La Carmen a Genova: tra opera lirica e cinema

Una versione “rivoluzionaria” della leggendaria Carmen di George Bizet, diretta a Genova da Davide Livermore. Che decide di ambientare la storia a Cuba anziché in Spagna. Ad accompagnare l’opera, due film muti ispirati all’opera.

Teatro Carlo Felice, Carmen - foto Marcello Orselli

Ho visto e ascoltato innumerevoli volte la Carmen musicata da Georges Bizet, opéra-comique in quattro atti su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, ispirata alla novella omonima di Prosper Mérimée, rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1875. Non potevo certo perdere la versione “rivoluzionaria” del regista Davide Livermore, andata in scena al Teatro Carlo Felice di Genova dal 9 (in effetti dal 13, a causa degli scioperi di parte del personale) al 31 maggio.
A dirigere l’orchestra locale con grande energia è Andrea Battistoni, talento emergente appena 27enne di origine veronese, che sottolinea come esistano molte Carmen, che si muovono principalmente su due registri: la passionalità dirompente e la finezza tipica dell’opera ottocentesca francese. Lui ha condiviso la concezione del creativo regista torinese, che ha firmato anche scene e luci dello spettacolo.
Davide Livermore, regista residente al Teatro Carlo Felice per il prossimo biennio, spiega che le ragioni della sua Carmen, ambientata a L’Avana anziché a Siviglia, sono da ricercarsi nella partitura stessa: Bizet scelse proprio una habanera per presentare la sua protagonista, che al ritmo della danza di origine cubana canta L’amour est un oiseau rebelle, quando compare tra le sigaraie davanti ai giovanotti che le aspettano.
Un’altra ragione dello spostamento spazio-temporale è per Livermore il senso dell’altrove: la Spagna non è più il paese dell’ambientazione di passioni torbide, lontane da noi, che non ci appartengono, mentre Cuba lo è ancora. Così la sovrapposizione alla tradizionale Andalusia del 1820 con i giorni del Triunfo de la Revolución di Fidel Castro del 1959 diventa inquietante.
Non ci sono la corrida, i tori, il sangue nell’arena, ma si è all’interno di una battaglia rivoluzionaria, “senza interpretazioni politiche e al di là delle ideologie”, sottolinea il regista, “pur con una forte consistenza simbolica”, dove la morte di Carmen assume un valore definitivamente universale.

Teatro Carlo Felice, Carmen - foto Marcello Orselli
Teatro Carlo Felice, Carmen – foto Marcello Orselli

Il “sistema di segni” funziona in tutta la narrazione: la piazza di Siviglia del I atto diventa il lungomare dell’Avana; la gente fuma sigari cubani; la taverna di Lillas Pastia del II atto diventa il cabaret Tropicana; il rifugio dei contrabbandieri del III atto è un avamposto dei “barbudos” rivoluzionari sulla Sierra Maestra; la lettura delle carte è caricata di incantesimi rituali; la Feria de Sevilla del IV atto si trasforma nella festa per l’arrivo di Castro; e Don José è un ex brigadiere dell’esercito del regime di Fulgencio Batista.
In tutto ciò la musica resta immortale, come la straordinaria storia d’amore che inizia come un’operetta e finisce in tragedia. Il “paesaggio” che Carmen rappresenta è delineato sin dal preludio dell’opera, in quelle cinque note – definite da Nietzsche “un epigramma della passione” – che costituiscono il tema di morte, il destino davanti al quale la protagonista non arretra, nel suo anelito estremo, e quanto mai attuale, di libertà (Et sur tout la chose enivrante: la liberté! la liberté).
I costumi, colorati ed eleganti, di Gianluca Falaschi e le scenografie di Enrico Musenich funzionano perfettamente. Tre cast di primissimo livello si alternano nelle recite, con molti giovani talenti e con un gran bel Coro di Voci Bianche guidato da Gino Tanasini. Nello spettacolo al quale assisto Carmen è interpretata da Annunziata Vestri, alta e magra e dalle spiccate doti recitative; Micaëla è Maria Teresa Leva, Don José è Leonardo Caimi, Escamillo è Alexander Vinogradov.
Notevole è poi l’opportunità offerta dal Teatro Carlo Felice di assistere la sera del 16 maggio a un concerto sinfonico originalissimo. Vengono proiettati due film muti del 1915, ispirati alla figura di Carmen, realizzati da due grandi registi dell’epoca, mentre la colonna sonora è eseguita in sincrono dal vivo. L’Orchestra del Teatro è diretta da Timothy Brock, uno dei massimi esperti al mondo nel campo della musica per film.

Timothy Brock - foto Marcello Orselli
Timothy Brock – foto Marcello Orselli

La Carmen di Cecil B. DeMille – con musica di Bizet selezionata e arrangiata da S. L. Rothapfel e Hugo Riesenfeld (ricostruita da T. Brock nel 1995), con i temi più popolari dell’opera originale “montati” in una sonorità inizio Novecento – rappresenta l’archetipo della femme fatale. Data l’opposizione della famiglia di Bizet, lo sceneggiatore del film, William, fratello del regista, dovette rifarsi alla novella di Mérimée, dove è assente il personaggio rassicurante di Micaëla. Il finale si allinea invece al cinema di genere tragico dell’epoca, per cui Don José, dopo aver ucciso Carmen, non si costituisce ai gendarmi, ma si pugnala sul suo cadavere.
Il film segnò il debutto cinematografico del soprano Geraldine Farrar, una star del Metropolitan specializzata nel repertorio verista.
A Burlesque on Carmen è la parodia dell’opera di DeMille che Charles Chaplin girò immediatamente nello stesso anno – la musica originale è andata perduta e T. Brock, su commissione nel 2012 del Teatro de la Zarzuela di Madrid, si è liberamente ispirato a Bizet.
Anche se il materiale messo in distribuzione dalla casa di produzione Essanay (alla quale Chaplin fece causa, perdendola) è “gonfiato” rispetto alle intenzioni del regista, che aveva operato molti tagli, diverse sequenze sono veramente memorabili, come il duello tra Don José (interpretato da lui stesso, con le movenze e i tic del personaggio di Charlot) e l’ufficiale delle guardie o il finale costruito su uno stratagemma “metacinematografico” che ridicolizza il melodramma in generale. Carmen è impersonata da Edna Purviance, all’epoca compagna di Chaplin.

"A Burlesque on Carmen" di Charles Chaplin
“A Burlesque on Carmen” di Charles Chaplin

Entrambi i film sono dotati di didascalie che anticipano la prima inquadratura della sequenza successiva. I molti piani americani o primi piani della diva protagonista sottolineano in DeMille l’enfaticità della narrazione e della gestualità, mentre certe scene crudamente veriste rasentano anche una violenza estrema. In Chaplin gli stessi motivi sono genialmente deformati e il tono da opera lirica ottocentesca, che nel primo film potrebbe far sorridere uno spettatore dei nostri tempi, nel secondo caso si dimostra ancora affettuosamente attuale.

Linda Kaiser

www.carlofelicegenova.it

 

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Linda Kaiser
Linda Kaiser (Genova, 1963) è laureata in Storia della critica d’arte all’Università di Genova, dottore di ricerca in Storia e critica dei beni artistici e ambientali all’Università di Milano, specializzata in Storia dell’arte contemporanea alla Scuola di Specializzazione in storia dell’arte dell’Università di Siena. È critico d’arte contemporanea, giornalista, fotografa e curatore. È specialista di Fluxus, Outsider Art, Mail Art, Arte Povera, Anacronismo, museologia e cultura d’impresa. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati (tra questi, Genova, Palazzo Ducale: “Arte Povera: la prima mostra”, 2012; “Andrei Molodkin. Transformers No. M208”, 2014). Ha tenuto seminari di arte presso le Università di Genova, Siena, Milano e Kassel. Già consulente scientifica di Assolombarda, ha contribuito a fondare nel 2001 a Milano l’Associazione Museimpresa. Ha ideato e curato l’Archivio Storico Riva a Sarnico (BG). Sta costruendo l’Archivio Storico Cressi a Genova. È autrice di monografie come “L’Anacronismo e il ritorno alla pittura. L’origine è la meta” (Silvana Editoriale, 2003) e della prima Guida Touring dedicata al “Turismo industriale in Italia. Arte, scienza, industria: musei e archivi d’impresa” (TCI, 2003). Pubblica servizi e foto su Artribune dal 2012; su altri periodici e portali scrive di arte, spettacoli, musica, cultura d’impresa, nautica, food & wine. Elabora e crede in modelli propositivi che promuovano una politica culturale interdisciplinare.