L’Italia vista dalla Spagna. Intervista con Carmelo Di Gennaro

Istituti di cultura italiani all’estero. Dopo la Corea, la Spagna, dove l’istituto è diretto da Carmelo di Gennaro. Fundraising, reputazione, pubblico e posizionamento dei nostri artisti. L’Italia vista dalla Spagna appare così…

Carmelo Di Gennaro

Cosa significa per voi promuovere la cultura italiana all’estero? Chi è il vostro target di riferimento e attraverso quali azioni operate?
Se l’Italia è una media potenza politica ed economica, non vi è dubbio sia invece una grande potenza culturale. Il problema è che per troppi anni abbiamo pensato a valorizzare solo il nostro splendido passato – e non sempre lo abbiamo fatto bene – senza considerare il presente. Per noi a Madrid, proporre cultura italiana significa invece proporre il contemporaneo, giacché vogliamo cercare di dare un’idea molto più attuale, pur con tutte le sue contraddizioni, del nostro Paese il quale, grazie ai suoi artisti in tutti i campi, è ancora molto vivo ed ha ancora molto da dire al mondo. Per tali ragioni, l’Istituto che io dirigo predilige il contemporaneo in tutti gli ambiti (artistico, musicale, cinematografico, letterario), sempre sottolineando che, logicamente, senza un grande passato non sarebbe possibile un grande presente.

Come è l’Italia vista dalla vostra città? Come è percepita la cultura italiana nel contesto in cui operate?
In Spagna, e a Madrid in particolare, l’immagine dell’Italia è molto legata agli anni ’60 e ’70, quando il Paese che ci ospita era governato da una dittatura feroce mentre l’Italia era già una democrazia matura. Per ragioni evidenti di affinità linguistico-culturali, gli spagnoli guardavano a noi, e al nostro Istituto in particolare, con grande attenzione; qui infatti vennero ospitati in quegli anni tutti o quasi i grandi nomi della cultura italiana, da Pier Paolo Pasolini a Luciano Berio, da Umberto Eco a Carla Accardi, da Giulio Einaudi a Italo Calvino. Poi, poco a poco le cose sono cambiate. La Spagna si andava facendo democrazia piena e l’Italia perdeva man mano il suo appeal a favore di Paesi come la Francia, la Gran Bretagna e soprattutto gli Stati Uniti. Ora, la nostra immagine a livello culturale è legata da un lato (soprattutto per quanto riguarda il cinema) a quegli anni, per tutti i restanti ambiti gli spagnoli ci identificano soprattutto col nostro passato. È questa percezione che stiamo cercando, per quanto ci è possibile, di cambiare.

Credete che la reputazione italiana stia fronteggiando un momento di decadenza? Se sì, come questo influisce sul vostro lavoro?
Nonostante l’incertezza a livello politico, dovuta a fattori contingenti che non sta a me analizzare, rimane alta – perlomeno in Spagna – la stima per il nostro Paese, soprattutto per le sue risapute qualità, di inventiva, di creatività, di intraprendenza; continua ad essere molto amato il “prodotto” Italia, ossia il suo design, la sua moda, la sua enogastronomia. L’Italia, come si dice con un termine forse poco elegante, è un brand che ancora tira molto forte.

Carmelo Di Gennaro
Carmelo Di Gennaro

In che modo rientra l’arte contemporanea nei vostri programmi?
L’arte contemporanea gioca un fattore chiave nel nostro programma di rinnovamento dell’immagine dell’Italia, tant’è che su questo settore abbiamo puntato moltissimo, sia in termini di risorse (le poche che abbiamo), sia in termini di lavoro e promozione a mezzo stampa. Adesso, dopo tre anni di intensa attività, iniziamo a vedere un ritorno, ossia una rinnovata presenza di operatori del settore alle nostre mostre (direttori di musei, galleristi, critici d’arte, curatori), nonché una ricaduta positiva su tutte le nostre attività a livello di pubblico più giovane. L’aver inserito le nostre mostre nelle attività del Pasaporte cultural dell’Università Carlos III di Madrid (ossia, agli studenti che vengono a visitare le esposizioni viene apposto su di un “passaporto” ad hoc un nostro timbro, che serve loro per ottenere crediti universitari in humanidades, ossia materie umanistiche) si è dimostrata scelta vincente, giacché ci garantisce molto pubblico giovane. Inoltre, quando è possibile cerchiamo di collaborare con le gallerie madrilene che rappresentano qui gli artisti che presentiamo (come è accaduto per esempio con le mostre di Botto&Bruno, realizzata in collaborazione con la Galleria Oliva Arauna, o di Vedovamazzei, realizzata in collaborazione con la Galleria Fúcares), in modo tale da realizzare un progetto a double face, con una esposizione più ampia e “istituzionale” nelle nostre sale, abbinata a una complementare (e per forza di cose più “commerciale”) in galleria.

Con quali risultati?
Ciò gratifica gli artisti (che godono di doppia visibilità), li stimola ad approntare un progetto congiunto su due spazi espositivi e allo stesso tempo invoglia i loro galleristi, che possono contare su di un rientro economico e su di un abbattimento dei costi per realizzare i progetti. Devo dire che anche alcune gallerie italiane e straniere si sono dimostrate disposte a lavorare con noi, com’è successo con Giorgio Persano (che ha collaborato alla mostra di Paolo Grassino) e con Jerome Zodo (che ha collaborato alla mostra di Federico Solmi).

Federico Solmi in mostra a Madrid
Federico Solmi in mostra a Madrid

A suo parere di quale posizionamento gode all’estero l’arte italiana?
Nel nostro Paese c’è un grandissimo numero di artisti mid-career, che meritano una maggior diffusione all’estero; in Spagna, per esempio, fatta eccezione per il caso di Maurizio Cattelan e di pochi altri (come i “grandi vecchi” Pistoletto, Kounnelis, ecc.) gli artisti italiani non godono della considerazione che invece meritano. Basta citare un semplice dato; negli ultimi cinque anni, nessun artista italiano ha avuto l’onore di una mostra al Reina Sofia, nel resto della Spagna solo la Tabacalera di Murcia ha dedicato una personale a Francesco Vezzoli, mentre il CAC di Malaga lo ha fatto con Monica Bonvicini.

Su quali risorse economiche contate per portare avanti il vostro lavoro?
Questo naturalmente è il punctum dolens dell’intera questione. Le dotazioni ministeriali, per ovvi motivi, si vanno riducendo vieppiù, ragion per cui è obbligatorio cercare fonti alternative di finanziamento, leggi sponsor. L’Istituto che dirigo è riuscito piuttosto bene, considerata anche la violenta crisi economica che ha colpito la Spagna, a reperire fondi privati, però il settore che soffre di più è proprio quello dell’arte contemporanea. Io credo non sia un caso; l’arte contemporanea rimane un settore “difficile” per gli sponsor, a meno che non si tratti ovviamente di appoggiare grandi istituzioni museali. Su questo punto, tanto noi gestori culturali come gli artisti dobbiamo lavorare di più, evidentemente, pena la cronica mancanza di fondi.

Santa Nastro

http://www.iicmadrid.esteri.it/IIC_Madrid

 

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.