Adelina von Fürstenberg. L’Africa frontale, a Ginevra

La curatrice di origini armene Adelina von Fürstenberg racconta in anteprima scelte e difficoltà della mostra più estesa dedicata all’arte contemporanea africana in Svizzera. Il 7 maggio, a Ginevra, al Museum of the Swiss Abroad, 24 artisti terranno alto lo sguardo sul loro Continente.

J.D.’Okhai Ojeikere, Mkpuk Eba, 2008 © J.D.’Okhai Ojeikere. Collection Patrick Fuchs & Noburo Fernandes de Abreu, Genève

Il 7 maggio, nell’area che, poco fuori Ginevra, ospita le Nazioni Unite, nelle antiche stanze del Musée des Suisses dans le Monde inaugura Ici l’Afrique/Here Africa. Contemporary Africa through the Eyes of its Artists. Una raccolta unica per la Svizzera: numerosi collezionisti privati e istituzioni coinvolte, oltre 70 opere d’arte e 24 artisti provenienti da 17 Paesi africani. Artribune ha incontrato la curatrice Adelina von Fürstenberg per analizzare, in anteprima, aspetti formali, sociali, politici e culturali del percorso.

Nella tua panoramica dedicata all’arte contemporanea, l’Africa dove si trova, in quale punto l’hai collocata? In che modo il titolo della mostra, Here Africa, avvicina il Grande Continente allo sguardo?
Ho sempre lavorato con l’Africa e gli artisti africani, guardando al loro posto nel mondo non come a portatori di arte primitiva o della cosiddetta “arte negra, ma come ad artisti di tutto il mondo. Ho vissuto in prima persona la mostra Magiciens de la Terre al Centre Pompidou nel 1989, a cura di Jean-Hubert Martin: una mostra che, a causa del suo approccio particolarmente innovativo, rappresenta oggi un punto di riferimento per la storia dell’arte contemporanea africana. In quel periodo, dal 1989 al 1994, diressi Le Magasin di Grenoble, dove ho curato mostre di artisti concettuali, fra i quali De Dominicis, Boetti e Acconci, senza dimenticare Kirkeby e Ilya Kabakov, organizzando parallelamente una prima ricognizione estetica africana che ha poi portato nel 1995, in occasione del 50esimo anniversario dell’Onu, a curare la mostra Dialogues de Paix, presentata presso la sede dell’Onu a Ginevra. Evento al quale chiamai a partecipare non solo Kawamata, Jaar, Kcho, Ward, Rauschenberg e Buren, ma anche Ousmane Sow e Kingelez.
Tanto gli artisti come i registi africani, negli anni, a seguito dell’Apartheid, hanno potuto farsi conoscere in Occidente, anche grazie a una maggiore accessibilità alle tariffe aeree, grazie a una semplificazione delle imposizioni doganali e a una più alta ricezione da parte delle istituzioni. Arrivando a esprimere una peculiare, primigenia identità globale, derivante da una grande consapevolezza delle loro origini, al di là dei territori ai quali appartengono. Ici l’Afrique intende porre uno sguardo non filtrato, né obliquo, né tantomeno evocativo, ma frontale, diretto su tematiche estetico-culturali di un intero continente.

Come descrivere l’Africa visuale, l’immagine dell’Africa di oggi? Quali temi, quali urgenze e materie emergono dai 24 artisti selezionati?
Negli ultimi dieci anni l’Africa ha risentito degli andamenti economici globali, dovendo anche far fronte a una crescita annuale della popolazione assestatasi sul 5%. L’Africa sta progredendo a ritmi promettenti per far fronte alla povertà e alle molte altre sfide che ne impediscono lo sviluppo, come la disuguaglianza, la disoccupazione, l’immigrazione, la mancanza di infrastrutture, la mortalità infantile e la prevenzione delle malattie. Questi sono solo alcuni dei punti importanti da risolvere, ma nel frattempo l’Africa ha cominciato a impersonare e a rappresentarsi attraverso una narrazione diversa. Grazie a nuove generazioni di artisti.
Attraverso i lavori di Omar Ba (Senegal), così come del regista Faouzi Bensaïdi (Morocco), oppure del progetto dal titolo Alwan di Adelita Husni-Bey (Libia) o della videoinstallazione di Nadia Kaabi-Linke (Tunisia), dal titolo NO, la mostra intende interrogarsi sul ruolo dell’identità africana implicata nella sua stessa trasformazione. È possibile, infatti, ipotizzare che siano state le arti a trainare e a provocare un cambiamento di sguardo sul continente africano. Ovunque, nel mondo, artisti come Gonçalo Mabunda (Mozambico) o Chéri Samba (Congo) hanno elevato i problemi della loro terra d’origine a sublimazione di un’idea di libertà, di indipendenza da qualsiasi tipo di coreografia, di concertazione.

Da quanto tempo dura il tuo progetto sul proscenio dell’arte contemporanea africana e da quale idea, ispirazione o pensiero è partito? Potresti illustrare brevemente gli estremi della tua ricerca?La mia ricerca sui 24 artisti selezionati dura da circa un anno. Il tema che ho voluto accomunasse fortemente ciascuno di loro è la diversità, sottoposta alle più differenti declinazioni, alle più differenti compressioni espressive, quali pittura, scultura, fotografia, disegno e videoinstallazione. Sebbene le tematiche legate all’inquinamento, così come alla lesione dei principali diritti umani, facciano parte dell’Africa, ho notato che, non esistendo il concetto di arte astratta, gli artisti africani hanno orientato, nell’ultima decade, i loro linguaggi verso un’adesione a-rappresentativa della realtà. Grazie anche a un forte dinamismo culturale che ha facilitato la circolazione tra le arti, dal teatro alla letteratura, il rapporto, il contrasto tra l’uomo e la natura è servito, nella mia ricerca, a mostrare un accrescimento della centralità africana negli equilibri della storia e della politica mondiale. Attraverso Ici l’Afrique ho voluto accentuare anche le diverse posizioni di collezionisti d’arte africana che, talvolta amando e talvolta prendendo le distanze dal continente, hanno comunque contribuito a una trasmissione dei valori universali della scena artistica di riferimento, provocando fenomeni come 1:54 Contemporary African Art Fair, a Londra, e i diversi dibattiti culturali sorti alla Tate Modern.

Pieter Hugo Sam Klein Karoo, 2003 – Collezione privata. Courtesy Galerie Sébastien Bertrand, Genève / Geneva
Pieter Hugo Sam Klein Karoo, 2003 – Collezione privata. Courtesy Galerie Sébastien Bertrand, Genève 

Esiste, fra i 70 lavori esposti al Museum of the Swiss Abroad, un lavoro o un gruppo di lavori che rappresentano l’essenza di Here Africa? Come dialogano le opere con l’architettura del museo ginevrino?
In verità, considero tutte e settanta le opere selezionate come un unico lavoro, dunque non credo esista un solo progetto deputato a rappresentare l’intero percorso. Sarà proprio come ascoltare la voce di un coro. Amo considerare la mostra come l’insieme di un’essenza che allinea diverse epoche, generazioni e territori pur mantenendo ben separate, ben delineate le molteplici dissonanze chiamate ad esprimersi. Ad aiutarmi a rispettare questa tipologia di ritmo, unico ma frammentatissimo, è stata sicuramente anche la pianta del Musée des Suisses dans le Monde. All’incirca ogni stanza sarà dedicata a un artista simbolizzando, metaforicamente, le difficoltà di quello schieramento, talvolta forzato, imposto delle frontiere; reticolato sorto a dividere l’immenso territorio africano solamente con l’inizio del colonialismo europeo. A parte la pittura murale di Omar Ba che accompagnerà l’ingresso a Ici l’Afrique, tutti i lavori provengono da collezioni private e sono pezzi esistenti. La mostra ha infatti richiesto una precisa attenzione a una certa ritualità della solitudine: condizione che si è riversata tanto nella nostra oculata gestione dei budget, quanto nella produzione dei lavori, quanto nella diversa disposizione politico-culturale dei lavori; ogni stanza rappresenterà una sorta di nuova regione di nuovo stato dell’Africa.

Durante l’avvicendamento di Here Africa, che cosa non ti saresti mai aspettata di trovare, o di far emergere, nel bene o nel male?
Pur avendo, come supporto, un importante ufficio stampa parigino e un patrocinato di tutto rilievo a sostegno della mostra ho incontrato molta indifferenza da parte del pubblico ginevrino. A cinque settimane dall’inaugurazione sono state accreditate oltre quaranta presenze internazionali, eppure nessuno dei media della città ha rivolto attenzione a questa mostra. Ritengo sia importante, proprio nella città dell’Onu, raccontare uno sguardo che culturalmente sembra distante solo perché ancestralmente sedimentato in ognuno di noi.
Un altro grande ostacolo rilevato durante il percorso di Ici l’Afrique è stato sicuramente il budget a disposizione, che ha subito riduzioni significative con il passare del tempo, costringendo il mio staff a dedicare le proprie energie a racimolare piccole somme frammentatissime. Ovviamente, però, tutti questi imprevisti rappresentano un nulla nei confronti dell’impagabile passione emersa, attitudine relativa all’alveo estetico e percettivo che ha guidato la composizione della mostra.

Com’è cambiata la tua percezione dell’arte in rapporto alla maturità della scena contemporanea africana?
Provenendo dall’arte concettuale, che mi ha fatta crescere e mi ha nutrita, come curatrice ho imparato quanto l’arte contemporanea africana sia pura, in un certo senso più naturale e non sofisticata. Il Minimalismo antepone il concetto alla rappresentazione, mentre nell’arte africana di oggi il processo al quale assistiamo è inverso. L’empatia, la lettura non-mediata e la forma culturale che l’arte africana assume in Occidente richiede una spoliazione dalle categorie di pensiero. Liberazione che, a me per prima, ha portato a ritenere la decifrazione di questo linguaggio una sorta di analisi interiore, frutto di una nuova avanguardia. Un movimento che per decenni ha ignorato la storia dell’arte a noi nota, superandone le disposizioni visuali. In Africa, infatti, il divenire è sempre in essere, sempre in procinto di diventare, e la realtà viene ispirata dall’arte, non il contrario.

J.D.’Okhai Ojeikere, Mkpuk Eba, 2008 © J.D.’Okhai Ojeikere. Collection Patrick Fuchs & Noburo Fernandes de Abreu, Genève
J.D.’Okhai Ojeikere, Mkpuk Eba, 2008 © J.D.’Okhai Ojeikere. Collection Patrick Fuchs & Noburo Fernandes de Abreu, Genève

Fra gli altri, spiccano i nomi di Omar Ba, Adelita Husni-Bey e Yinka Shonibare, tre nomi di artisti che da tempo calcano le scene dell’arte contemporanea occidentale. Quale lato dell’Africa rappresentano in Ici l’Afrique?
Mi interessa soprattutto veicolare e far emergere valori universali, trasmissibili dalla dimensione dell’arte al mondo in cui viviamo. So che la tolleranza verso la differenza arriva e si imprime più facilmente attraverso l’arte, ma non  è sempre così, perché, come ogni disciplina, l’arte è fatta da uomini e da donne: curatori, galleristi, assistenti, collezionisti, critici ecc. Alcuni dei quali, pur non avendo la consapevolezza della diversità, non amano quello che è altro da loro. Invece per conoscere e per conoscersi si deve amare il diverso, l’Altro, soprattutto per rendersi conto, se si ha questo privilegio naturale: e cioè di vedere che si è tutti uguali. Talvolta, infatti, magari il diverso non è solo davanti a noi, ma è già oltre le nostre barriere, perché ha subito anche esperienze dolorose che lo hanno fatto crescere più di noi, o in maniera differente. E cosi è per me, con l’arte e gli artisti africani. Li amo, come amo gli artisti in generale, li capisco, allora li amo.
È semplicissimo  per me fare una mostra di artisti africani contemporanei, mi immedesimo, li ascolto, discuto con loro. Omar Ba, ad esempio, è così profondo e anche, allo stesso tempo, lieve che sembra impossibile non notare quanto stia bene con se stesso. La sua pittura presenta un mondo fantastico a tratti caotico nel quale l’ordine delle cose, così come le percepiamo nel mondo visibile, viene acceso dalla mente. La sua alta personificazione immaginativa di simboli e metafore riflette una visione che considera ogni creatura vivente, come piante, animali e uomini, parte di una sola anima. Ritengo, infatti, non sia necessario essere cinici per essere considerati artisti, credo ancora negli artisti puri e sinceri. Da non confondere con i santi, ovviamente.

I principali prestatori dei lavori presentati in Here Africa sono istituzioni oppure collezionisti privati? E quale relazione mantengono, o hanno mantenuto negli anni, con l’Africa?
I principali prestatori sono dal C.A.A.C. – The Pigozzi Collection (Geneva) al Nouveau Musée National de Monaco fino agli spazi privati della A Palazzo Gallery (Brescia) e de Laveronica Gallery (Modica). È la prima volta in assoluto che collaboro in maniera così intensa con collezionisti privati e collezioni pubbliche. Per Ici l’Afrique ho richiesto molti prestiti, coinvolgendo diverse realtà. Ma a mio malincuore ho anche scoperto il motivo che sottende all’aumento di attenzione da parte di media e di collezionisti emergenti dell’arte africana. Spesso, infatti, ho riscontrato quanto il profitto sia l’unico senso a guidare i loro acquisti. Ho trovato pochissimi collezionisti che, nel tempo, hanno cercato di rappresentare, o che tuttora rappresentano, una figura di mecenati continui per gli artisti emergenti. Investire in arte africana contemporanea non deve riguardare semplicemente l’acquisto di opere, ma deve prevedere un coinvolgimento completo che sottenda a uno sviluppo, a un’evoluzione della cultura africana, diventando parte di una grande responsabilità.

Potrebbe esistere, in futuro, un nuovo passaggio, una nuova sede che ospiti il percorso di Here Africa?
Sì, certo, è ancora davvero prematuro, ma perché non pensarlo? Ho immaginato Ici l’Afrique in America Latina, in Brasile…

Potresti esprimere un pensiero o formulare un augurio che accompagni la mostra? Lavorando con gli artisti africani che hanno cominciato a emergere anche in Occidente, ho notato quanto sia insito nella loro cultura il gesto della restituzione, come ritorno alla madre terra. Intervistando Barthélémy Toguo, mi ha raccontato di un progetto artistico non profit da lui creato, sottolineando che “gli africani della diaspora hanno il dovere imperativo di contribuire allo sviluppo del continente et di mettere a disposizione le loro conoscenze in ogni campo”. Vorrei che questa mostra diventasse parte di questo atto, di questo moto di  ripristino, di reintegro spirituale degli artisti con la loro madre terra.

Ginevra Bria

Pregny-Chambésy // fino al 6 luglio 2014
Ici l’Afrique/Here Africa. Contemporary Africa through the Eyes of its Artists
a cura di Adelina von Fürstenberg
MUSÉE DES SUISSES DANS LE MONDE
18 chemin de l’Impératrice
www.hereafrica.net