Progettare la moda. Intervista a Denise Bonapace

Denise Bonapace non disegna i suoi capi, li progetta. E questo fa la differenza tra un abito standard e uno da indossare (quasi) su misura. Tra design e moda, una intervista che pubblichiamo mentre a Milano inizia la settimana più calda dell’anno.

Denise Bonapace, Tre - maglia

Sei una progettista poliedrica, che spazia dall’installazione, al design di gioiello, alla moda. Che cosa significa per te progettare?
La parola progetto genera tutto ciò che faccio. È una parola meravigliosa, che significa gettare in avanti, gettare oltre. Questo presuppone la conoscenza esatta del momento storico in cui ci si trova e la consapevolezza di ciò che ci circonda, per poter poi proporre qualcosa di nuovo. Il progetto moda, che sviluppo, è più vicino al fare progetto che al fare moda, come viene intesa comunemente.

Come nasce l’interesse per la moda, per la “progettazione” di abiti?
L’interesse per la moda nasce da due incontri fondamentali avvenuti durante l’ultimo anno di studi universitari al Politecnico di Milano: quello con l’antropologa Elena Fiorani che parla di come il corpo abita la moda, e quello con Beppe Finessi, critico e curatore. Grazie a questi incontri ho capito che si poteva fare moda in modo diverso, proprio in virtù di un momento storico diverso che ci permette di intentare cose nuove, più coerenti e più armoniche.

Che cosa rappresentano le tue creazioni di moda? Cosa vogliono esprimere?
Nasco come designer, professione di colui che progetta ciò che sta intorno al corpo, come ci viene insegnato. L’abito è l’elemento più vicino al corpo, a diretto contatto con la pelle. Posso progettarlo e non subirlo, in modo che chi indossa e chi è indossato possano relazionarsi, creare un linguaggio. Per me l’abito è un supporto che si relaziona alla persona che lo indossa.

Denise Bonapace, Tre - gonna
Denise Bonapace, Tre – gonna

I tuoi capi contengono nella loro forma il dinamismo vitale di chi li indosserà, sembra che attendano di essere vissuti. Come prende forma un capo?
Tutti i miei progetti hanno un nome, una nascita, un perché, come fossero dei figli. Di solito l’atto di creazione è istintuale, nasce da una necessità momentanea. La maggior parte degli abiti sono dritti, simmetrici, per un corpo che li indossa in una posizione perfettamente eretta. Da questa riflessione sono nati un progetto per il Salone del mobile prima, e una mini-collezione, Movimentario, più tardi. Il primo ha avuto luogo presso l’atelier di Duilio Forte. Avevo preso dei grandi rotoli di lino e chiesto ai visitatori di sdraiarsi in una posizione che a loro piaceva e ne avevo tracciato i contorni per poi tagliare e cucire queste camicie che avevano delle forme che si muovevamo: aperta, felice, aggressiva, chiusa. Ciò dava la possibilità di leggere la persona attraverso l’abito.

Qual è per te la relazione tra corpo e abito?
Quando progetto un capo cerco di fare un regalo a chi vorrà indossarlo, che potrà interpretarlo e farlo suo, l’etichetta stessa è removibile per dare la più ampia personalizzazione. Tale approccio è molto apprezzato a livello concettuale ma trova degli scogli a livello commerciale.
Non notiamo più che tutto ciò che è legato alla moda è rappresentato da una sola tipologia di corpo, quello alto, magro e giovane. Per un designer di abiti questo costituisce un grosso limite, in quanto è stupendo progettare per corpi diversi.Lo stile rappresenta sempre un solo corpo, al quale gli altri corpi sono poi costretti ad adattarsi.
Con gli studenti in Università abbiamo lavorato con il corpo anziano, e ho notato come ci fosse una tendenza condivisa all’uso di aggettivi negativi per un corpo oramai diverso dal modello mainstream. Manca anche una terminologia per identificare corpi differenti attraverso le loro peculiarità e non definendoli come “diversi da”. C’è ancora molto da fare, la moda è ancora piena di possibilità.

Come definiresti la relazione tra l’abito e la persona che lo indossa?
È una relazione di assoluta libertà. A seconda della persona che lo indossa, l’abito assume ogni volta forme diverse prende vita. C’è la possibilità di spingere verso questa libertà, poiché il bagaglio che ci arriva dal Novecento è ingombrante. La moda è stata un settore in cui il progetto non è entrato, essendo fortemente strutturato in un modo preciso, nonostante ci siano stati esempi, sempre marginali. Oggi è un momento importante per provare a inserire il progetto nella moda.
Attraverso la mia attività di docente al Politecnico e alla Naba ho riscontrato un forte entusiasmo negli allievi, ai quali presento questo modo diverso di fare moda. Non voglio che il capo vada fuori moda, non uso le cartelle colori della stagione, cerco di usare dei filati e dei colori che abbiano un senso per quella determinata collezione.

Denise Bonapace, Tre - top rosso
Denise Bonapace, Tre – top rosso

Potresti parlarci di Anatomy, il tuo ultimo progetto?
Anatomy nasce dopo la collezione Tre, nella quale ho tagliato a metà una maglia, una gonna e un abito, facendo in modo che queste metà si componessero con diversi materiali e colori e regalare a chi comprava i tre pezzi di avere tre soluzioni diverse. Anatomy nasce dopo ed ha sempre questo tipo di natura legata quasi a un’esplorazione scientifica, a una scomposizione di pezzi. Mi interessa arrivare alla sostanza, alla semplicità. Anatomy si compone di una giacca, una maglia e un abito scomposti. Scomponendo i pezzi basici come colli, polsi, fondi, nascono queste collezioni. Le forme che disegno sono forme semplici che donano a tutti i corpi e non solo a una determinata tipologia. È possibile per esempio prendere il collo della maglia ed usarlo sull’abito in questa grande libertà d’uso.

Che ruolo ha il materiale nella tua progettazione?
Ho lavorato anche con il tessuto, ma sento più mia la maglieria perché a partire dalla scelta del filo e della macchina, il risultato è diverso, con molte variabili. Mi piace utilizzare filati naturali italiani

Dove è possibile acquistare le tue creazioni?
Attualmente i capi sono distribuiti in alcuni punti in Italia, a Parigi e a Berlino.

Laura Poluzzi

www.denisebonapace.com

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Laura Poluzzi
Nata a Firenze, classe ’85, dopo una tesi in Estetica Contemporanea si trasferisce a Parigi dove lavora per due gallerie di arte contemporanea. Parallelamente comincia a collaborare con riviste di arte e informazione culturale. Tornata a Firenze decide di seguire un doppio binario diplomandosi allo IED Firenze mentre porta avanti gli studi universitari in Filosofia, approfondendo tematiche relative ai mutamenti insiti nella società contemporanea. Tra i fondatori di FablabFi, si divide tra la città natale e Milano, dove frequenta, da settembre 2012, il Master in Interaction Design presso la Domus Academy. All'attività di Graphic Designer Freelance unisce quella di collaboratrice della rivista Artribune, per le rubriche di Design e Arte Contemporanea. Tra i principali interessi di ricerca, l'Interaction Design, il Visual Design e la Social Innovation.