I musei e la trasparenza. Analisi e maglie rosa secondo Irene Sanesi

Una operazione utile da parte del Ministero sarebbe proprio questa: donare a ogni direttore una copia de “Il valore del museo”. Per cominciare finalmente a ragionare con trasparenza. Intanto noi abbiamo intervistato l’autrice.

Irene Sanesi

I concetti fondamentali li stai raccontando su Artribune Magazine nella tua rubrica Gestionali. Ritiriamo però qualche filo. Accountability e modello del valore: ci spieghi di cosa si tratta?Dell’esigenza, ormai urgente per le istituzioni culturali, di “rendere conto con trasparenza”, e di farlo oltre i numeri, attraverso indicatori che esprimano il valore culturale.

Parlare di numeri e musei sembra ancora una bestemmia per certi ambiti italiani, nonostante l’economia della cultura non sia esattamente una disciplina “nuova”. Sfatiamo qualche mito?
Sì. Dobbiamo superare la dicotomia fra il mito del museo-azienda secondo una visione profit e quello del museo-tempio secondo un orientamento autoreferenziale e chiuso. C’è bisogno di un approccio nella “terra di mezzo” ispirato alla sostenibilità e di strumenti quali il bilancio economico. Il rendiconto entrate/uscite può andare bene per piccole realtà e comunque non misura lo stato di salute dell’impresa culturale né tanto meno la sua sostenibilità.

Conservazione e valorizzazione: come si coniugano questi due approcci?
Facile: con la gestione: il governo dell’in­sieme di comportamenti, operazioni e fatti attraverso i quali ogni stabile intrapresa si esprime nell’esistente e nelle sue prospettive, senza la quale non si darebbero né promozione, né tutela.Il museo infatti è un organismo vivente che sfida l’incertezza e non può essere “zippato”: per comprenderlo dobbiamo coglierne i processi e le dinamiche, e forse dobbiamo farlo con modelli nuovi.

VAC – Valore Aggiunto Culturale: una definizione.
Un modo diverso di vedere e valutare il museo, non solo di organizzarlo. I cinque indicatori del VAC (reputazione, fattore di impatto culturale, varietà delle proposte culturali, effetto moltiplicatore sullo sviluppo locale, efficacia ed efficienza dei prodotti generati) colgono la complessità (cum-plexus, ciò che è intrecciato) e la visione d’insieme, secondo un approccio che supera la mera funzionalità e osserva il museo come processo piuttosto che come insieme di cose od oggetti.

Le novità del libro Il valore del museo non finiscono qui…
No, in effetti. La parte inedita del modello di accountability riguarda gli indicatori intangibili che misurano il valore immateriale. Alcuni più classici, come il posizionamento strategico o il fundraising, altri meno scontati, quali il tempo e la demografia. Un lavoro in progress e una ricerca stimolante che fonda le sue radici nel lavoro di Adriano Olivetti e negli studi della omonima fondazione.

Il case study che analizzi nel libro è quello della Fondazione Museo del Tessuto di Prato. Cosa ne pensi della gestione del Pecci, sempre a Prato?
Per poter fare un paragone bisognerebbe declinare per il Pecci gli stessi indicatori. Certamente un dato significativo per il Museo del Tessuto è quello con cui si indicano le risorse proprie generate dalla gestione rispetto a quelle pubbliche esterne ricevute (50,8%%), un dato che penso faccia invidia a molti musei, Pecci incluso. In fondo l’obiettivo del modello del valore è anche quello di attivare una competitività cooperativa fra le istituzioni.

Se dovessi dare una maglia rosa e una nera ai musei d’arte contemporanea italiani, quali citeresti? E all’estero, quali sono i modelli?
Se parliamo di accountability, sono davvero pochi i musei che pubblicano i propri dati, almeno dai riscontri sui siti web: fra questi Palazzo Strozzi, Torino Musei e il Museo del Tessuto naturalmente: maglie rosa! Quindi il primo problema da affrontare è di tipo culturale: ci crediamo nel “rendere conto con trasparenza”?
In ambito anglosassone funziona un modello di rating stellare (un po’ come nel turismo per gli alberghi) con un massimo di quattro stelle: è semplice, riduttivo per certi versi, ma rispetto all’interlocutore esterno molto efficace. Continuo a sostenere che dall’estero dobbiamo copiare il principio (accountability) ma studiare forme di rappresentazione distintive e capaci di raccontare la peculiarità italiana.

Irene Sanesi - Il valore del museo
Irene Sanesi – Il valore del museo

Quanto ha influito la crisi sulla gestione dei musei? In linea generale, ci si sta arroccando nelle torri d’avorio o ci si apre a letture diverse della gestione stessa?
La crisi è stata ed è soprattutto crisi dei trasferimenti pubblici alle istituzioni museali, mentre i consumi culturali reggono. Siamo ancora dentro un cambiamento: il museo, creatura europea diffusasi ovunque, si sta evolvendo e avrà successo con modelli di governance e gestione che, considerando la “semenza” culturale, sono in grado di intercettare in tempo le opportunità.

La formula britannica, che prevede accesso gratuito alle collezioni statali, potrebbe funzionare in Italia, con una adeguata programmazione di mostre temporanee e “servizi aggiuntivi”?
In prospettiva potrebbe funzionare. La condizione è quella di diventare molto bravi nella raccolta fondi: se a un visitatore non viene chiesto il prezzo del biglietto, non è detto che non debba contribuire diversamente. Ma non bisogna dare niente per scontato. La cultura del dono si diffonde laddove l’individuale collettivo è uno status, non una mera percezione. Meno Stato, più Res Publica. In questo l’articolo 9 della Costituzione è stato epifanico.

Casi di cooperazione pubblico/privato come quello che vede coinvolto Della Valle e il Colosseo sono ben strutturati? Esempi da replicare, e se sì, con quali possibili migliorie?
Già prima dell’introduzione dell’Art Bonus si era registrato un “ritorno al passato”: più liberalità per adozioni di monumenti, meno sponsorizzazioni (anche a causa delle restrittive interpretazioni della Cassazione). E così, dopo il Colosseo e TOD’S, la Fontana di Trevi e Fendi, il Ponte di Rialto e Diesel, Trinità dei Monti e Bulgari. Il nodo centrale, al di là della questione fiscale, resta la burocrazia. Perché, non dimentichiamolo, l’animus donandi di privati e imprenditori è ispirato da motivazione e opportunità.

Marco Enrico Giacomelli

Irene Sanesi – Il valore del museo
Franco Angeli, Milano 2014
Pagg. 354, € 40
ISBN 9788820479282
www.francoangeli.it

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014). In qualità di traduttore, ha curato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.