Cultura e constituency

Perché in una democrazia possano esistere politiche culturali qualificate occorre che la domanda di cultura sia diffusa, radicata e sostenuta da un’opinione pubblicata informata e indipendente. Occorre una “constituency” adeguata. Perché? Molto semplice…

Michele Dantini

Quando un ministro dell’istruzione, della ricerca o della cultura si siede al tavolo del Consiglio dei ministri e chiede investimenti, la sola cosa che ha importanza è se il Primo ministro concederà o meno il denaro. Sì o no. Tutto qua. Sappiamo anche che il Primo ministro (e il ministro dell’economia) concederà il denaro richiesto se e solo se percepirà che le ragioni della cultura (in senso lato) sono comprese e condivise da tutti. Non lo concederà invece se riterrà che i soli beneficiari dell’investimento saranno i professionisti del settore.
Come stiamo in Italia quanto a constituency? Molto male. L’elettorato culturale è una microfrazione della popolazione. Culture popolari e imprenditoriali sono non di rado avverse alla “cultura”. Così pure, per motivi diversi, ampie parti della burocrazia centrale. Dunque? Dunque niente, se non apriamo le nostre menti, poniamo fine alla lamentela rivendicativa e non cambiamo modo di comunicare al di fuori della cerchia. In primo luogo: quali sono le nostre buone ragioni?
Non dobbiamo certo raccontarcela tra di noi. Noi siamo già persuasi che (poniamo) l’“arte contemporanea” meriti attenzione istituzionale. No. Dobbiamo parlare (e convincere) coloro che non la pensano come noi. E che nutrono un ragionevole (o irragionevole) sospetto per gli sciami da vernissage.

Michele Dantini - Geopolitiche dell'arte
Michele Dantini – Geopolitiche dell’arte

La domanda giusta è: perché arte contemporanea, ricerca e innovazione culturale debbono interessare al contribuente, cui intendiamo chiedere risorse? La sola risposta che possiamo dare è: perché un’offerta culturale qualificata accresce opportunità individuali e benessere sociale. Educa alla complessità, al cosmopolitismo o al rispetto dell’ambiente e distacca dalle limitazioni dell’unica cultura familiare o territoriale. Non è difficile astrarsi dal proprio punto di vista narcisistico e corporativo: ma certo l’eventuale istruzione universitaria in storia dell’arte, le chiacchiere curatoriali, la compulsazione di gran parte delle riviste e circa quattro decenni di postmodernismo deiettivo non aiutano ad argomentare in termini pubblici.
Abbiamo bisogno di porre domande semplici e generali e dare risposte altrettanto semplici e generali per ampliare la nostra esile constituency. Per far ciò, dobbiamo in primo luogo riflettere sul rapporto tra “arte contemporanea”, cittadinanza e democrazia.

Michele Dantini

editorialista e saggista
docente di storia dell’arte contemporanea – università del piemonte orientale

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #18

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

CONDIVIDI
Michele Dantini
Storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, Michele Dantini insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali. Laureatosi e perfezionatosi (Ph.D.) in storia della filosofia e storia dell'arte presso la Scuola Normale Superiore di Pisa; Eberhard Karls Universität, Tubinga; The Courtauld Institute, Londra; Ludwig-Maximilians-Universität München, collabora con i principali musei di arte contemporanea italiani ed è responsabile del Master MAED al Castello di Rivoli. Scrive di arte contemporanea, politiche culturali e dell’innovazione, tecnologia, Rete e digitale. Tra le pubblicazioni recenti Geopolitiche dell’arte italiana. Arte e critica d’arte nel contesto internazionale (Milano 2012); Arte contemporanea, ecologia e sfera pubblica (Roma 2012); Humanities e innovazione sociale (Milano 2012); Apple cosmica. Come le narrazioni fantascientifiche modellano il design e il marketing della Mela (Milano 2012); Horses and other herbivores (Bezalel Academy of Art and Design, Jerusalem 2010). Coautore dei manifesti TQ “università e ricerca” e “patrimonio storico-artistico e ambientale”, è interessato ai temi della diversità culturale e del cosmopolitismo postcoloniale. Il suo Diario Namibiano (e/o, Milano 2003), inchiesta sulle trasformazioni delle abilità tradizionali in Africa australe all’ingresso nel mercato globale condotta in collaborazione con la National Gallery di Windhoek, è stato finalista del premio Paola Biocca|Società Italo Calvino nel 2002. Suoi reportage e fieldworks sono stati presentati alla Fondazione Merz, Torino; CCCS Strozzina, Firenze; Centro di arte contemporanea Luigi Pecci, Prato; Centre de la Photographie, Ginevra; MAO, Torino. Collabora a L’Huffington, Alfabeta2, Doppiozero, ROARS, Il giornale dell’arte, il manifesto.
  • Mario Necchi

    dantini, tutto vero. Ma prima dovete convincere l’opinione pubblica che, tra critici e artisti, non parlate al vostro ombelico, ma comunicate almeno, dico almeno, con quella parte della società di media istruzione e buona curiosità disponibile a imparare cose nuove. la sensazione, e qualcosa di più della sensazione, è che da quando l’arte è filtrata dal concetto, essa sia divenuta elitaria, specialistica, snob e quindi elucubrazione da rigettare o al massimo provocazione da guardare con occhio perplesso per passare rapidamente ad altro. L’arte è stata emarginata dai grandi giochi della vita contemporanea, e felice di ciò, si è fatta ancor più emarginare. auguri.