Fra galleria e questura. La Street Art in Francia

I più maligni vi riconoscono una moda passeggera, un fenomeno di costume finito per sbaglio nelle gallerie newyorchesi durante gli Anni Ottanta. I sostenitori più convinti – sempre più numerosi – ritrovano invece nei graffiti e nella Street Art quella componente sovversiva che ha tracciato alcune delle parabole più interessanti dell’arte del Novecento. Vi raccontiamo cosa sta succedendo in Francia.

L’assalto della crew VEP alla stazione della metropolitana del Louvre nel 1991 © TBY (Paris Tonkar)

Diversi dati illustrano il successo crescente dei graffiti e della Street Art in Francia negli ultimi anni. Dati economici prima di tutto, come dimostra il moltiplicarsi degli attori sul mercato: le case d’asta che organizzano con regolarità vendite di Urban Art a Parigi, Lione, Marsiglia e Bordeaux, le sempre più numerose gallerie specializzate in graffiti e Street Art, i nuovi progetti editoriali che hanno trovato in pochi anni un proprio pubblico e, più in generale, un’imprenditoria nata in seno alle culture urbane. Se l’Art Urbain attraversa oggi un’età dell’oro e se i suoi indici attirano nuovi investitori, l’analisi di questo successo deve però oltrepassare il semplice dato finanziario.
Bisogna affrontare sia le luci che le ombre per avere un quadro completo – meno idilliaco ma più reale – di questa fase particolare della storia dei graffiti e della Street Art in Francia. Solo così si possono inquadrare i problemi irrisolti: l’assenza di veri progetti istituzionali, il silenzio della maggior parte degli autori accademici su questi temi e la mancanza di un’analisi coerente della storia di questo movimento in Francia. Proprio analizzando quest’ultimo punto, le luci e le ombre diventano più nette e si chiariscono gli attuali equilibri di questo settore del mondo dell’arte francese.

Le pubblicità realizzate per la RATP da Futura 2000 nel 1984 © D.R.
Le pubblicità realizzate per la RATP da Futura 2000 nel 1984 © D.R.

La storia di quella che oggi definiamo Street Art comincia in Francia nel 1981 con i primi stencil dipinti da Blek le Rat. Nei primi Anni Ottanta, alcuni quartieri della città, come le vie intorno al Centre Pompidou (inaugurato nel 1977), sono invasi da interventi che condividono, oltre alla tecnica, anche un’estetica punk e post-pop. L’ascesa dei pochoiristes è folgorante. Nel 1985, Denys Riout pubblica Le livre du graffiti, una delle prime analisi scientifiche di questo fenomeno. L’anno seguente, la stilista Agnès B. organizza la mostra Vite fait bien fait alla Galerie du Jour, a pochi mesi di distanza da un’asta di arte urbana che segna l’apice di un’età dell’oro giunta al suo termine.
Il proliferare dei primi graffiti decreta infatti una diffidenza di fondo verso qualsiasi intervento non autorizzato nello spazio pubblico. È un’inversione di tendenza radicale se si pensa che, nel 1984, la RATP, la compagnia di trasporto pubblico di Parigi, invita il writer newyorchese Futura 2000 a dipingere alcuni pannelli pubblicitari della metropolitana e che, in quegli stessi anni, il movimento della Figuration Libre di Robert Combas e Hervé Di Rosa, promosso come la risposta francese a Jean-Michel Basquiat e Keith Haring, ostacola la diffusione in Francia di artisti americani che trovano invece spazi in Olanda, in Germania e in Italia.
Il cambio di rotta diventa tangibile in pochi mesi. Nel 1988 un giovane writer, Darco FBI, viene condannato da un giudice a pagare una multa elevata e a decorare delle stazioni ferroviarie… per aver dipinto senza autorizzazione delle stazioni ferroviarie. È l’inizio di un muro contro muro schizofrenico fra Stato e writer, che degenera una prima volta nel 1991. Mentre l’allora ministro della cultura Jack Lang inaugura la mostra Graffiti Art: artistes américains et français, 1981-1991 al museo del Trocadero, alcuni writer devastano la stazione della metropolitana del Louvre per protestare contro l’irrigidimento delle politiche antigraffiti.

La collezione di graffiti di Alain Dominique Gallizia esposta al Grand Palais nel 2009 © A. D. Gallizia
La collezione di graffiti di Alain Dominique Gallizia esposta al Grand Palais nel 2009 © A. D. Gallizia

L’attacco a uno dei simboli del turismo parigino inaugura un decennio di relativa anarchia, durante il quale Parigi e la Francia diventano l’epicentro di una nuova estetica che avrà un impatto fondamentale in Europa e nel mondo. Nel microcosmo dei graffiti, Parigi ritrova il suo statuto di capitale internazionale. È qui che si stabiliscono writer stranieri, come gli americani Jonone e Seen, è qui che viene pubblicata Xplicit Grafx, una delle fanzine di riferimento del settore, è qui che appare l’Ignorant Style, uno stile di graffiti basato su una libera espressione del gesto, ed è sempre qui, sul finire degli Anni Novanta, che compaiono i primi interventi di Street Art firmati da Invader, Zevs e Miss Van, mentre due writer come Stak e Honet sostituiscono alle lettere l’uso ripetuto di un segno-logo.
All’inizio degli Anni Zero, la giustizia francese scandisce nuovamente il ritmo evolutivo di questo ambiente. Il processo di Versailles mette di punto in bianco fine alle attività dei sessanta writer più attivi della scena francese. Si assiste allora all’avvio di una nuova fase che riproduce schemi e forme già visti a New York negli Anni Ottanta: miniaturizzazione dei graffiti e accettazione delle regole del mercato dell’arte contemporanea. Alcuni writer si adattano a un gusto borghese e partecipano, fino a perdere talvolta la loro riconoscibilità, alla definizione dei contorni estetici di un nuovo movimento – la Street Art – che, anche grazie a Internet, si impone rapidamente su scala mondiale. È in questo contesto che nascono progetti di risonanza internazionale, come la mostra Born in the streets alla Fondation Cartier nel 2009, o come, più recentemente, la trasformazione di un edificio intero in un museo effimero della Street Art, la Tour Paris 13.

La facciata della Tour Paris 13 dipinta dallo street artist franco-tunisino eL Seed © Le Grand Jeu
La facciata della Tour Paris 13 dipinta dallo street artist franco-tunisino eL Seed © Le Grand Jeu

La fase attuale è caratterizzata da una mediatizzazione sfrenata che è al tempo stesso apprezzata e temuta dai principali attori di questo movimento, perché snatura una controcultura nata sulle ceneri del punk e perché disperde, almeno in parte, un capitale ideologico capace di scardinare alcuni meccanismi del sistema dell’arte. Un esempio: se fino a qualche anno fa i galleristi di graffiti e Street Art erano costretti a ridefinire il proprio ruolo perché Internet rendeva futile la loro mediazione fra artista e collezionista, oggi le gallerie legano a sé gli artisti facendosi promotrici di un neo-muralismo che si propone come arte pubblica, ma che serve soprattutto a pubblicizzare il lavoro degli artisti. Alcuni si oppongono a questa deriva commerciale, mentre altri, come Christian Guémy alias C215, a Vitry-sur-Seine, a pochi chilometri da Parigi, ne tentano una modellizzazione virtuosa, garantendo agli artisti un dialogo fitto con il territorio e la possibilità di sperimentare nuove tipologie di arte pubblica.
La scelta del Primo Ministro francese, François Ayrault, di esporre lo scorso luglio una parte della collezione di graffiti di Alain-Dominique Gallizia nelle stanze dell’Hôtel di Matignon tra mobili Anni Trenta, stucchi dorati e sovrapporte settecentesche, dimostra che ormai anche le più importanti istituzioni pubbliche francesi hanno capito l’importanza di questo movimento artistico. Nei prossimi anni è quindi lecito aspettarsi che Parigi rafforzi il suo statuto di capitale internazionale dei graffiti e della Street Art e che, dopo Dada e il Situazionismo, la Francia rinnovi i suoi legami con quelle concezioni radicali dell’arte che hanno attraversato tutto il Novecento. Perché è questo il vero banco di prova con cui si confronteranno i graffiti e la Street Art nei prossimi anni: dimostrare che Francesca Alinovi aveva ragione nel riconoscere in questa nuova disciplina che “l’arte d’Avanguardia non solo non è morta, ma ha dissotterrato la sua ascia di guerra e batte il tam tam lungo le linee di frontiera di Manhattan”.

Christian Omodeo

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #18

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