Dalla Monna Lisa versione Simpson all’Urlo secondo i Pink Floyd

Citazioni, appropriazioni, parodie, omaggi. Chiamatele un po’ come preferite, ma sta di fatto che ci sono opere che, prima o poi, diventano icone. Francesca Bonazzoli e Michele Robecchi ci hanno fatto un libro, noi li abbiamo intervistati.

Pubblicità per un’agenzia di scommesse online raffigurante Gesù e gli Apostoli che giocano a carte su un tavolo da gioco, 2005 (l’azienda fu costretta a ritirare la campagna pubblicitaria in seguito alle numerose proteste) - Courtesy Paddy Power

Cominciamo dall’inizio, dalla Prefazione: come siete riusciti a convincere Maurizio Cattelan a scriverla? E cosa ne pensate della sua posizione, che potremmo definire anti-semiotica?
Si tratta evidentemente di un tema vicino a Cattelan, che ha giocato spesso con il ruolo e la popolarità delle immagini nel suo lavoro. Lui stesso è stato il bersaglio di parodie e omaggi al limite del plagio, basti pensare alla copertina di Raise the Dead dei Phantom Planet. Ma effettivamente non è da lui affidarsi alla parola scritta per esprimersi. Deve aver sofferto parecchio ad accettare di scrivere, ma è stato molto generoso e ci ha subito detto di sì.

Fra titolo e sottotitolo del libro ci sono due termini fondamentali per gli studi umanistici e in particolare per la storia dell’arte: ‘mito’ e ‘icona’. Come li definite nell’economia del volume?
L’uso della parola ‘mito’ in questo caso è palesemente ambiguo, a metà strada tra la definizione religiosa, di simbolo privilegiato e trascendente, e l’uso gergale che se ne fa nel linguaggio contemporaneo. Solo il titolo dell’edizione italiana usa la parola mito (il libro è stato tradotto in quattro lingue e in francese, ad esempio, si chiama Ceci est une icône, con allusione alla pipa di Magritte), ma non ci dispiace questa affermazione animista/autonomista dove è l’opera d’arte stessa a dichiarare il proprio status. Sottolinea come i trenta lavori discussi si siano in un certo senso selezionati da soli, in virtù della loro indiscutibile popolarità.
Anche la parola ‘icona’ evidenzia il processo “religioso”, idolatrico, che ha favorito l’emancipazione dell’opera d’arte dal suo contesto originale – il museo o la collezione – fino a farla diventare un’immagine trasversale e immortale. ‘Icona’ in greco significa ‘immagine’, ma dalla tradizione bizantina in poi è anche l’immagine per eccellenza, cioè quella sacra.

Pubblicità Scandale di S. N. Lesage, 1955 - Courtesy Hop Lun Brands Limited
Pubblicità Scandale di S. N. Lesage, 1955 – Courtesy Hop Lun Brands Limited

Com’è cambiato nel tempo il processo che porta un’immagine a diventare icona?
La proliferazione mediatica di fine Novecento ha indubbiamente rimescolato le carte, ma una cosa di cui ci siamo resi conto è che non esistono regole o ricette. Ogni opera si è guadagnata l’accesso a questo pantheon attraverso vicende diverse e imprevedibili. Basti pensare a La Ragazza con l’orecchino di perla, che è diventata l’opera più iconografica di Vermeer dopo oltre trecento anni dalla sua realizzazione attraverso la strada improbabile di un romanzo di successo, o alla Gioconda, che deve una larga fetta della sua popolarità al furto al Louvre nel 1911, fino a Warhol, che ha consegnato Marilyn alla storia lavorando sulla serialità come imitazione del sacro.

Il libro ha una superficie molto divertente ma sottende temi scottanti. Ad esempio, pregi e difetti della popolarizzazione dell’arte. Come la pensate in proposito? Esiste una terza via fra elitarismo e semplificazione “pubblicitaria”?
Forse non esiste una terza via. Durante il lavoro di ricerca iconografica, di cui il libro purtroppo rappresenta solo una minima parte, perché altrimenti i diritti da pagare per le immagini l’avrebbero reso un volume per pochi, abbiamo trovato molte interpretazioni banali e degradanti, ma anche alcune assolutamente brillanti. Il successo di queste operazioni dipende, prevedibilmente, dalle motivazioni e dal contesto, oltre che dall’intelligenza di chi le fa. Tiziano fece una geniale parodia del Laooconte trasformando il sacerdote troiano e i suoi figli in scimmie per prendere in giro la “laocoontemania” degli artisti che imitavano la celebre scultura nelle loro opere, ma anche John Travolta che, nella locandina della Febbre del sabato sera, si mette in posa come il vecchio Laocoonte è una citazione subliminale che supera il kitsch rifacendosi a un’immagine della nostra comune cultura visiva.
Un aspetto curioso che abbiamo riscontrato è invece il rifiuto di certi autori a riconoscere la fonte primaria della loro ispirazione. Una nota casa di cosmetici, ad esempio, ha negato qualsiasi legame con le composizioni gialle, rosse e blu di Mondrian, sfidando logica ed evidenza.

Movimento Classico dell’artista dEmo, opera vestita da Missoni per la Vogue Fashion Night Out - Madrid, 2010 - Courtesy dEmo
Movimento Classico dell’artista dEmo, opera vestita da Missoni per la Vogue Fashion Night Out – Madrid, 2010 – Courtesy dEmo

Qual è l’“omaggio” che vi è piaciuto di più e che avete scoperto durante le ricerche per questo libro? Quale invece vi ha maggiormente disturbato?
Il murales raffigurante Il Bacio di Klimt fatto da Tammam Azzam su un palazzo distrutto di Damasco è un’opera straordinaria, ma ci è piaciuto molto anche Richard Nixon nei panni del Laocoonte con i nastri del Watergate che diventano serpenti.
Tra le cose più insulse, senz’altro il David di Michelangelo vestito Missoni per la settimana della moda a Madrid.

Senza pensarci troppo: il prossimo capolavoro che diventerà icona.
La decisione di fermarsi agli Anni Sessanta è stata anche presa perché l’accertamento dell’ascesa da opera d’arte a icona richiede un minimo di distanza temporale. Tenendo presente che popolarità e diffusione non sono criteri che coincidono necessariamente con qualità e credibilità critica, probabilmente For the Love of God di Damien Hirst si avvia a essere un buon candidato.

Marco Enrico Giacomelli

Francesca Bonazzoli & Michele Robecchi – Io sono un mito. I capolavori dell’arte che sono diventati icone del nostro tempo
prefazione di Maurizio Cattelan
Electa, Milano 2013
Pagg. 144, € 19,90
ISBN 9788837093495
www.electaweb.it

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.