C’è Storia e storia. Al via la Berlin Biennale 2014

Il punto di incontro tra memoria individuale e condivisa è il motore che anima l’ottava edizione della Biennale di Berlino, in scena nella capitale tedesca dal prossimo 29 maggio. Cinquantuno gli artisti invitati da Juan A. Gaitán ad animare quattro diverse location: scoprendo anche luoghi estranei ai circuiti tradizionali del contemporaneo.

7. Biennale di Berlino

Le sue monolitiche regole ortografiche lo privano di un giochino retorico che, meraviglie dell’italiano, permette al contrario a noi di entrare subito in sintonia con il senso profondo di un progetto ambizioso e articolato. Il tedesco, si sa, chiama la maiuscola per ogni sostantivo: impossibile apprezzare dunque lo scarto tra Storia e storia, danza di una consonante che nel primo caso strilla universale e in quell’altro sussurra individuale. È su questo iato che si fondano i presupposti dell’ottava edizione della Biennale di Berlino, al via nei prossimi giorni: una base concettuale se vogliamo indispensabile nel momento in cui si celebra il venticinquesimo anniversario dalla caduta del Muro; e che impone di ripensare al modo in cui i grandi eventi collettivi incidono, oggi, sulle esperienze di vita di ognuno di noi. E ovviamente, forse soprattutto, viceversa. Perché il processo di democratizzazione dell’informazione ha accelerato l’evoluzione dell’homo politicus in modo esondante: basta un Tweet con l’hashtag giusto e si valica con estrema facilità il confine tra privato e pubblico, arrivando a influenzare (il recentissimo caso del video di Happy censurato in Iran ne è l’ennesima conferma) un’audience potenzialmente infinita.
L’impianto filosofico della rassegna è stato determinato da Juan A. Gaitán, sangue in parte canadese e in parte colombiano, residenza divisa tra il Messico e la Vecchia Europa; un cittadino del mondo che ha lavorato anni al Witte de With e ha insegnato al California College of the Arts di San Francisco. E che è chiamato a far dimenticare la deludente Biennale “riot” del 2012.
Dei ritardi nella comunicazione di programma e partecipazioni abbiamo già discusso nei giorni passati, un po’ stupiti dell’apparente senso di confusione che ha trasmesso un’organizzazione invece molto celere (l’anticipo è stato di due anni!) nell’affidare a Gaitán lo scettro del comando: polemiche a parte proviamo a orientarci nelle pur lacunose informazioni che circolano e a capire che cosa ci aspetta, tra una manciata di giorni, in quel di Berlino.

Juan A. Gaitán
Juan A. Gaitán

Novità principale non è tanto la spalmatura della Biennale in quattro diversi punti della città, semmai la loro localizzazione. Alla tradizionale sezione accolta nei locali del KW Institute for Contemporary Art (con annesso Crash Pad, padiglione affidato alle cure tecnologiche e digitali di Andrea Angelidakis) si affiancano infatti luoghi lontani dagli occhi e dal cuore di una città che si scopre più che mai policentrica. C’è da allontanarsi non poco dalla porta di Brandeburgo per raggiungere, all’estremità sudoccidentale della città, prima il Museen Dahlen e poi la Haus am Waldsee: la scommessa è quella di accendere spazi forse poco considerati, ma che per la propria natura bene rispondono allo statement della Biennale. Nel primo caso perché parliamo del museo dedicato alle civiche collezioni di etnografia e culture non europee, nel secondo perché ci troviamo in uno dei primi posti in città in cui – era il 1946 – si riprese a fare arte dopo le devastazioni della guerra.
Il parterre è ricco di nomi di primo piano, la promessa è quella di presentare un corposo gruppo di opere inedite pensate appositamente per la Biennale: c’è attesa dunque per capire cosa ci offriranno, solo per citare i big di un evento che chiama a raccolta cinquanta artisti, i vari Anri Sala, Julieta Aranda, Tacita Dean, Mario Garcia Torres, Goshka Macuga, Santu Mofokeng. L’accreditamento di Danh Vo insieme alla band synth-rock degli Xiu Xiu fa invece pensare alla possibilità di rivedere Tombstone for Phùng Vo, recentissima opera a più mani che l’artista ha dedicato al padre grazie alla complicità degli amici musicisti.   

Stefano Boeri
Stefano Boeri

C’è un bel pezzo d’Italia a Berlino, dove prende piede nell’orbita della Biennale il progetto theTomorrow, think-tank in forma di rivista digitale che punta a mettere in rete e condividere pensieri e riflessioni sul futuro dell’Europa. L’idea nasce da Stefano Boeri e trova la collaborazione del comitato che sostiene Matera come Capitale Europea della Cultura 2019; ma vive anche dei contributi di gente come Hans-Ulrich Obrist. Cucina rigorosamente tricolore anche per la guida ad hoc confezionata da Berlino come desideri, soggetto che attraverso il web si occupa di “offrire soluzioni personalizzate a chi decide di trascorrere un soggiorno a Berlino attraverso opzioni flessibili”: utile – e soprattutto in italiano! – il vademecum sia digitale sia cartaceo redatto per orientare i turisti dell’arte tra Biennale e dintorni (con sezioni dedicate a cibo, shopping, design e musei), grazie anche alle dritte e alle curiosità firmate dallo stesso Gaitán e dalla direttrice del KW Institute for Contemporary Art Gabriele Horn.
Non c’è coincidenza, quest’anno, tra l’apertura della kermesse e il Gallery Week-End, che offre un lungo fine settimana di opening, eventi e performance. Ma non per questo mancano in città attrattive extra-Biennale, per quanto in misura minore rispetto a quanto accaduto nelle edizioni più recenti. Si parte dal DMY, festival del design in scena a un passo dall’aeroporto di Templehof dal 28 maggio al 1 giugno; e si arriva alla mostra fresca di inaugurazione dedicata a David Bowie, allestita al Martin-Gropius-Bau. In mezzo la presentazione da Ozean (martedì 27 maggio) di una scultura site-specific di Øysten Aasan e quella allo Scotty Enterprsises (30 maggio) del nuovo ironico lavoro di Linda Weiss; ma anche, dal 29, la terza edizione del Berlin Documentary Forum alla Haus der Kulturen der Welt, per l’occasione ospite di una installazione di Smadar Dreyfus. Inaugura invece ancora martedì 27 la doppia personale di Suleimane Biai e Filipa César alla Neuer Berliner Kunstverein.

Francesco Sala

8th Berlin Biennale
29 maggio –  3 agosto 2014
www.berlinbiennale.de

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.