Goffredo Parise, la sua pittura e l’arte. Una lettera aperta

In un articolo scritto da Elena Stancanelli sull’inserto Domenicale di Repubblica si sostiene che “i capolavori del contemporaneo stanno ispirando i nuovi racconti”. È davvero così? Certo, nel racconto oggi entra l’arte, perché è ormai parte della vita. Ma, quando si nomina Goffredo Parise come emblema di questo assunto, qualcosa non funziona più. Lettera aperta di Luigi Meneghelli.

Goffredo Parise, Venezia 1982

Dear Artribune,

volevo segnalare una sorta di piccolo “inciampo” sulle pagine de La Domenica di Repubblica dell’8 giugno scorso. Nell’articolo, peraltro puntuale e preciso (a firma di Elena Stancanelli), intitolato Il romanzo dell’arte, si sostiene che “dietro molti scrittori si nascondono pittori mancati“. Niente da eccepire; qualche nome è ben noto: Francesco Bonami, Tommaso Pincio, Marco Colapietro; e appena qualche anno addietro, Giovanni Testori o addirittura Pier Paolo Pasolini. Ma c’è una chiusa alquanto paradossale, e cioè questa: “Forse lo scrittore italiano che come artista ha fallito con maggior esattezza è stato Goffredo Parise. Che infatti di arte, nei suoi romanzi non scrisse mai…..“.
È vero che tra il 1946 e il 1947 GoffredoParise dipinse strani quadri, tinti di zolfo, sangue e notte (tra espressionismo e fantasie chagalliane); come è vero che nei suoi romanzi più impegnati (da Il prete bello a Il padrone a Il crematorio di Vienna) la questione dell’arte è sempre rimasta ai margini. Ma in realtà di arte (o meglio di artisti) egli si è interessato e ha scritto per tutta la vita. Si può dire, anzi, che tutta la sua scrittura è disegno, pittura, corpo vivo. Ma c’è anche una pubblicazione ormai rara e introvabile, intitolata proprio Artisti (edito dalle Parole Gelate nel 1984 e ristampato da Neri Pozza nel 1994), dove si racconta solo di artisti, mercanti, movimenti (Pop, Anacronismo, Graffitismo).
Io stesso, avendo avuto la fortuna di essere amico di Parise, ho registrato una delle ultime interviste da lui rilasciate (nella sua casa a Ponte di Piave), in cui mi parlò dei suoi amati autori, della loro figura fisica, di ciò che di unico, irripetibile, stravagante c’era in loro. In fondo, diceva, “c’è sempre una vicinanza espressiva tra la persona e la sua opera: anche un quadro ha il ‘naso’, come chi lo dipinge“. Ed ecco allora passare Schifano con il “languore felino, innocente, attonito da piccolo puma“; ecco la Fioroni apparire “con il suo passo leggero” e fermarsi davanti a un negozio di giocattoli: le interessano “le cose minime, certe volte quasi inesistenti, un poco incomprensibili e un pochino assurde“; ecco Cucchiche ha la faccia da matto e la testa da vitello”; ecco Ceroli con “la sua passione intellettuale, crudele, eroica” da falegname; ecco Balla, Angeli, De Pisis, Cornell, Ontani, van Gogh, Gauguin, Chia
Ma anche i galleristi, come Mazzoli, “non indenne da corposità e apparenti deformità“, o Lucio Amelio, che assomiglia a una “pantegana di Toledo lunga lunga e disossata“. E ancora Gian Enzo Sperone, Plinio de Martiis, Fabio Sargentini. Non mancano appunti sulla critica paludata che adopera metodi e linguaggi specialistici: Argan, Bonito Oliva, Barilli. “Morte dell’arte?”, mi diceva. “L’espressività non può scomparire: è un volto, una musica, un canto. E tutto questo non può essere sistemato, catalogato, messo a morte”. Achille Bonito Oliva? “Pure lui un topino uscito dai bassi napoletani, con una prosa oscura, illeggibile”.

Goffredo Parise, Autoritratto, 1946-1947
Goffredo Parise, Autoritratto, 1946-1947

Tanti colpi d’occhio, barlumi, balbettii, come quelli che troviamo anche nei due volumi dei Sillabari. Sono racconti visivi, lievi, sensuali. Non sono scritti sull’arte ma scritti d’arte, germi di un sogno, di una esplosione d’amore. Non voglio mettermi a discutere sulla differenza tra romanzo, racconto o illuminazione (come quella degli haiku, di cui Parise ha scritto con sguardo folgorante nel suo reportage dal Giappone, La bellezza è frigida). Purtroppo, quella magica intervista è stata pressoché spolpata da riviste e quotidiani. È rimasto solo qualche estremo lacerto (sempre interessante, però privo di quella ampiezza d’affresco tipica della prosa di Parise).
Quello che però volevo mettere in evidenza è che Parise all’inizio non ha mai pensato di essere un vero pittore (per cui non ha mai veramente smesso di esserlo) e che invece ha sempre avuto un occhio goloso d’arte. Appassionato e passionale. Una “sensibilità visiva” in cui le scelte escludevano sempre il già detto e il già visto, per privilegiare la novità, l’evento straordinario, come può essere una performance di Gilbert & George eseguita da Sperone. I due artisti “sembravano due ex ballerini da cabaret”, scrive Parise. “Stavano in piedi in una specie di basso soppalco, lo sguardo fisso nel vuoto… per novanta minuti. Una cosa insopportabile, una noia veramente mortale, una insensatezza. Ma una noia e una insensatezza che avevano un senso, un bagliore: estetico”. Come dire che, al di là di tutto, è sempre l’uomo con tutta la sua originalità e la sua estrosità a occupare la scena. Che è lui a fornire il materiale inesauribile che intreccia immagini e storie, opere travolgenti e di scrittori “innamorati”.
La Stancanelli chiude il suo articolo avanzando un’ipotesi, e cioè che forse Parise “del suo fallimento non smise mai di dispiacersi”. Noi chiudiamo con le parole dello stesso Parise, che vanno ben oltre la sua storia personale, ma anche oltre tutte le storie immaginabili: “Noi viviamo una catastrofe perenne, che travolge il passato, il presente e che travolgerà anche il nostro futuro. Domani galleggerà solo qualche rottame, ma sarà quel rottame a rappresentarci”.

Luigi Meneghelli

 

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Luigi Meneghelli
Laureato in lettere contemporanee, come critico d'arte ha collaborato e/o collabora a quotidiani (Paese Sera, L'Arena, L'Alto Adige, ecc.) e a riviste di settore (Flash Art, Le Arti News, Work Art in progress, Exibart, ecc.). Ha diretto e/o dirige testate culturali come Veronalive. Come curatore ha collaborato con spazi pubblici, tra cui Mart, Palazzo Forti, Museion e in occasione di mostre personali ha pubblicato saggi su Kantor, Novelli, Turcato, Vedova, Chiari, Fioroni, Boetti, Mambor, Masuyama, Hernandez, ecc. Ha curato mostre tematiche e di gruppo in Italia e all'estero, come La Pop Art Italiana, La Nuova Scuola Romana, L'Arte Povera, La Body Art. Si è interessato di Pubblic Art con esposizioni e dibattiti. E' stato selezionatore per il Triveneto delle nuove emergenze per riviste ed esposizioni. E' stato commissario italiano per la rassegna internazionale “Frontiera 92” (BZ) e commissario alla Biennale di Venezia (’93)… Insegna presso l'Accademia di Belle Arti di Verona.
  • Fabrizio Spinella

    Luigi Meneghelli restituisce una corretta visione di Goffredo Parise e del suo rapporto con l’arte. Sarebbe interessante sapere se Leo Longanesi, che apprezzò l’esordiente scrittore Parise (per un certo periodo questi pubblicò racconti sul “Borghese”, su presentazione di Prezzolini), avesse avuto occasione di interessarsi pure della sua pittura. Meneghelli può darci qualche informazione?

  • angelov

    In uno dei Sillabari di Parise, c’è un breve racconto dal titolo Libertà, che parla di un giovane pittore americano a Roma… ed è assolutamente da leggere per capire il rapporto di questo sensibile scrittore con l’arte, ma anche con la politica.

    • Luigi Meneghelli

      Hai perfettamente ragione Angelov. Uno dei “racconti-ritratti” inserito in “Artisti” è stato pubblicato anche in “Sillabario 2”. Si tratta proprio di “Libertà”, in cui, come in un acquerello, Parise ritrae l’artista di origine americane Tom Corey: la sua corsa in bicicletta, il suo coprire con gessetti “una carta gialla da macellaio”, il suo tratteggiare leggero paesaggi o interni. E’ vero, che l’artista incontra una signora della politica “lenta e autoritaria” e “battagliera”, ma non si parla mai di politica. Parise in nessun scritto impiega una “logica ideologica”. Non pensa mai in termini assoluti. Per lui (come per Pasolini) i problemi personali della gente sono infinitamente più importati di quelli generali. Troppo astratti, astrusi, generici.

  • Luigi Meneghelli

    Puntuale, Fabrizio, il tuo commento.
    Ovviamente mi auguro che si sia capito che il testo conteneva solo
    alcuni frammenti di una lunga chiacchierata. E che, quindi, molto è
    nascosto dietro al poco riportato. Mi chiedi se Leo Longanesi abbia
    apprezzato la pittura un po’ torbida, un po’ allucinata di
    Parise. Ti posso solo dire che quando Parise scrisse il suo primo
    libro “Il ragazzo morto e le comete” (ed. Neri Pozza) era il
    1950. E che conobbe Leo Longanesi solo nel 1953, dopo il suo
    trasferimento a Milano per collaborare al “Corriere”. Quindi c’è
    un intervallo di quasi sette anni tra la sua “ambizione pittorica
    alla Chagall”, come la chiamava lui (risalente al 1946-47), e
    l’incontro con Longanesi. “Quando ho visto delle tele autentiche
    di Chagall alla Biennale del ‘48, mi disse lo stesso Parise, ho
    buttato i pennelli per prendere la penna”. Ma, la sua, era già
    un’arte narrativa, più che pittorica. E, quindi, nessun distacco
    tra “i primi racconti visivi e i successivi racconti scritti”.
    Anche se ancora non c’era il sostegno di Longanesi.

  • giorgio

    Le inesattezze dei nostri giornalisti arrivano a tanto, negare che parise abbia mai scritto d’arte? Grazie Meneghelli, per questo ritratto più nitido, che ci riporta un’umanità e una sensibilità profonde.

    Mi domando, invece, se l’arte a cui guardano i nuovi scrittori non sia sempre l’immagine, il simbolo, ormai più forte della parola nella cività delle immagini.