Chiudere all’apice della notorietà. Angelo Milano racconta il Fame Festival

Grottaglie, provincia di Taranto. Angelo Milano e un gruppo di amici si inventano un festival di Street Art. Gli attriti con gli amministratori locali non mancano ma il “Fame” diventa un caso. E così tutto si ammoscia. E Angelo Milano, allora, decide di chiudere. Lo abbiamo intervistato.

Street art a Grottaglie con Fame Festival

Iniziamo con un po’ di storia. Quando, come e in che circostanze è nato il Fame? Da quali idee, da quali esigenze, da quali stimoli?
Eravamo a cavallo fra il 2007 e 2008, la prima edizione col nome Fame è stata nell’estate 2008. È successo perché ero tornato a Grottaglie e non volevo annoiarmi, è stato necessario importare stimoli da fuori. Un bisogno molto personale, anche lavorativo, che in un certo senso era in linea con i bisogni del Paese intero.

Quando hai capito che la cosa stava prendendo piede e aveva successo?
Quando ho cominciato ad annoiarmi. I primi anni era molto meglio, perché generava molti contrasti ed era divertente, da lì in poi, vista la fama che gli artisti invitati stavano guadagnando, sui giornali e su Internet girava voce che il Fame Festival fosse un evento da supportare. Di conseguenza i contrasti sono spariti e si è affievolito tutto in un consenso generale, letteralmente dettato dai media: più stupido era l’articolo (vedi le gallerie di Repubblica e altre testate ritenute “serie”), più conferiva autorità al festival. La gente spesso non capisce un cazzo!

Economicamente com’è stata questa iniziativa? Ci hai guadagnato? È stato un bagno di sangue?
Dall’inizio è stata una scommessa dalla posta altissima: se fosse andata male ci avrei rimesso a vita! Fortunatamente ogni anno avevo un colpo di fortuna, e non ci ho mai rimesso; al contrario, l’interesse nel festival ha generato traffico sul sito dove commercializzo le serigrafie che produco con gli artisti. Ho venduto molto, per finanziare il festival e per camparci allegramente. Quindi tutto bene, e sempre meglio.

Qual è stato il rapporto con la cittadinanza?
I primi anni, un sacco di punti interrogativi: la gente ovviamente non era pronta né abituata. Poi, come dicevo, quando l’opinione pubblica è stata influenzata dai media, è andato tutto più liscio, e anche quei pochi compaesani ostici hanno cambiato atteggiamento. Che peccato!

Ericailcane a Grottaglie per Fame Festival
Ericailcane a Grottaglie per Fame Festival

Qual è stato il rapporto con le istituzioni locali?
Una tristezza rara. Due-tre assessori ignorantissimi, al pari del sindaco, si sono dati la zappa sui piedi il primo anno, cancellando un murale di Ericailcane. Da lì in poi, avendo ricevuto insulti da tutti i lati, non hanno più aperto bocca né mosso un dito. Erano sotto la costante minaccia del dover argomentare la loro ignoranza. E allora meglio stare zitti.

Quali sono stati i rapporti a livello internazionale?
Con gli artisti rapporti di amicizia, tranne con qualche ego strabordante; con il pubblico sempre molto buoni. Sono venuti dappertutto a vedere cosa stavamo combinando qui.

Quali sono stati i passaggi più difficili e quelli invece che ti hanno dato maggiore soddisfazione?
I più difficili sono stati nella transizione dall’inizio, in cui eravamo un giro di amici (io e gli artisti) che facevano cose per il gusto di farle, stando bene insieme e guadagnandosi da vivere, al momento in cui gli artisti erano – sono – osannati ovunque, con le conseguenze che puoi immaginare: meno tempo per fare quello che ti piace, più preoccupazioni, più rapporti coi soldi (che, attenzione, non vuol dire più soldi)…

Nel 2012 hai allestito l’ultima edizione del festival. Ci elenchi i motivi che ti hanno fatto decidere di chiudere questa iniziativa?
Alla fine dell’ultima edizione era tutto facile: dipingere in giro, fare video, spaccare cose, anche sotto gli occhi delle autorità. Ci abbiamo provato a fare cose brutte e provocatorie, ma in cambio c’erano solo sorrisi e accoglienza. L’attrito originale era scomparso, e questo già non era in rima con lo spirito e l’attitudine del festival.
In più, in giro per la Penisola, come in tutta Europa e non solo, i festival si sono moltiplicati, diventando tutti uguali e interscambiabili. Amministrazioni e politici hanno finanziato il loro festivalino dando due euro al curatorino di turno, e il consumo da parte dell’osservatore medio si è circoscritto al tempo di un paio di click su Facebook. Ho avvertito una totale mancanza di senso in quello che stavamo facendo.

E quindi hai deciso di chiudere…
Penso che un po’ tutti, artisti inclusi, siano mortalmente annoiati da quello che stanno facendo. Diciamo che ho avuto le palle per fermarmi nel momento in cui andava meglio -soprattutto economicamente – per cominciare altro e non finire a fare cose senza stimoli. A dire il vero, invidio gli artisti che da dieci anni continuano a fare la stessa identica cosa, estendendo il loro pubblico (Instagram!) e limando gli spigoli della loro comunicazione. A me sembra che, lima e lima, alla fine diventi una palla, vai d’accordo con tutti e non c’hai più niente da dire, però rotoli e puoi farlo all’infinito! In alcuni casi si è addirittura arrivati alla demagogia, fortuna che la gente non se ne accorge…
Quindi sì, Fame è morto. Non era più divertente, adesso ci sono altri 600 festival in giro, con gli stessi artisti, organizzati da ‘sti curatori senza idee che, poveracci, combattono per la sopravvivenza.

E dunque ora, nel 2014, che fai? Hai smesso di occuparti di Street Art?
Non mi sono mai occupato di Street Art, a me piaceva invitare i miei amici qui e fare casino. La Street Art è quella dei libri inglesi con le foto rubate da Flickr. O quella di cui si parla su testate come questa, adesso che Sky fa i minidocumentari. Né io né i miei amici abbiamo mai avuto a che fare con ‘ste stronzate. Faccio un paio di marchette all’estero sfruttando l’eredità del lavoro fatto finora, Milestone Project a Girona per esempio, che faccio per soldi e divertimento, e mi sono messo a fare vestiti. È più onesto, civile, profondo e responsabile vendere vestiti piuttosto che arte!

Massimiliano Tonelli

www.famefestival.it
www.studiocromie.org
www.robadisangue.com


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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web “Exibart”. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss e l’Università La Sapienza di Roma. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Gambero Rosso, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. E' stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente è direttore di Artribune.