Salone del Mobile. Top & flop

Stanchi di sentir parlare troppo e bene del Salone del Mobile? In attesa di lasciar sedimentare il “molto” visto durante la kermesse milanese, vi proponiamo a caldo una rapida classifica dei nostri top&flop.

Citizen, Light is Time - Triennale di Milano

Nella densa e intricata mole di eventi, mostre e presentazioni della settimana milanese del design ci si muove molto e a fatica, in particolare quest’anno, visto l’affollamento dell’edizione; non si riesce mai a vedere tutto e, spesso, quello che si vede ci delude e quello che si perde sembra essere ancora più bello di quanto immaginato.
Non serve disperarsi, perché dalla prossima edizione usciremo con lo stesso senso di smarrimento, dato dal brusco passaggio da giorni di frenesia al niente, sazietà da bombardamento d’immagini e dipendenza che ci porta a desiderare una nuova edizione ancora e ancora.
Un anno è probabilmente il giusto lasso di tempo per placare questo turbinio di emozioni e soprattutto per far sedimentare tutte le nuove informazioni assorbite. Prima però di prenderci anche noi il tempo della riflessione, vogliamo stilare, a caldo, una piccola classifica di ciò che ci ha più entusiasmato e – perché no? – anche di quello che ci ha più deluso.
Partiamo quindi dalla top five, riconfermando le aspettative riposte in Padiglione Italia, mostra tematica curata da Alberto Zanchetta che ha svolto con disinvoltura un tema, portato a termine una ricerca e mostrato dei risultati. Il designer italiani coinvolti nel progetto dimostrano così non solo che il made in Italy è ancora competitivo, ma anche la capacità dei progettisti di saper fare gioco di squadra.

Royal Academy of Art, The Hague - Milano 2014
Royal Academy of Art, The Hague – Milano 2014

La zona Ventura-Lambrate si conferma un’interessante fucina di sperimentazione. Tra le decine di esposizioni scegliamo quella curata dalla Royal Accademy of Art dell’Aja, dove i giovani designer, con indosso camici bianchi, testano, collaudano le proprie creazioni presentando sul banco l’intero iter che li ha portati a Milano.
Suggestiva e affascinante l’installazione artistica di Citizen, Light is Time alla Triennale,in cui 80mila dischi dorati, apparentemente sospesi, invadono lo spazio. Sono le masse oscillanti, elementi strutturali che muovono il meccanismo interno degli orologi. A idearla, insieme al design team di Citizen, è l’architetto giapponese Tsuyoshi Tane dello studio parigino DGT.
Uno spazio in cui torniamo sempre con piacere è la galleria di Rossana Orlandi, che quest’anno dedica un’ala alla designer Nina Zupanc. La designer slovena dimostra, ancora una volta, che il design può e deve essere anche una professione femminile.
Una vera e propria scoperta è stata la mostra Onwards, a cura di Raffaella Guidobono e Claudia Pignatale, non solo per la splendida location di H+, nel cuore di Moscova, ma soprattutto per la selezione di oggetti e i talk di approfondimento.
Arrivando poi alle dolenti note. A non convincere pienamente è l’evento che la rivista Interni organizza alla Statale. Alla 17esima edizione la manifestazione non decolla e il format si ripete, sempre uguale, senza slanci. Con un’eccezione: la nuvola u_cloud dello studio Speech Tchoban & Kuznetsov.

Interni alla Statale di Milano
Interni alla Statale di Milano

Deludente, rispetto al movimento creativo degli anni passati, sono le esposizioni dell’ex Ansaldo. Tra queste la mostra XXIII Compasso d’Oro e Fantasyland non apportano grande rinnovamento. Neanche Elita, con il suo fitto programma di eventi, riesce a smuovere la polvere.
Ma il design district più deludente di quest’anno è senz’altro Brera. Tanti gli showroom (spesso troppo imbalsamati), i negozi, gli atelier, i locali aperti fino a tardi. Poca visione d’insieme che rischia di rendere questo interessante centro creativo una mera location di eventi e feste sparse tutte disgiunti tra loro.
Alcune delusioni arrivano anche da piccole mostre, a volte dislocate rispetto ai distretti, come l’esposizione di Kaleidoscope in via Macedonio Melloni. Una selezione apparentemente casuale di object trouvé, da parte di noti designer, lascia il visitatore comune perplesso.
E come ultima pecca inseriamo la nascita come funghi ogni anno di nuovi distretti che raggruppano una manciata di eventi scollegati tra loro e disorientano persino gli addicted. Ad esempio, quest’anno chi ha visto zona Sant’Ambrogio?

Valia Barriello e Zaira Magliozzi

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Valia Barriello
Valia Barriello, architetto e ricercatrice in design, si laurea nel 2005 presso il Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura, con la tesi "Una rete monumentale invisibile. Milano città d'arte? Sogno Possibile". Inizia l’attività professionale collaborando con diversi studi milanesi di architettura fino a che la passione per gli oggetti quotidiani e il saper fare con mano la spingono verso il design e verso il mare. Inizia così un dottorato in Design presso la facoltà di Architettura di Genova che consegue nel 2011 con la tesi di ricerca "Design Democratico". La stessa passione la porta anche alla scrittura che svolge per diverse testate del settore e all’allestimento e curatela di mostre di design. Porta avanti contestualmente all'attività professionale la ricerca sui temi che ruotano intorno al design democratico all'autoproduzione e all'utilizzo di materiali di scarto. Attualmente lavora presso uno studio milanese, collabora con la NABA come assistente del designer Paolo Ulian e cura la rubrica di design per Artribune.
  • Condivido pienamente le osservazioni di Valia, purtroppo pare che la crisi non sia solo economica ma anche d’idee e quest’anno al Salone e anche Fuori si è visto.
    Mancano le novità, la reale innovazione, tante proposte “nuove” che forse bisognerebbe definire più rinnovi o adattamenti.
    Gli allestimenti sono stati in generale sotto tono e con una grande ripetitività del più c’è meglio è ! come se la ripetitività facesse rima con qualità …
    Speriamo nel prossimo!

  • Fabio Dodesini

    La settimana del Design milanese è un evento eccezionale che coinvolge
    tutta la città. Poche le aree non coinvolte. In questo Milano è davvero
    unica e mitteleuropea.
    Per quanto riguarda il design molte le idee
    interessanti ma altrettante, se non di più, quelle vuote e puramente
    estetizzanti la cui debolezza concettuale e di pensiero veniva
    sistematicamente coperta/aiutata/sostenuta da una
    scenografia/contenitore che rendeva l’oggetto falsamente desiderabile…
    insomma, anche nel design, il supporto di marketing e comunicazione
    stanno sempre di più diventando strategiche nell’imporre un prodotto
    vuoto e figo, ma il figo funziona benissimo su chi non sa pensare con la
    proria testa e quindi la massa lì si nutre; insomma un po’ come
    nell’arte: c’è chi colleziona per passione e chi per status (con vari
    consigliori pronti a fotterlo!).
    Il design autoprodotto ha mostrato
    le maggiori novità e sperimentazioni, forse perchè non troppo
    interessate all’acquisizione del consenso ma piuttosto alla
    realizzazione del loro sogno.

  • Michele Zanoni

    A proposito di S. Ambrogio, posso dire, come addetto ai lavori per MISIAD (milano si autoproduce design), che si è cercato di mettere in luce un quartiere buio coinvolgendo i commercianti affinché ospitassero delle opere dei designer autoproduttori. Questa operazione ha dato vita, senza nessuna pretesa, ad una possibile valorizzazione di un quartiere e all’opportunità di presentare al pubblico i prodotti di designer meno noti. Mi ha colpito però l’assoluto disinteresse da parte dei media e degli imprenditori, ormai non più a caccia di nuovi stimoli, ma di conferme dai soliti. Certamente ci si può difendere dicendo che non c’erano sufficienti progetti di qualità che valessero una passeggiata, ma come mai tutti da Martin Baas e nessuno a 20 metri da lui? Quello che manca, a mio avviso, è la curiosità, la voglia di visitare senza guide, la voglia di rischiare. E allora tutti a guardare e comperare il prodotto “figo” come l’iPhone per poi non saperlo usare e per poi preferire i giochi alle app utili. I designer hanno già capito che si deve cambiare, e Milano lo ha dimostrato, sono altri che vorrebbero mantenere sempre gli stessi schemi senza rendersi conto che non possono avere futuro. “Stanno lucidando le maniglie del Titanic mentre sta andando a fondo” cit. Fight Club.
    Concludendo credo che, come scrive l’amico Fabio Dodesini, ci sia il bisogno di cambiare linguaggio e di comprendere che il nostro campo di lavoro è cambiato profondamente. Per questo probabilmente ci sarà un rovesciamento della situazione attuale, gli oggetti iconici seriali saranno sempre meno considerati a favore di piccole autoproduzioni scelte per il loro valore ed unicità. Forse sarà un sogno, ma vale la pena di crederci. :-)

  • Pingback: Live report from Milan Design Week 2011 – 2014 | Zaira Magliozzi()