Martina Colombari. Da una parte all’altra della fotografia

È stata ritratta in migliaia di scatti. E ha portato avanti con Spazio Forma un progetto di auto-narrazione per immagine, concedendosi a una serie dei selfie ante litteram. Per Martina Colombari il rapporto con la fotografia è qualcosa di fortemente viscerale: che va oltre la consuetudine. Come è cambiato il lavoro di modella con le nuove tecnologie? Cosa significa posare per maestri come Giovanni Gastel o David Bailey? Ce lo spiega passeggiando a Milano per i corridoi di MIA Fair.

Martina Colombari, Martina In-visibile

Hai scelto una vita a portata di obiettivo. Che rapporto hai con la fotografia?
Considerando che adesso ti fotografano anche con un telefonino, e che è tanto che faccio questo mestiere, sì: devo dire che sono stata immortalata davvero tante volte! O da paparazzi, o da grandi – a volte grandissimi – artisti, o da mio figlio che si diverte a prendermi in giro quando mi ruba il telefono e mi fa foto di nascosto. Mi piace essere fotografata, chi sceglie di fare il mio mestiere ha un po’ di narcisismo in sé, altrimenti farebbe altro; e allo stesso tempo mi piace usare la fotografia come mezzo per raccontare.
Non credo di essere brava a scrivere, mi riesce più semplice bloccare un momento con una foto. Il bello della fotografia è che tutti possono avervi accesso, non è necessario essere un artista affermato per farlo: nel momento in cui si ha uno strumento in mano e qualcosa da raccontare, che sia una persona, un ritratto, un paesaggio, un momento, un’emozione, lo riesce a fare chiunque. Che poi siano foto più o meno belle, che arrivano o non arrivano, che comunicano o non comunicano poco importa. La foto c’è.

Qualche tempo fa hai accettato di fotografarti ed esporre a Spazio Forma quelle immagini, per un progetto che ti ha vista al tempo stesso soggetto e oggetto dell’azione. Come hai vissuto il doppio ruolo?
Non so se sono brava a farmi o a fare le fotografie, ma quando mi sono fatta le foto per la mostra Martina In-visibile è stato intrigante. Perché comunque era diventata quasi una droga, questa Canon era il prolungamento del mio braccio: in un mese e mezzo ho scattato quasi 4mila immagini, la macchina era l’ultima cosa che appoggiavo sul comodino prima di addormentarmi e la prima che prendevo in mano al risveglio. È vero che c’era un progetto, un obiettivo da raggiungere e quindi una forte motivazione. I primi giorni scattavo dieci, venti foto. Poi non c’è stato che l’imbarazzo della scelta. È stato come scrivere un’autobiografia.

Era la prima volta che passavi dall’altra parte della barricata ed eri tu a fotografare?
Finché non c’erano gli smartphone giravo di base, sempre, con una piccola macchina fotografica in borsa. Così come ho l’Amuchina per mio figlio, i fazzoletti, le chiavi di casa, il telefonino… c’era anche la macchina fotografica! Da quando ho lo smartphone, basta lui: ad ogni modo ho sempre avuto questa fissa della fotografia.

Martina Colombari, Martina In-visibile
Martina Colombari, Martina In-visibile

Cosa pensi debba vedersi in una fotografia? Quale aspetto dovrebbe emergere di chi posa davanti all’obiettivo?
Una fotografia non può essere solamente qualcosa che fa vedere quella che sono. Sta a noi mostrare che dietro un’espressione c’è un’emozione, una storia, un percorso. Altrimenti tutto si riduce a una bella donna su una pagina di giornale o in una cornice sul comò.
È un po’ come per la differenza che c’era una volta tra le indossatrici e le fotomodelle, che era molto netta perché queste ultime erano in fondo attrici, e ogni scatto era un po’ come il fotogramma di un film. Deve essere bravo il fotografo a saperlo cogliere, ma deve essere altrettanto brava chi sta all’altra parte.

Ti è successo di non trovare questa bravura?
Mi è capitato di fare servizi fotografici e tornare a casa scontenta perché non ero riuscita a dare niente. Ma vedevo anche che nella persona davanti a me non c’era la disponibilità a prendere altro che non fosse il “fotografo quello che vedo”.

Con chi invece ti sei trovata particolarmente a tuo agio e senti di esserti espressa al meglio?
Con i fotografi che sono anche amici, perché mi lascio andare e qualsiasi cosa mi chiedono io faccio, con grandissima fiducia e grandissima stima reciproca. Penso a Giovanni Gastel, Toni Meneguzzo, Fabrizio Ferri: con lui ho fatto un lavoro bellissimo di quattordici pagine posando solo tre ore il primo giorno e sei ore il secondo, senza neanche truccatrice e parrucchiera perché non erano arrivate in tempo sul set le valigie con i loro attrezzi del mestiere! Niente stylist: solo lui, io, l’assistente e basta. Penso poi a David Bailey: parliamo di mostri sacri, i loro scatti sono opere d’arte.

Martina Colombari con Giovanni Gastel
Martina Colombari con Giovanni Gastel

Come sono cambiate le dinamiche del tuo lavoro con l’avvento del digitale?
Agli inizi scattavi magari venti Polaroid, facevi il check del colore, della luce, e poi dovevi aspettare lo sviluppo… ora è molto più facile. All’inizio a me dava un po’ fastidio il fatto che non ci fosse la pellicola, sono un po’ all’antica in queste cose. Mi piacciono le tradizioni, ma mi rendo conto che il digitale ti dà un mondo in più: e non rende le foto meno vere.

Le tecnologie permettono di intervenire in modo radicale sulle immagini: come vivi la possibilità del fotoritocco?
Non mi piace che il lavoro venga strumentalizzato, che venga ritoccato: su un mio primo piano voglio vedere le mie lentiggini, i miei segni di espressione, non voglio essere patinata come se indossassi una maschera di cera. Altrimenti diventiamo tutte bellissime bambole e non c’è più differenza tra l’uno e l’altro.

Ti è capitato di doverti “difendere” da interventi su tue immagini? Di vederti su pubblicazioni o manifesti in un modo che non ti rappresenta per quella che sei realmente?
C’è una foto di David Bailey dove una guêpière mi stringe la coscia mentre sono in una posizione particolare. Mi chiesero dal giornale che doveva pubblicarla se volessi ritoccarla o meno, per via di quel pezzettino di pelle che usciva dall’elastico. Ho detto di no, di lasciarla così, perché quando sei davanti a un dipinto e c’è una sfumatura che non ti piace, non chiedi certo al pittore di cambiarla!

Francesco Sala

www.martinacolombari.it

 

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.