Regina José Galindo. La Bella addormentata

Un artista recensisce un’artista. Abbiamo affidato a Giovanni Gaggia il racconto della performance che Regina José Galindo ha tenuto al PAC di Milano qualche giorno fa. Trepidazione e un po’ di delusione, in fondo.

Regina José Galindo

Incontrare Regina José Galindo (Guatemala City, 1974) al PAC di Milano, in occasione dell’inaugurazione della sua personale Estoy Viva, e partecipare alla performance Exhalación è per me una grande occasione di riflessione sulla forza dell’arte performativa nel mondo contemporaneo, nonché un interessante stimolo visivo ed emotivo.
Chi utilizza questa forma artistica, ritengo non possa prescindere dalla conoscenza dell’opera di questa piccola e apparentemente fragile donna di origini maya che del suo corpo ha fatto superficie e luogo principale d’azione. Le opere di Galindo sono dure, disturbanti, scuotono le coscienze spesso distratte e poco disponibili a mantenere il focus su questioni cruciali per l’umanità. La denuncia di Galindo parte dalle ingiustizie nel suo Paese, il Guatemala, per divenire di portata universale. La realtà viene rappresentata in modo estremamente crudo e la violenza, a volte brutale, scuote con forza la coscienza dello spettatore.
Percorrere le sale del PAC prima della performance è un’esperienza intensa e straniante. Foto e video di Himenoplastia, azione del 2004 in cui Galindo si fa ricostruire l’imene per recuperare la “sacra” verginità; Perra, in cui si incide la parola ‘perra’ (cagna) sulla coscia con un coltello; Pasaje, in cui il suo corpo viene ricoperto di terra e quindi seppellito. Immagini e video si susseguono con egual forza per tutte le cinque sezioni della mostra: Donna, Organico, Violenza, Politica e Morte. Gli elementi ricorrenti nelle opere sono il sangue, il corpo martoriato, la terra, l’urina.
Lo stato d’animo con cui mi appresto a vivere la performance, che ci sarà solo molte ore dopo, è di grande attesa; sono profondamente toccato da quanto visto ed evito accuratamente di sapere qualcosa in anticipo, poiché non voglio che la mia emotività e la mia reazione ne siano condizionate. Nel frattempo osservo questa piccola, piccolissima donna aggirarsi per le sale del PAC. La osservo muoversi, parlare, come si rapporta alle persone. Sono curioso e al tempo stesso ammirato dalla forza che promana da un corpo all’apparenza fragile.

Regina Jose Galindo, (We don't lose anything by being born), 2000
Regina Jose Galindo, (We don’t lose anything by being born), 2000

Passano le ore e ancora non succede nulla. Continuo a osservare le opere mentre vedo arrivare un’ambulanza con il personale paramedico che aumenta la curiosità dell’attesa. Alle 18.30, l’ora stabilita per l’inizio dell’azione, inizia a crearsi una coda a cui mi unisco. Sono fra i primi e questo mi consente di osservare ciò che accade oltre la porta della sala in cui dovrà svolgersi la performance. Vedo che c’è caos, tante persone si muovono in un’agitazione febbrile. Non capisco cosa succede, passano i minuti, e il ritardo diviene impazienza che si manifesta in un fastidioso chiacchiericcio fra i presenti. Finalmente qualcuno del personale si avvicina comunicando con imbarazzo che “per problemi fisici dell’artista, l’azione subirà un ritardo”.
Iniziano a trapelare alcuni dettagli, l’artista deve dormire forzatamente e l’anestetico non fa effetto. Si dice che ne aumenteranno la dose e, se nemmeno così l’artista riuscirà ad addormentarsi, l’azione salterà. Mi chiedo se non sia già questa la performance, se non sia il pubblico a costruirla, se l’opera non debba indagare sulla pazienza del fruitore. Mi chiedo, inoltre, se non sia giusto almeno simulare il sonno per rispetto del pubblico intervenuto.
Il personale del PAC ci fornisce alcuni dépliant da leggere con la speranza di far meno rumore e facilitare il sonno dell’artista. Ho una regressione infantile, mi ritrovo in fila per due come alle scuole elementari, o durante le prime visite ai musei quando la maestra ci chiedeva silenzio. Rifletto sul senso di ciò che sta accadendo: mi piace che un artista riesca a riportarmi indietro nel tempo favorendo l’introspezione e un viaggio nel Sé profondo.
Finalmente la porta si apre, le voci si abbassano in segno di rispetto. Si forma una piccola calca che scompone e ricompone velocemente la coda, così mi ritrovo in pochi secondi molto più indietro. Ormai la situazione piuttosto infantile che si è creata mi diverte. Mi rendo conto però che sto perdendo la concentrazione sul motivo per cui mi trovo lì. Mi sto dimenticando della performer, del suo corpo al di là della porta e della sua fatica, della forza necessaria per superare i limiti del Sé fisico.

Regina José Galindo, Perra
Regina José Galindo, Perra

Ci vengono consegnati dei piccoli specchi rotondi e un foglio dove ne viene illustrata la funzione. Ci viene detto che dovremo entrare a gruppi di cinque e spiegato come interagire con l’artista. Il piccolo gruppo dovrà restare in un angolo, poi uno alla volta si dovrà avvicinare lo specchio al naso per cogliere la leggera umidità del respiro, quindi attendere all’altro angolo che ognuno abbia completato l’azione per uscire quindi tutti insieme.
Avevo sperato in un’azione individuale dal forte scambio emotivo con l’artista, invece la presenza nella stanza, anch’essa alquanto rumorosa, del medico, del gallerista, del cameraman, del fotografo e dell’assistente hanno reso impossibile ciò. Avrei pagato a peso d’oro un momento di riflessione raccolta su quel corpo disteso, sui cromatismi, sulla posa, sull’idea dell’ultimo respiro, sull’esistenza. Vita, esistenza, morte.
Mi avvicino pochi secondi e lascio spazio a chi segue dopo aver raccolto un segno di vita. Attendo l’ultimo del gruppo e quindi usciamo. Un’occhiata fugace sul video che all’esterno proietta ciò che accade nella stanza e rimanda una situazione alquanto diversa, è tutto molto pulito, austero, quasi sacrale. È tardi ormai, c’è troppo caos. Esco dal PAC con una sensazione ambivalente, una grande conferma artistica combinata all’amarezza di un’occasione perduta.

Giovanni Gaggia

Milano // fino all’8 giugno 2014
Regina José Galindo – Estoy Viva
a cura di Eugenio Viola e Diego Sileo
Catalogo Skira
PAC
Via Palestro 14
02 76020400
[email protected]
www.comune.milano.it/pac

  • Interessante questa testimonianza. Diciamo subito che il lavoro della Galindo è molto debole: da un lato recupera tutto il filone strapercorso di Marina Abramovic e dall’altro ci mette la denuncia delle violenze, il solito impegno sociale spuntato, che non è altro che una forma di giornalismo. Ci ricorda che nel mondo c’è la violenza? O ci suggerisce che la violenza è bella e che noi siamo vuoyer conniventi? E cosa potremo fare?

    L’unica violenza che potremo risparmiare è quella piccola e subdola del nostro quotidiano. Mostrarci violenze sul proprio corpo temo non conti nulla, spesso un telegiornale è molto più efficace perchè non c’è fuori l’ambulanza pronta ad intervenire: le cose avvengono, punto e basta. Perchè ci vuole disturbare? Quando usciti dal museo non ci ricordiamo più nulla e semmai vediamo subito una realtà ben più tremenda.

    L’ambiente rumoroso e condiviso del museo rende tutto ancora più debole e fasullo. Questa testimonianza rende evidente come lo spazio privato sia molto più interessante da agire piuttosto che quello pubblico.

  • hp

    ma si è scorticata a sangue per il suo amore daniele perra?