Non siamo mai stati moderni? Se lo chiedono in Corea del Sud

L’Italia vista dalla Corea. Attraverso Giorgio Morandi, un intenso programma di iniziative culturali e una mostra d’arte contemporanea: “Non siamo mai stati moderni”, a cura di Maria Rosa Sossai e Angelo Gioè, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura. Con cui abbiamo scambiato due parole

Adrian Paci – The Column, 2013. Video still. Courtesy l’artista, Kaufmann Repetto, Milano; Galerie Peter Kilchmann, Zurich

Quali sono i motivi che l’hanno spinta a celebrare i 130 anni delle relazioni Italia-Corea anche con l’arte contemporanea italiana?
Il motivo è legato all’idea che l’arte contemporanea partecipi a pieno diritto  all’immagine, già consolidata altrove, di un Paese culturalmente avanzato. Credo che sia giunto per l’Italia il momento di valorizzare con convinzione, nell’ambito del proprio patrimonio culturale, anche il contemporaneo. Se il lavoro di conservazione e visibilità di opere che appartengono al passato è piuttosto percepibile, non altrettanto può dirsi di ciò che definiamo contemporaneo.

A novembre è prevista anche una mostra di Giorgio Morandi. Questo artista è noto in Corea del Sud, o anche in questo caso parliamo di una sfida?
In Corea l’arte italiana non è molto conosciuta. Può sembrare strano ma è così: certo, ci sono nicchie di studiosi che l’hanno approfondita, ma la maggioranza della popolazione, anche di media cultura, non conosce il nostro Rinascimento o il Barocco. Caravaggio qui è sconosciuto e il Rinascimento sarà presentato per la prima volta in una grande esposizione che si terrà a primavera 2015 presso il Museo Nazionale di Corea. Non a caso, la direttrice di tale Museo, Kim YoungNa, è esperta di arte occidentale. Il nostro Novecento è ancora tutto da scoprire qui in Corea, e spero di poter aprire una pista in questo senso. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la guerra di Corea, il Sud ha rivolto lo sguardo principalmente all’arte americana. Anche Morandi, quindi, conosciuto solo dagli studiosi, è una sfida che la direttrice del Museo di Arte Moderna e contemporanea, Chung Hyung Min, ha raccolto dietro mia proposta. Il mio ruolo è stato quello di anello di congiunzione tra il museo coreano e il Mambo di Bologna nella persona del prof. Maraniello.

Quali sono le radici in cui affondano le relazioni diplomatiche che si festeggiano? Vista dallo stivale la Corea del Sud sembra molto lontana…
I primi contatti risalgono ai missionari cattolici alla fine del XVI secolo inviati in Cina o Giappone. Il trattato vero e proprio, di amicizia, commercio e navigazione, fu firmato il 26 giugno del 1884 tra il Regno di Joseon e il Regno d’Italia. Durante la Guerra di Corea, l’Italia aiutò con l’invio dell’Ospedale da campo n. 68 della Croce Rossa completo di 128 componenti di personale medico. Radici solide, quindi, e di pura amicizia. Invece è ancora lontana. Culturalmente l’Europa è sempre stata più legata al Giappone, sin dalla fine dell’Ottocento. La Corea ha vissuto un po’ a margine, tra Cina e Giappone, e ancora viene da noi erroneamente vista a margine. Nonostante fenomeni riconosciuti come quelli del cinema e del pop, o del successo della Samsung, in Italia non si ha ancora un’esatta percezione del miracolo coreano e della vitalità e della cultura che questo Paese esprime.

Giorgio Andreotta Calò_Scolpire il tempo (Sculpting time), 2010. Installation view, SongEun ArtSpace, Seoul, Korea, 2014
Giorgio Andreotta Calò_Scolpire il tempo (Sculpting time), 2010. Installation view, SongEun ArtSpace, Seoul, Korea, 2014

Credete che la reputazione italiana stia fronteggiando un momento di decadenza? Se sì, come questo influisce sul vostro lavoro?
Assolutamente no. Nessuna decadenza. Le parole chiave in Corea sono attualmente cultura e creatività, creative economy. E l’Italia è espressione di cultura e di creatività per eccellenza. Ci sono per le aziende italiane del design e per l’industria culturale delle strade larghe da battere in tutta la loro lunghezza.

Può raccontarci come è nato il progetto della mostra Non siamo mai stati moderni? In che modo l’arte contemporanea rientra abitualmente nei vostri programmi?
Quando all’inizio dello scorso anno ho preso contatto con Maria Rosa Sossai per curare insieme questo progetto espositivo presso il SongEun Art Space di Seoul, ho voluto definire subito le finalità culturali che come direttore dell’Istituto Italiano di cultura di Seoul avevo individuato in questo evento: promuovere l’arte contemporanea italiana in Sud Corea, pensare e realizzare una mostra che riunisse un vasto numero di autori e di opere per illustrare il livello qualitativo raggiunto dai nostri artisti, pur nelle profonde diversità di forma e resa.
Queste due spinte di impegno si sono concretizzate, dopo un interessante lavoro di ricerca e confronto. La scelta degli artisti invitati a Non siamo mai stati moderni risponde inevitabilmente al gusto e all’indicazione di valore dei curatori, ma è sicuramente rappresentativa della vivacità di ricerca nel campo dell’arte in Italia, della ricchezza dei suoi riferimenti culturali e del riconoscimento in campo nazionale e internazionale che i nostri artisti hanno ottenuto in questi ultimi anni. Sui ventidue nomi presenti alla mostra, undici sono femminili e anche questa è un’indicazione precisa di crescita della sensibilità artistica in Italia e del mutamento di una critica sempre meno discriminatoria.

La mostra si articola in cinque tappe. Ne parliamo?
La prima tappa, Disinventare la modernità (Francesco Arena, Elisabetta Benassi, Rossella Biscotti, Valerio Rocco Orlando, Alberto Tadiello), si riannoda al titolo della mostra ma da un punto di osservazione tardiva: la modernità è passata e ora bisogna rileggerla; occorre disinventarla considerando spazi, oggetti, reperti o documenti del ‘900 per raffigurarli nella nuova iconologia di una modernità mai conclusa. Pluralità di mondi (Giorgio Andreatta Calò, Piero Golia, Giulia Piscitelli, Paola Pivi, Luca Trevisani) è il secondo passaggio del percorso espositivo e anche qui il titolo individua uno dei temi centrali della contemporaneità: l’espansione complessiva di un’idea globalizzante del pianeta che l’artista, pur sottoposto alla pressione della realtà, vive nell’autonomia della sua esperienza culturale ed esistenziale generando una sorta di nomadismo artistico difficile da rinchiudere nei limiti di un’identità nazionale.
La terza tappa della mostra, presenta un titolo più complesso – Cosmogrammi paralleli (Meris Angioletti, Tomaso De Luca, Chiara Fumai, Nico Vascellari) – ma carico di suggestioni nel campo della simbologia grafica e iconografica e come sintesi di senso che avvicina, in percorsi paralleli, concetti metafisici, visioni oniriche e immagini oggettuali, sensibilità artistiche concentrate soprattutto sull’incidenza dei segni nella realtà. Nel titolo di questo ulteriore luogo tematico – Politiche della natura (Ettore Favini, Margherita Moscardini, Adrian Paci, Moira Ricci) -, vengono messi in gioco termini come politica e natura. Spazi concettuali difficili da avvicinare; il primo di ordine teorico e filosofico, il secondo legato a una pluralità di significati esistenziali. È una distanza semantica che ci porta a considerare le tante e ramificate direzioni che l’arte può tracciare all’interno dei due poli centrali dell’essere: ragione e pathos.
In Pensare il presente, ultimo sottotitolo di Non siamo mai stati moderni,  (Francesca Grilli, Adelita Husni-Bey, Marinella Senatore, Diego Tonus), il tempo storico è quello della realizzazione dell’opera d’arte in rapporto diretto con il tempo presente o con quanto il dato transitorio del qui e ora può riprendere dal dato storico del passato, un passaggio di consegne o un lascito che dia spessore e senso.

Tomaso De Luca_An Incomplete Portrait of Anchises and Love is Soft but Hard. Sometimes, 2013. Installation view, SongEun ArtSpace, Seoul, Korea, 2014 (c) SongEun Art and Cultural Foundation
Tomaso De Luca_An Incomplete Portrait of Anchises and Love is Soft but Hard. Sometimes, 2013. Installation view, SongEun ArtSpace, Seoul, Korea, 2014
(c) SongEun Art and Cultural Foundation

A suo parere, nella percezione di un Paese come quello in cui lei lavora attualmente, quanto la produzione culturale italiana contemporanea è riconosciuta all’estero e quanto il nostro Paese vive ancora di rendita (una rendita però spesso penalizzante) grazie al suo illustre passato?
Come dicevo prima, sebbene in linea generale si sappia che l’Italia è il Paese della cultura antica e rinascimentale, ciò non costituisce una rendita perché tale cultura è distante e estranea a questo mondo. Al contrario la produzione culturale contemporanea in termini di design e fashion ha pieno titolo e viene continuamente ricercata. Tra pochi giorni aprirò una mostra sul gioiello creato da designer, curata da Alba Cappellieri, la prima del suo genere in Italia e nel mondo. Vi è già un’enorme aspettativa in proposito.

Com’è il mondo dell’arte contemporanea in Corea e quanto dialoga con l’esterno? Può affermare che esiste un’interessante rete di spazi privati e pubblici dedicati all’arte e alla cultura?
Senz’altro. La rete di spazi pubblici e privati è immensa e si espande di anno in anno. Nel 2013 è stata aperta una nuova sede per l’arte contemporanea a Seoul, dipendente dal museo già esistente a Gwachon, e a marzo di quest’anno è stato aperto il più grande museo del design al mondo su progetto di Zaha Hadid. Inoltre, anche fuori Seoul vengono aperti centri deputati al contemporaneo per soddisfare le esigenze sia delle città nate intorno a Seoul con milioni di abitanti sia altre città strategiche quali Busan e Gwangju, sede della più importante Biennale d’arte dell’Asia. Le gallerie private sono numerosissime e gli eventi di qualità. Si può quindi dire che l’arte contemporanea ha un ruolo centrale nella cultura del paese e che Seoul ha una dinamicità in tale settore comparabile solo a New York.

Santa Nastro

http://www.iicseoul.esteri.it/IIC_Seoul