Pericolo di crollo

La rubrica Inpratica questa domenica prende spunto da un cartello che svetta su un edificio di San Felice sul Panaro. Recita “pericolo di crollo” ed è un monito che vale per tutta l’Italia.

San Felice sul Panaro

Al centro c’era una macchina.
Mentre la guardavo, cominciò a ronzare pensosamente,
e diverse file di luci formarono uno schema, si fermarono
e poi ne formarono un altro. Era un computer dei vecchi
tempi (quando eravate voi a possedere questa
Terra, voi fantasmi e memorie).
Samuel R. Delany, Una favolosa tenebra informe
(The Einstein Intersection, 1967)

Pericolo di crollo, c’è scritto in bianco a caratteri cubitali sulla casetta di campagna a San Felice sul Panaro, che scivola via dal finestrino del treno regionale.
È scritto grande due volte, per avvertire – presumibilmente – gli sconsiderati e gli svitati che dovessero tentare di penetrarvi, magari di notte. E non ci riguarda forse tutti, questo avviso? Non ci mette in allarme? (Il tetto è sfondato, composto solo di legnetti aguzzi che spuntano dai mattoni divelti.)
“Pericolo di crollo” vuol dire che sta per venire giù tutto. Anche l’intelaiatura psichica è pericolante: il modo in cui percepiamo e interpretiamo il mondo sociale attorno a noi è stato talmente brutalizzato da non significare quasi più nulla. Ci muoviamo un po’ tutti come ombre: da una parte, seguendo disperatamente e pigramente sistemi comportamentali ereditati dal passato, dalle generazioni che ci hanno preceduto; dall’altra, abbandonando con irresponsabilità intere porzioni di comprensione, di conoscenza, di complessità. (Ci costa infatti troppa fatica, troppo sforzo dedicarci all’interpretazione: meglio farci agire.)

Gabriele Basilico, Beirut, 1991
Gabriele Basilico, Beirut, 1991

L’isteria collettiva. La frenesia. In questo momento c’è chi reagisce molto male alla crisi – e chi non reagisce proprio. Sbiellate le istituzioni psichiche. I sostegni e le impalcature sono saltati, evaporati: come se non fossero mai esistiti. E non è la solita faccenda delle generazioni che, invecchiando, considerano dall’alto in basso i più giovani. C’è dell’altro, molto più profondo e grave – inedito. C’è che questi vecchi e quasi-vecchi dopo aver sperperato tutto e tutto mandato in malora non sanno proprio che farsene della loro vecchiaia; non hanno esperienza, o è esattamente come se non l’avessero; ci odiano.
E allora, questa continua percezione di pericolo e minaccia; questa insicurezza costante, attentato perenne al presente e al futuro delle nostre esistenze, il non poter mai stare veramente tranquilli e il dover affrontare emergenze consequenziali e stratificati (sebbene inutili: ed è questo l’aspetto più assurdo dell’intera faccenda), l’essere costretti a immaginarci infelici e terremotati nell’animo… tutto questo è qualcosa che ci cambia, che ci sta cambiando. Non necessariamente in peggio. Ci allontana dal lato vacuo, stupido, superfluo delle cose e della vita; ci smuove e ci irrigidisce, ci rende duri e resistenti.
L’amarezza ci indurisce.
C’è questa durezza amara in noi, sconosciuta e al tempo stesso antica, che non è una forza negativa ma costruttiva. Che contribuisce a determinarci – di nuovo – come costruttori: “Un Paese che ignora il proprio ieri, di cui non sa assolutamente nulla e non si cura di sapere nulla, non può avere un domani. Io mi ricordo una definizione dell’Italia che mi dette in tempi lontanissimi un mio maestro e anche benefattore, che fu un grande giornalista, Ugo Ojetti, il quale mi disse: ‘Ma tu non hai ancora capito che l’Italia è un Paese di contemporanei, senza antenati né posteri perché senza memoria’. Io avevo 25-26 anni e la presi come una boutade, per una battuta, un paradosso. Mi sono accorto che aveva assolutamente ragione. […] Per l’Italia non vedo un futuro, per gli italiani ne vedo uno brillante” (Indro Montanelli).

Javier Bardem in Hashima Island (007 Skyfall, Sam Mendes 2012)
Javier Bardem in Hashima Island (007 Skyfall, Sam Mendes 2012)

Ti porti appresso i tuoi detriti. Scatole, scatoloni. Carte, cartacce, libri – e anche idee, che cominciano a marcire. Pezzi di esistenza sepolti, dissepolti e trasferiti da una tomba all’altra. (Oggetti e ricordi polverosi, ammuffiti). Trascini con te le tue rovine.
Lo shock di un impatto, di un incidente, di un trauma non è senza conseguenze: non lascia intatti il corpo e lo spirito. È qualcosa in effetti di molto ovvio, ma quando si tratta della nostra vita collettiva e individuale è anche qualcosa che facciamo presto a dimenticare, o di cui non teniamo conto. Stranamente.
Il fatto che, traumatizzati, non resistiamo come prima del colpo, ma siamo intontiti, rimaniamo storditi a ricevere altre mazzate. Questo stordimento può durare secondi o anni e decenni; intacca i nostri riflessi. La lucidità e la logica.
Attraversiamo un processo storico di stordimento.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).