Nuovi paesaggi urbani (IX): Genova

La decadenza del presente fa pensare alle atmosfere dei più cupi racconti di fantascienza. L’Italia come un enorme scenario cyberpunk: una civiltà in rovina, un orizzonte fosco, personaggi alla deriva. Il racconto parte da una giornata di novembre a Genova.

Stazione ferroviaria di Genova Piazza Principe


Qui forse potrei vivere,
potrei forse anche scrivere:
potrei perfino dire:
qui è gentile morire.
Genova mia città fina:
ardesia e ghiaia marina.

Giorgio Caproni, Su cartolina, 1. A Tullio
(da Il passaggio d’Enea, 1956)

Genova, via Gramsci, 24 novembre 2013

Pranzo al fast food cinese Jin’s. Varia umanità dentro: anziani soli, single disperati, coppie di amici. Cinesi: gruppi di giovani orientali felici. Di fronte, ho una famiglia sudamericana che sta mangiando riso al curry e alette di pollo fritte. Una finestra sporca inquadra la strada, il cielo piovoso e bianchiccio, l’Italia che muore. All’improvviso, nel quadrato della finestra sfilano i tranvieri che protestano: Genova è in subbuglio, quasi in rivolta si direbbe, durante questi giorni. Il corteo mesto entra ed esce nel riquadro, pochi striscioni qualche fischietto. Sembra un corteo funebre: è tutto grigio. Tutto lento.
Anche i fastidi, anche il malessere (adesso il tg inquadra il giornalista proprio di fronte al fast food). Gli unici colori sono qui dentro, all’interno del ristorante. Il corteo passa. Sfilano singoli cittadini di colore, con la sciarpa.
L’Italia del futuro è precipitata improvvisamente – senza quasi che ce ne accorgessimo – nel presente. Un futuro-presente che molti definirebbero squallido, povero, desolato: magari è così. Ma almeno è reale. L’Italia finalmente è reale, come sempre avviene, proprio perché è sfasciata, in disuso, in dismissione. Genova tutta è scivolata su un piano diverso di esistenza.
Tutta questa atmosfera è, in definitiva, molto familiare: gli spazi e la psiche collettiva di alcune zone italiane sono diventati cyberpunk. Genova è un luogo disgraziato e meraviglioso, in cui il disagio è palpabile, evidente, visibile e non rimosso. Genova cade a pezzi, ma è viva: è viva perché cade a pezzi.
L’Italia negli ultimi dieci anni è riuscita incredibilmente a produrre l’ambiente dei romanzi e dei racconti cyberpunk. Uno spazio cattivo, molto umano: fragile, nervoso, instabile, irritante, non lineare. Come la vita. Questo spazio viene interpretato immancabilmente dai vecchi soloni nostrani come la “caduta di una civiltà”, solo e unicamente come una fine. Invece, questo spazio fisico e mentale, questo stranissimo e sgangherato cyberpunk italiano, tremendo, distopico, è un ecosistema in gran parte inedito. Una straordinaria apertura di orizzonti narrativi e interpretativi. Creativi: “Ribollono gli odori attorno all’Ufficio immigrazione, una zuppa fetida. Sudore di uomini e donne disperati, spazzatura marcia sparpagliata nella strada affollata, il profumo speziato di una delle guardie della porta esterna. Il miscuglio dà alla testa, è quasi insostenibile per chiunque non sia nato nel Bungle, ma Stone s’è abituato. (…) Il caldo imperversa sulla folla rumorosa, rendendola più irritabile del solito: è una situazione abbastanza pericolosa. La continua tensione secca la gola di Stone. Cerca al suo fianco la bottiglietta di plastica rugosa e beve avidamente un po’ d’acqua stantìa. Stantìa ma sicura, pensa, compiaciuto del suo segreto. È stato un colpo di fortuna che sia inciampato nella piccola perdita del tubo inter-ZLI, giù accanto al recinto del fiume che circonda il Bungle” (Paul Di Filippo, Stone è vivo, in Mirrorshades, a cura di Bruce Sterling, 1986, Mondadori 2003, pp. 272-273); “Nel momento in cui l’istituzione delle Zone di Libera Impresa ebbe liberato le aziende da ogni vincolo, esse fecero ritorno a una pratica primordiale di lotta di tutti contro tutti, una pratica che dura sino a oggi. (…) All’improvviso su tutti gli schermi di Citrine, come in obbedienza a un suo comando inespresso, cominciano a scorrere scene della vita nel Bungle. Stone è riportato d’un colpo alla sua vita precedente. Ecco i sordidi scenari della sua giovinezza: stradine che puzzano d’orina con forme coperte di stracci che giacciono tra il sonno e la morte, il caos attorno all’Ufficio immigrazione, la barriera che circonda il fiume con le lame di rasoio sulla cima” (ivi, pp. 300-301).
La tristezza è il sentimento dominante di questo momento storico, di quest’epoca. La consunzione. L’erosione, la corrosione. L’essiccazione.
Queste stazioni italiane (le “Grandi Stazioni”) sono tutte sgarrupate in una maniera nuova.
La civiltà recede.
Genova Piazza Principe ha le strutture interne i cavi elettrici le interiora costruttive completamente esposte. (Idem Bologna, Roma Termini: ci piove dentro, corridoi che non verranno mai completati, barriere orrende, sgocciolamenti. Sono lavori paradossali, che non costruiscono ma distruggono: le impalcature sono d’altra parte ovunque nelle nostre città, anche attorno al Colosseo: l’unica cifra architettonica degli spazi urbani fissa è un elemento iperprecario. Al massimo mantengono, puntellano. Questo puntellamento ha un orizzonte molto limitato nel senso che non si proietta molto in là nel futuro ed è consapevole di avere a che fare con il presente più incerto mai registrato. Un puntellamento che non ha alcuna fiducia, e stima, in se stesso – e nelle strutture a cui impedisce di crollare definitivamente.)
Questi spazi, inoltre, non sono affatto metafore di ciò che non vediamo, della realtà oltre e sotto la realtà visibile: sono invece le sue perfette condensazioni, concrezioni, incarnazioni. I luoghi fisici in cui questa condizione psichica e inafferrabile si concretizza terribilmente e splendidamente.

Christian Caliandro


 

 

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).