Xing Danwen. Un’intervista tra Mao e Ai Weiwei

È nata un anno dopo la Grande Rivoluzione Culturale dettata da Mao, ha conosciuto da vicino la stagione della repressione di piazza Tienanmen e guarda con preoccupazione, oggi, all’euforica crescita incontrollata della sua Cina. Prima personale italiana, alle Officine dell’Immagine di Milano (fino al 28 giugno), per Xing Danwen. Con cui parliamo del rapporto fra Oriente e Occidente.

Xing Danwen. Urban Fiction #19, 2006 - Courtesy l'artista e Officine dell'Immagine

Uno dei tuoi lavori più iconici, risalente agli Anni Novanta, titola Born with cultural revolution. Cosa rimane, nella tua arte, di quella Cina?
Penso che tutti i soggetti che ritraggo nel mio lavoro siano correlati alla mia personale esperienza, al modo in cui sono cresciuta. Tutto è cominciato con la Rivoluzione Culturale e poi ha seguito i rapidissimi mutamenti che hanno accompagnato la crescita economica del Paese, che oggi ha molto a che vedere con i temi che tratto.

Ultimamente ti sei interessata in modo sempre più netto al rapporto tra la cultura orientale e quella occidentale, analizzando influenze reciproche e processi di omologazione. Come vedi il tessuto sociale cinese oggi?
La Cina è stata fortemente influenzata dall’Occidente, specialmente negli ultimi vent’anni. Sappiamo come il Paese fosse indietro rispetto agli standard e ai modelli di vita occidentali, per quanto riguarda sia l’economia sia un’idea di progresso in senso lato; oggi questa cultura è diventata dominante, soprattutto per le nuove generazioni. Per i cinesi, che si sentono arretrati, lo stile di vita occidentale è un modello da raggiungere: vogliamo essere più forti, vogliamo essere migliori. Vogliamo essere i migliori.

La tua prospettiva è molto orientata al presente e al futuro, eppure la Cina è un Paese di antiche tradizioni, ricco di forti specificità locali. Hai mai lavorato sulle diverse sfaccettature della cultura cinese? Sul suo background più profondo e ancestrale?
Io sono una han [il gruppo etnico a cui appartiene oltre il 90% dei cinesi, N.D.R.] e ho sempre vissuto in grandi città. Sono nata e cresciuta a Xi’an, una delle antiche capitali del Paese, poi mi sono trasferita a Beijing. Per cui penso che, di base, la mia visione sia in linea con quella della maggioranza dei cinesi: nel mio lavoro non includo tracce forti delle nostre radici identitarie o religiose, semmai mi concentro su un piano più individuale per arrivare a parlare di temi che siano davvero universali.

Tra questi quello, molto global, del destino dei rifiuti tecnologici. Parliamo di prodotti che spesso nascono in Estremo Oriente, “vivono” in Occidente e poi tornano indietro in forma di spazzatura. Cosa ti ha affascinato di questo percorso?
Nel mio lavoro attuale esploro e svelo il tema del costo del progresso, mi faccio domande sui problemi che dobbiamo fronteggiare per sostenere i cambiamenti del nostro modo di vivere. Nel progetto che ho dedicato ai rifiuti della tecnologia, che ho chiamato disCONNEXION, ragiono su questo argomento affrontandolo secondo più livelli: parto dal fatto che questo tipo di rifiuto è qualcosa con cui non solo noi cinesi, ma tutti nel mondo dobbiamo relazionarci, e mi chiedo in che modo e in che misura lo facciamo. Sappiamo poi che le dinamiche della crescita dei consumi seguono la regola, se vuoi banale, del prodotto nuovo che sostituisce quello vecchio: quanto continueranno a condizionarci, questi oggetti ormai ridotti a spazzatura, in futuro? Non sono forse un incubo che incombe su di noi? E ancora: gli oggetti che uso in questo mio lavoro sono per lo più usati in Occidente e, una volta gettati, spediti in Cina, dove alimentano il business del riciclo. Un sistema che ha però costi mostruosi, davvero spaventosi, in termini di effetti sull’inquinamento del territorio e che sottintende una visione quasi imperialista del lavoro, se pensiamo alle condizioni a cui è costretto chi è impiegato in queste attività.

Come traduci queste riflessioni su un piano estetico?
È per questa serie di motivi che ritengo interessante guardare ai dettagli degli oggetti, alle loro parti. È il motivo per cui scatto foto molto ravvicinate, piane, diverse da quello che potrebbe essere un modo giornalistico di affrontare il tema. Così gli oggetti diventano astratti, ma al tempo stesso rivelano attraverso la complessità dei dettagli quella del tema che affrontano. In più, dal punto di vista della prospettiva puramente artistica, cerco di creare immagini minimali, eleganti, che contrastino con le problematiche da cui nascono e che diano così un impatto più interessante al lavoro.

Xing Danwen. disCONNEXION #12, 2002 - Courtesy l'artista e Officine dell'Immagine
Xing Danwen. disCONNEXION #12, 2002 – Courtesy l’artista e Officine dell’Immagine

La tua arte affronta temi di forte impatto sociale: ti riconosci nell’etichetta dell’artista politica?
Riconosco come non possiamo vivere senza politica, dal momento che siamo in una società organizzata e condizionata dalla politica stessa. Ma non m’interessa essere considerata un’artista che fa politica: non è il mio approccio, che è quello di essere semplicemente una buona artista. Come tale, con il mio lavoro, mi limito a porre domande; non penso di essere in grado di risolvere alcun problema, al più di riuscire a creare una coscienza nel pubblico, a farlo riflettere sulla nostra società, sul modo in cui viviamo. Questa è la mia missione: far pensare la gente.

Parlare di certi temi associati all’arte contemporanea significa, in Cina, riferirsi in modo automatico ad Ai Weiwei. Come giudichi la sua esposizione mediatica? Sei d’accordo con il suo modo di impegnarsi in favore dei diritti civili?
Ai Weiwei è una persona molto speciale, che fa sentire la sua voce in modo forte e chiaro nel mondo, ma credo sia più un intellettuale che una figura politica. Ci sono molti artisti che fanno altrettanto in Cina, pur in modo e con linguaggi diversi; artisti di cui voi in Occidente, forse, nemmeno conoscete il nome. Ai Weiwei è una figura importantissima, è chiaro, ma la sua voce è una delle poche che l’Occidente riconosce. Quando ce ne sono molte altre.

Francesco Sala

www.danwen.com


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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.