Dall’Hangar Bicocca alla Biennale di Venezia. Intervista con Joan Jonas

Recentemente l’artista americana Joan Jonas è stata nominata rappresentante del Padiglione Americano alla 56. Biennale di Venezia. Il teatro dell’alterazione, il suo corpo usato come uno specchio e la ritualità energica ne preannunciano il “doppio” arrivo in Italia. Perché a settembre ci sarà una retrospettiva all’Hangar Bicocca di Milano. Abbiamo intervistato l’artista, e pure il curatore Andrea Lissoni.

Joan Jonas, Mirror Piece I Reconfigured (1969/2010), Performance: The Guggenheim Museum, New York, 2010, Photo: Enid Alvares, Courtesy the artist

Il 18 aprile 2014 il nome di Joan Jonas (New York, 1936) ha risuonato ufficialmente come rappresentante del Padiglione USA alla 56. Biennale di Venezia. Manca circa un anno all’inaugurazione dell’evento lagunare, ma l’artista, attualmente docente all’MIT di Boston, comincia idealmente a prepararsi. Pioniera indiscussa dell’intermedialità performativa, il ruolo di Jonas assurge, in quarant’anni di attività, a corpo visuale, ad anima guida di uno spazio della rappresentazione che riscrive il tempo dell’uomo tra il passato del rito e la contemporaneità della danza. Tra l’oggettivazione della poetica teatrale e l’alterazione dello stato organico di natura. Artribune ha raccolto a caldo le prime impressioni, in vista (anche) del più ampio progetto retrospettivo mai realizzato sul suo lavoro. A settembre 2014, all’Hangar Bicocca, a cura di Andrea Lissoni.

Che cosa significa rappresentare gli Stati Uniti a Venezia?
È un onore straordinario e una autentica responsabilità, così come una grande possibilità concessami per concepire ed esporre un nuovo lavoro significativo. C’è un’enorme attenzione e attesa su questa nuova situazione degli Stati Uniti alla Biennale di Venezia e, anche se non si percepisce ora, c’è molto di più in gioco. Non penso a questo incarico come a un mero rappresentare la scena dell’arte degli Stati Uniti d’America, quanto piuttosto, così com’è emerso parlando con molti amici e colleghi che ho incontrato nel mondo e che ho conosciuto durante la mia vita, a una sfida. Questo è l’aspetto vero di ogni opportunità.

Quali temi o aspetti hai intenzione di mettere in risalto?
Credo che continuerò a sviluppare alcune idee scaturite dal mio ultimo lavoro, Reanimation, riguardanti gli aspetti miracolosi del mondo naturale.

Joan Jonas, Organic Honey's Vertical Roll (1972/1973), Performance: Musee Galleria, Paris, 1973, Photo: Beatrice Heiligers, Courtesy the artist
Joan Jonas, Organic Honey’s Vertical Roll (1972/1973), Performance: Musee Galleria, Paris, 1973, Photo: Beatrice Heiligers, Courtesy the artist

Quali connessioni, in senso metaforico, condividerà il tuo progetto alla Biennale con la mostra che stai pianificando con l’Hangar Bicocca?
All’Hangar Bicocca la mostra rappresenterà un’indagine, un rilevamento dell’intero corpo dei miei lavori. Portare avanti questa sorta di analisi, di percorso a ritroso in via di completamento, ritengo che sia di grande aiuto in preparazione della Biennale di Venezia. Guardare le mie opere precedenti, poste in una dimensione di tempo e spazio così concentrata, mi permette di vedere i fili tematici che percorrono e attraversano il mio lavoro, e questo mi aiuterà a espandere alcune idee non ancora sviluppate. Il lavoro che esporrò all’Hangar non è mai stato mostrato prima in maniera così unitaria in uno spazio singolo e anche questa sfida rappresenta per me una nuova esperienza. Mi sento molto fortunata a poter considerare e concepire parallelamente, e a rileggere, il mio percorso di quarant’anni mentre compongo un nuovo progetto per Venezia.

Parlando del disegno e della tua peculiare modalità interpretativa, quanto questa tecnica può rappresentare la tua carriera, il tuo percorso di ricerca?
Ho sviluppato diversi modi, diverse strade per riprodurre il disegno all’interno delle mie performance, in relazione allo spazio, anche attraverso il supporto video, facendolo diventare il soggetto del mio lavoro. Cerco sempre d’inventare diversi dispositivi ed estensioni del mio corpo con l’intenzione di disegnare per avvicinare il pubblico. Io comunque compongo disegni autonomamente, indipendenti rispetto alle mie performance, nell’intimità del luogo nel quale lavoro. Disegnare è, e resta, un’attività centrale del mio lavoro.

Parlando delle tue performance, dei tuoi video, delle installazioni e dei disegni, da dove proviene l’attenzione, la cultura della tua gestualità rituale? Potresti parlarci del tuo primigenio contesto visuale?
Ho sempre amato l’arte. Sono sempre stata assorbita dal mio stesso atto di vedere dipinti, video, sculture, film, architettura e tutte le arti performative, fin tanto che ho memoria. Ho studiato la storia dell’arte e della scultura, imparando da dove tutto ha un inizio. Prima di iniziare a creare performance, sono stata incuriosita dai rituali delle altre culture, a come sopravvivono nel presente e a come sono sorti nel passato, rimanendo nel mito e nella storia dell’uomo. Ritengo infatti che la performance non sia altro che un rito contemporaneo. Sebbene, però, io sia stata influenzata da altre culture e dal passato, il mio lavoro esiste e permane nel presente, diventando appartenenza di questo tempo.

Joan Jonas, My New Theater III, In the Shadow a Shadow (1999), Installation view, Galleria Civica di Arte Contemporanea, di Trento, Trento, Photo: Moira Ricci, Courtesy the artist
Joan Jonas, My New Theater III, In the Shadow a Shadow (1999), Installation view, Galleria Civica di Arte Contemporanea, di Trento, Trento, Photo: Moira Ricci, Courtesy the artist

Intervistato a qualche giorno dalla nomina, Andrea Lissoni, che curerà all’Hangar Bicocca la prima, più ampia retrospettiva di Joan Jonas, ha rivelato alcuni aspetti dell’artista e del suo lavoro. Dimensioni selezionate, l’una incontrovertibilmente rispetto all’altra, da oltre un anno.

Qual è il tuo primo ricordo di Joan e quale la tua sensazione al suo primo lavoro, progetto o performance visto dal vivo?
Credo la prima mostra importante che io abbia visto fosse una grande personale divisa fra il Plateau e l’Hotel de Sully nel 2005 a Parigi. In realtà la prima esperienza dal vivo risale alla performance collettiva con i giovani artisti del CSAV della Fondazione Antonio Ratti, nell’ex Chiesa di San Francesco a Como. Ricordo la sua gioia intensa nel vedere Luigi Ontani seduto fra il pubblico. Poi, più lucidamente, con Arto Lindsay alla Biennale 2009, piccolissima, tagliente e innescata di energia pura. Finalmente, a Umea, nell’ottobre scorso, in occasione della versione live di Reanimation con Jason Moran, ci è stato molto chiaro (ero con Fiammetta Griccioli, assistente curatrice di Hangar Bicocca) con cosa si misurasse davvero Joan Jonas nel suo lavoro.

Quale reazione, quale scintilla è scattata nella Jonas alla vista degli spazi dell’Hangar? Joan ha visitato Hangar Bicocca la prima volta durante la mostra di Mike Kelley, Eternity is a Long Time. Era piuttosto emozionata per l’energia perturbante che emanavano le opere di un artista che conosceva bene e rispettava molto. Senz’altro, non si è spaventata.

Quali aspetti del suo divenire corpo, quotidiano e spazio, come curatore, ritieni siano da sottolineare e perché?
La mostra proverà a trasmettere sensazioni di tempo e di spazio manipolati, all’interno di una grande narrazione personale che si nega orgogliosamente alle necessità e alle convenzioni della Storia. Credo che sarà un’occasione formidabile per conoscere un percorso singolare dentro un mondo-corpo in cui le distanze geografiche, temporali e linguistiche globali si rifrangono ma non si risolvono né si appiattiscono mai.

Joan Jonas, The Shape, the Scent, the Feel of Things (2005), Performance: Dia Beacon, New York, 2005, Photo: Paula Court, Courtesy the artist
Joan Jonas, The Shape, the Scent, the Feel of Things (2005), Performance: Dia Beacon, New York, 2005, Photo: Paula Court, Courtesy the artist

Quali motivazioni, a tuo parere, la rendono rappresentativa, e dunque presenza indispensabile alla prossima Biennale di Venezia nei confronti della scena dell’arte contemporanea americana?
Non ho idea delle motivazioni che ci siano a monte. Ma penso che la sua ricerca abbondi di valori imprescindibili: è una donna; è sinceramente interessata alle urgenze del pianeta, prima di tutto quelle ecologiche; non è in nessun modo dipendente dal mercato; è un’interprete dei valori più sinceri di collaborazione, di confronto e di ricerca interdisciplinare delle neoavanguardie; è seminale rispetto alle pratiche e all’immaginario delle generazioni più recenti (specie quelle post-Internet).

Potresti esprimere un augurio, un pensiero che accompagni la tua ricerca, il tuo progetto su di lei, fino alla sua apertura al pubblico il prossimo settembre?
Joan Jonas è una persona dalla vita esemplare, che regala tantissimo e da cui si può solo imparare, da tutti i punti di vista. L’augurio è che fino all’apertura di Light Time Tales il percorso con lei continui a essere così intensamente di confronto, di condivisione, di crescita professionale e soprattutto umana ed etica per tutto lo staff di HangarBicocca.

Ginevra Bria

http://www.hangarbicocca.org/
http://joanjonasvenice2015.com/


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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.
  • pino Barillà

    Joan Jonas è conosciuta e anche molto brava…
    Ma le performance sono ancora chiuse nel mezzo tecnico del singolo linguaggio.

    In ritardo tutto il sistema dell’arte prosegue ancora per stili e approssimazioni e non per evoluzione.