L’arte? Mi piace! Sui giochini di Facebook

Nello scorcio finale del 2013, il “popolo di Facebook” si è inventato l’ennesimo giochino a catena, un po’ radical e un po’ chic. Per dimostrare a se stessi e ai numerosi “amici” meno colti o meno informati quell’infarinatura sufficientemente superiore alla media necessaria a guadagnarsi l’ammirazione planetaria di chi, coinvolto in qualcosa di “culturale”, possa sentirsi a posto con la coscienza e passare a commentare il post successivo.

Anton Giulio Onofri

Questo è un gioco per mantenere viva l’Arte. Clicca ‘Mi piace’, e io ti assegnerò un Artista. Non importa se non conosci le sue opere, cerca su Internet, scegli quella che ti piace di più e pubblicala su FB. Mario Rossi ha scelto per me Pablo Picasso e condivido con gioia ‘Les Demoiselles d’Avignon’ (1907)”. Così recitava l’invito a partecipare al gioco che in tanti ci siamo visti postare in bacheca. “Per mantenere viva l’Arte”… Ma via, cari amici di Facebook, proprio noi destinati a morire e a marcire, perché mai dovremmo fingere di mantenere viva una cosa che ci precede di cinquecento, mille, diecimila anni, e per altrettanti ci sopravvivrà? Cui prodest? A quelli che in una Capitale straniera tipo Amsterdam consultano nella guida l’indirizzo dei coffee shop e se proprio avvertono l’impellenza di visitare un museo si infilano al van Gogh (gettonatissimo su Facebook) ma nemmeno si sognano di metter piede al Rijksmuseum o allo Stedelijk? A quelli che nella loro città di residenza non sarebbero in grado di riferire chi sia o a che periodo appartenga l’autore della pala sull’altare maggiore della chiesa dove da bambini fecero comunione e cresima, e dove magari si sono anche sposati? A quelli che dicono “Adoro Caravaggio!” e non si perdono una notte bianca in fila per ore al freddo e al gelo per entrare venti risicati minuti in una pinacoteca sovraffollata alle tre del mattino, considerando saldato fino all’anno successivo il proprio debito con l’arte? O forse a quelli che, per risultare più fighi, morettianamente si interrogano: “Mi si nota di più se posto un manierista toscano minore o un simbolista svizzero tra le due guerre?”.

Anton Giulio Onofri
Anton Giulio Onofri

Gli organizzatori delle cosiddette “mostre-evento” ci sguazzano, e con esposizioni del tipo Da Cimabue a Monet riempiono con migliaia di visitatori e allestimenti in cartongesso le sale a pianterreno di palazzi e castelli che al secondo piano custodiscono magari una madonnina di Crivelli sboccante di squisitezza, o una serie di piccole e misteriose tele del Mastelletta, che nessuno sale a vedere, e che nemmeno sono inserite nel percorso di visita, tra gli immancabili caffetteria e bookshop. Internet, veicolo benedetto di tutto quell’umano scibile che un tempo dovevi andarti a reperire almeno in biblioteca, oggi rintracciabile invece senza muoversi da casa, rivela con sempre maggiore evidenza quanto il problema della disinformazione non sia ormai né a monte né a valle, come si diceva una volta. Il sogno della cultura alla portata di tutti, che come un vaso di Pandora pieno zeppo la Rete avrebbe tutti i numeri per realizzare, si infrange contro il muro, anzi la bacheca di Facebook, dove pubblicare il jpeg di un Odilon Redon, di un gattino o di un paio di tette, o “il video più commovente del momento”, può procurarti l’identica, lusinghiera vagonata di Mi Piace. Siamo fermi al medium/messaggio di McLuhan, senza alcuna intenzione di progredire.
Fortunatamente l’arte non solo è viva, ma possiede il segreto di quell’eternità che noi possiamo sognarci. Pensateci: un’opera d’arte esiste anche se nessuno la guarda. Più viva di così…

Anton Giulio Onofri
videasta e scrittore

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #17

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