Le parole e la morte. Una conversazione con Romeo Castellucci

Prosegue fino a maggio “e la volpe disse al corvo”. È il denso progetto – a cura di Piersandra Di Matteo – che la città di Bologna dedica al fondatore della Socìetas Raffaello Sanzio. Noi lo abbiamo incontrato.

Romeo Castellucci - photo © Peggy Jarrell Kaplan

Nel progetto bolognese quasi tutti gli appuntamenti sono collocati in luoghi non teatrali. Perché?
In e la volpe disse al corvo predomina un carattere di pellegrinaggio, di attraversamento: si tratta di non lasciare traccia del nostro passaggio. Sono posti trovati, in cui siamo capitati. Abitare un contesto urbano per me è fortemente significativo, infatti il mio lavoro non avrebbe senso collocato nella natura. Si tratta di marcare delle architetture, con connotazioni e tonalità diverse fra loro. Questo permette una drammaturgia dello spazio urbano, verificando il modo in cui certe volumetrie reagiscono alle immagini, e viceversa: il significato dei gesti cambia alla radice, a seconda del tipo di aria che li circonda.

Questa condizione ha a che fare con una tua necessità di sorprenderti?
Sì: contemplando anche la possibilità dell’errore, mi predispongo alla sorpresa. È un modo di stare in relazione con le cose giocato sui nervi. Per me è fondamentale vederne gli esiti assieme alle persone presenti ai miei spettacoli, non prevedo mai il comportamento dello spettatore.

Romeo Castellucci, Uso umano di esseri umani - photo © Luca Del Pia
Romeo Castellucci, Uso umano di esseri umani – photo © Luca Del Pia

In febbraio ha debuttato Uso umano di esseri umani, basato iconograficamente su La Resurrezione di Lazzaro di Giotto. In che modo questo dipinto ha dato confini alla tua opera?
Sono partito dall’idea di lavorare sulla Generalissima, lingua artificiale da noi coniata nel 1985. All’epoca fu soltanto un tentativo non compiuto: un’invenzione essenzialmente concettuale. In questo caso, invece, l’ho utilizzata per articolare una fabula.  Per Uso umano di esseri umani mi serviva una storia in grado di superare il fatto di usare quella lingua, avevo bisogno di un soggetto forte. Quello scelto da Giotto è uno dei quadri umani più stupefacenti dell’arte occidentale: si pone tra una resurrezione e una “zombizzazione”, Lazzaro è l’unico essere umano destinato a morire due volte. Quella di Giotto è un’opera della parola: con essa Lazzaro è tratto dalla morte. Ed è con una parola, nello spettacolo, che Gesù va nella tomba. C’è un rapporto polare tra la capacità di suscitare dalla morte e la capacità di precipitarsi nella morte, passando attraverso le parole. Il linguaggio rivela il rapporto privilegiato che noi umani abbiamo con la morte proprio in quanto parlanti. Maurice Blanchot dice che “ogni immagine è un ‘Lazare, veni foras!’”: ogni immagine è qualcosa che ritorna.

Quali riferimenti iconografici sono alla base della costruzione delle figure di Giudizio Possibilità Essere, spettacolo eseguito in una palestra?
C’è tutto l’immaginario e l’armamentario neoclassico, e una forma regolata fino al midollo: un controllo assoluto dei gesti. A un primo sguardo, essi possono sembrare artificiosi, artefatti o persino parodistici. In realtà non lo sono affatto: dal mio punto di vista provocano emozione. In apparenza sono privi di vita, proprio per questo li trovo brucianti, molto più del vedere un performer impegnato nella spesa vitalistica di energia. La forma di Giudizio Possibilità Essere mi sembra decisamente più radicale, più vicina a una esigenza che sento, in quest’epoca, di sorgenti oscure e distanti. Nelle figure dello spettacolo abitano anche elementi del folclore: tutte componenti estremamente impersonali.

Romeo Castellucci, Santa Sofia - photo © You-Wei Chen
Romeo Castellucci, Santa Sofia – photo © You-Wei Chen

Il progetto bolognese si concluderà con Attore il tuo nome non è esatto, spettacolo in cui la lingua è “fatta di balbettii”.
È un lavoro fondato su un archivio sonoro, realmente esistente, relativo alle voci paranormali di posseduti, medium, fantasmi, spiriti. Va da sé che non mi interessa affatto l’aspetto esoterico della questione: quelle voci sono materiali in se stessi di una bellezza sfolgorante. Attore il tuo nome non è esatto nasce nel contesto di un laboratorio che ho tenuto alla Biennale di Venezia, ed è composto da una serie di esercizi che in quella occasione ho dato agli attori. Questo è rimasto, nulla più: è uno spettacolo che hanno creato i partecipanti a quel laboratorio, in realtà. Ciascuno doveva scegliere da questo catalogo una voce e dare ad essa il proprio corpo. Erano voci che a loro volta avevano “dato voce” ad altri fantasmi, a forze aliene, a ulteriori potenze del passato. È un po’ come una muta, come una pelle di serpente che cade, una dopo l’altra, a rivelare la natura profonda dell’attore, che è quella di lasciarsi fare, di lasciarsi cavalcare dalle forze del passato. In Attore il tuo nome non è esatto ci sono una quantità di glossolalie, xenoglossie, lingue mai udite, lingue del passato, voci di indemoniati, lingue morte. E anche balbettii, appunto.

In uno scritto di presentazione di e la volpe disse al corvo ti domandavi: “Quale distanza devo prendere dalle parole e a quale prezzo? Come si costituisce un’immagine, e a quale prezzo?”.
Il prezzo da pagare per costituire un’immagine è quello di doverlo fare, di costituirla.

Michele Pascarella

http://elavolpedissealcorvo.it/

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Michele Pascarella
Dal 1992 si occupa di teatro contemporaneo e tecniche di narrazione sotto la guida di noti maestri ravennati. Dal 2010 è studioso di arti performative, interessandosi in particolare delle rivoluzioni del Novecento e delle contaminazioni fra le diverse pratiche artistiche.