Nuovi paesaggi urbani (VII): le “zone” in China Miéville – parte I

Una discesa nel mondo del fantastico e del bizzarro. Tra generi post-fantasy come il “new weird” e le possibili ibridazioni tra horror, fantascienza e gothic. Secondo lo scrittore China Miéville, ci troviamo di fronte a un nuovo concetto di “zona”.

China Miéville

Secondo lo studioso John Clute, “the genre of the Fantastic began to be invented in tune with the changing world after 1975, and… the story devices of the fantastic constitute a series of exorbitant utterances of that change” (in The Darkening Garden: A Short Lexicon of Horror Review, Payseur & Schmidt 2006, p. 61): i generi cambiano, sostiene sempre Clute, perché il mondo chiede loro di cambiare. Nasce dunque un genere post fantasy come il New Weird, che evidenzia la rapida ibridazione tra horror, gotico, fantascienza e il relativamente nuovo dark fantasy.
Lo scrittore China Miéville arriva a considerare il fantastico quale categoria generale che comprende i generi irreali science fiction, fantasy e gotico. La sua scrittura è sempre stata caratterizzata da quello che potrebbe essere definito “genre bleed”, una tendenza a incorporare elementi di tutta una gamma di generi diversi. L’autore afferma: “I find that bleeding of genre edges completely compelling. There’s been a (to my mind rather scholastic and sterile) debate about whether Perdido Street Station is science fiction or fantasy (or even horror, it made the long list for the Bram Stoker Award). I always say that what I write is weird fiction, in that it is self-consciously at the intersection”.
Il testo del Weird Fiction, prodotto di questa nuova commistione, implica un passaggio attraverso strane spatial zones, bizzarre topologie che producono anomalie, distruggono categorie e dissolvono o ricostituiscono identità. In un certo senso queste zone sono commenti meta-critici; sottolineano la dissoluzione stessa delle regole del genere. In altre parole, il romanzo tematizza la sua stessa “ibridità generica”.
Le zone non sono mai spazi facili da occupare: sono spesso snervanti e transitorie, luoghi in cui le leggi usuali sono sospese, come nella “zona grigia” di Primo Levi che esemplifica la sua visione dell’universo del campo di concentramento. Le zone presentano una liminalità che può costituire anche delle possibilità, opportunità per nuove combinazioni.

The City & the City
The City & the City

Mary Louise Pratt definisce l’incontro coloniale come una zona di contatto, uno spazio sociale che spesso produce un violento esercizio del potere coloniale, ma che è anche spazio di uno scambio sorprendente ed inaspettato, dove né i colonizzatori né i colonizzati dominano, ma dove emerge invece una conoscenza ibrida dalla natura interattiva ed improvvisa del contatto. La Pratt sostiene che se si pensa alle culture e alle letterature come discrete, coerenti e monolitiche allora i lavori ibridi che emergono dalla zona di contatto sembrano anomali e caotici. Afferma: “Autoethnography, transculturation, critique, collaboration, bilinguism, mediation, parody, denuciation, imaginary dialogue, vernacular expression – these are some of literate arts of the contact zone”; e aggiunge subito dopo: “Miscomprehension, incomprehension, dead letters, urea masterpieces, absolute heterogeity of meaning – these are some of the perlis of writing in the contact zone” (Arts of the Contact Zone, “Profession”, 91, 1991, pp. 33-40).
Queste Zone sono più eterotopie che utopie, secondo il suggestivo termine coniato da Michel Foucault per quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano. Per questo motivo, questi spazi eterotopici, costituiscono una sorta di contestazione contemporaneamente mitica e reale dello spazio in cui viviamo. Le Zone del genere post fantastico non sono mai completamente utopiche, forse perché il loro essere caotiche e disordinate viene utilizzato come mezzo per evadere i pericoli di una topologia utopica statica.

China Miéville, The City & the City
China Miéville, The City & the City

I lavori di Miéville, in bilico sui confini dell’horror, del dark fantasy, della fantascienza e dell’utopia, sono romanzi esemplari della Zona. La fusione di questi generi in Miéville viene operata anche a livello locale, nelle sue frasi torturate e barocche, che molto devono alla tradizione di Arthur Machen o William Hope Hodgson, scrittori inglesi minori della svolta del ventesimo secolo molto ammirati da H. P. Lovecraft e celebrati nel suo scritto Supernatural Horror in Literature. Miéville stesso definisce la Weird Fiction come “breathless and generically slippery macabre fiction”.
Ricorrenti nell’opera di Miéville sono le Zone interstiziali, che si aprono casualmente, che si spostano e scompaiono dalla competenza dello spazio organizzato. L’interpenetrazione delle zone diventa il motore della storia in The City and The City (2009), ambientato in due città apparentemente separate che occupano il medesimo spazio geografico e sono strettamente intrecciate: le zone di Miéville sono zone “impossibili”, spazi non euclidei, nei quali, come sostiene Laura Salisbury, “generic transgression is figured in terms of topological complexity”.

Francesca Rosini

 

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Francesca Rosini
Francesca Rosini (Svizzera, 1987) è appassionata d'arte, musica classica e lingue straniere. Recentemente laureatasi con lode nel corso magistrale di Arti, Patrimoni e Mercati dell'Università IULM di Milano, ha mosso i primi passi in ambito curatoriale, della critica d'arte e della scrittura giornalistica. Ha realizzato in veste di curatrice indipendente la mostra “Giuliano Tomaino. De Rerum Natura” (2013) e collaborato alla realizzazione delle mostre “Igort - Pagine Nomadi” (2012) e “Claudio Abate: Obiettivo Arte” (2013) per La Triennale di Milano. Ha lavorato presso La Triennale di Milano e il centro artistico e sperimentale Carpe Diem Arte e Pesquisa a Lisbona.