Manifesta goes to Russia. Apre la biennale delle polemiche

Non cessa il nomadismo della biennale itinerante “Manifesta”. Nata nel 1996 in Olanda, passata in Italia nel 2008, ora arriva in Russia, a San Pietroburgo. Curatela affidata a Kaspar König e polemiche infinite sull’intolleranza del Paese ospitante. Oggi, mercoledì 25 giugno, la prima serata di apertura per giornalisti e professionisti.

Costa-Gavras, Manifestazione contro l’AIDS a Parigi, 1998

Il format è di quelli riconoscibili perché basati su un’idea che nel 1996 era inedita e che a tutt’oggi è rimasta unica, almeno a questo livello: una Biennale, certo, ma itinerante. Mission generale: “To explore the psychological and geographical territory of Europe, referring both to  border-lines and concepts”.
E così Manifesta ha iniziato il proprio cammino a Rotterdam nel 1996, per poi transitare in Lussenburgo, a Lubiana, Francoforte, San Sebastian. Nel 2006 la rassegna venne cancellata: doveva tenersi nell’ultima città europea che ancora aveva – e ha – un muro che la divide, Nicosia, ma nelle ultime settimane la faccenda si complicò a tal punto che non fu possibile portare a termine il progetto. Si ricominciò allora nel 2008 in terra italiana, fra Trentino e Sud Tirolo, per poi andare a Murcia con un occhio dialogante al Nordafrica, passare da Lindburg-Gent e approdare infine quest’anno, per la decima edizione, a San Pietroburgo.
Edizione quest’ultima che, come è noto, ha scatenato non poche polemiche. La ragione è piuttosto semplice: Manifesta ha (quasi) sempre avuto un taglio spiccatamente politico, scomodo, andando a portare il potere “disturbante” dell’arte in luoghi simbolo delle tensioni sociali. Assai riuscita in questo senso fu la quinta edizione che si tenne nei Paesi Baschi, curata da Massimiliano Gioni e Marta Kuzma, nel cuore dei luoghi dell’indipendentismo invocato, anche a suon di lotta armata, dalle strette maglie spagnole e francesi.

Kaspar König
Kaspar König

È suonato dunque con stridore l’annuncio che la decima edizione si sarebbe tenuta in Russia, e per di più al Museo di Stato dell’Ermitage. A nulla sono servite le proteste da parte di artisti e attivisti rivolte alla fondatrice di Manifesta, Hedwig Fijen: la rassegna inaugura comunque questa sera – 25 giugno – e difficilmente le ulteriori prese di posizione troveranno accoglienza da parte delle autorità della confederazione russa. In particolare, la questione è quella relativa alla libertà d’espressione e ai diritti degli omosessuali, notoriamente punti deboli della “democrazia” impostata da Putin.
La foglia di fico per difendere una scelta del genere è piuttosto banale: andiamo proprio nella tana del lupo a portare i valori libertari dell’arte. “I am sure that the presence of critical contemporary art in the Hermitage and in the city”, ha dichiarato il curatore, “will contribute to pluralistic and healthy debate on complexity, ethics and aesthetics and produce a necessary challenge”.
Vedremo di fatto cosa riuscirà a comunicare Kaspar König insieme alla cinquantina di artisti che hanno accettato il suo invito a esporre all’Ermitage. Fra questi, un gruppo piuttosto nutrito di russi (da Vadim Fishkin a Pavel Pepperstein) e Thomas Hirschhorn con un’imponente installazione nell’edificio del General Staff. I grandi nomi non mancano, da Marlene Dumas a Joseph Beuys, ma è probabile che la credibilità dell’approccio di Manifesta si testerà sul Public Program curato da Joanna Warsza. Lo statemente è infatti chiaro: “The program will critically respond to the current socio-political circumstances; its conflicts, complexities, and the place of art within them”. A raccogliere la sfida, Pavel Braila, Lado Darakhvelidze, Alevtina Kakhidze, Ragnar Kjartansson, Deimantas Narkevičius, Kristina Norman, Ilya Orlov & Natasha Kraevskaya, Alexandra Pirici, Slavs & Tatars.
Italiani a Manifesta? Sì, due artiste donne: Paola Pivi e Lara Favaretto. E ora non resta che attendere i San Pietroburgo Updates dalla nostra inviata.

Marco Enrico Giacomelli

http://manifesta.org/

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014). In qualità di traduttore, ha curato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.