vedessi il nome della mia azienda sul sito mi preoccuperei per cui, magari, chiuderei quella società e ne aprirei un’altra in Svizzera. Sicuramente non fa piacere alle aziende, tantomeno alle Cayman.

A quali progetti stai lavorando ora?
Ce ne sono tanti, tra cui almeno un paio top secret di cui non posso ancora parlare. Sto sviluppando un progetto che si confronta con l’idea di democrazia diretta e partecipativa: è un po’ diverso da altri miei lavori, non ha componenti di provocazioni  e illegali e riguarda la creazione creativa di un’utopia. Si tratta di un lavoro conseguente a Loophole for All: i poteri internazionali legislativi in un mondo globalizzato e continuamente in comunicazione fanno sì che le persone e le società non vivano più in una sola nazione – tantomeno i soldi e cambiamenti climatici, le conseguenze di questi cambiamenti.
Il progetto di partecipazione diretta cerca di sviluppare delle nuove idee per poter governare a livello globale in modo che tutto si svolga, attraverso i nuovi media, in modo più democratico di quanto sta accadendo in questi anni, con nazioni come gli Stati Uniti e la Cina che dettano legge. Questo lavoro parla dei cambiamenti che si stanno svolgendo, ad esempio, in Islanda, dove la costituzione è stata scritta dai cittadini, e in altre situazioni mondiali che si stanno muovendo verso questa direzione.

Filippo Lorenzin

loophole4all.com
paolocirio.net

 

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Filippo Lorenzin
Filippo Lorenzin è un critico d’arte contemporanea e curatore indipendente. Si interessa principalmente del rapporto tra arte, tecnologia e società, seguendo un percorso in cui confluiscono discipline come l’antropologia, la psicologia e la storia. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Venezia e allo Iuav, sviluppando un interesse nelle ricerche artistiche che si confrontano con le problematiche derivanti dalle modalità di interazione tra individui, contesti culturali e strumenti. Ha realizzato numerosi studi riguardanti il rapporto tra arte contemporanea, Internet e pubblico online, affrontando casi come il crowdfunding e le mostre d’arte virtuali. Affascinato dal confronto diretto, predilige la forma dell’intervista in quanto occasione per discutere e imparare.