La sedia elettrica dell’assessore. Lettera aperta a Flavia Barca

Una lettera aperta sul passato prossimo, sul presente indicativo e sul futuro condizionale del Macro. Scritta dall’artista e critico Gian Maria Tosatti. E ci auguriamo che l’assessore al Comune di Roma, Flavia Barca, non tanto risponda, piuttosto si attivi.

Flavia Barca al Macro attorniata dai giornalisti

A vederla sbagliare tutte le mosse vien da pensare che la coerenza non sia, per forza, un valore. Si parla dell’assessore Flavia Barca, ascesa al soglio culturale romano priva di quei meriti e di quelle medaglie conquistate sul campo che si pretenderebbero da chi ambisce a gestire il più vasto patrimonio culturale concentrato in una sola città del pianeta Terra. La responsabilità della nomina, invero, sarebbe del sindaco Marino che, non avendo visione, si è fatto indirizzare, alla vecchia maniera, dagli equilibri di maggioranza (salvo poi ritrovarseli contro). Tuttavia, farebbe piacere talvolta ascoltare un “domine non sum dignus” da parte di chi avrebbe più la ragionevolezza che l’umiltà di non assumersi compiti riguardo ai quali non tarderà a dimostrarsi inadeguato.
Sarebbe stato fin troppo duro se questo mio commento fosse giunto all’indomani della nomina, ma dopo circa nove mesi di paralisi dell’amministrazione su tutto ciò che attiene alle arti, ho la coscienza a posto nell’esprimere, senza sconti, la mia opinione di tecnico.
Il mio, in realtà, non vuol essere un attacco, ma un contributo. All’assessore Barca consiglio, infatti, di cuore, di fare quel che in questi mesi non ha avuto la sensibilità di fare, ossia di uscire dal proprio ufficio e andare a conoscere approfonditamente tutte le realtà culturali buone e cattive, virtuose o parassitarie che compongono la complessa cosmologia della cultura romana. Facendolo, forse, capirà qual è la strada per superare un immobilismo che in tempi di crisi è doppiamente colpevole sia sul piano economico che politico.
La ragione che oggi mi porta a scrivere nel merito di questo tema, dopo aver disertato il dibattito culturale della mia città per mesi, è stata la lettura di un’intervista, apparsa sul Corriere della Sera, proprio all’assessore Barca, in cui si parla di un ruolo importante di Enel nella futura gestione del Macro.
Se, infatti, una pecca c’è stata nella gestione del Macro in tutti questi anni, è stata proprio l’eccessiva interferenza di soggetti privati (gallerie o aziende), e dei loro interessi, nella programmazione del museo. Una interferenza che, in virtù di un contributo economico, finiva per essere libera da ogni vincolo scientifico nella scelta delle opere e dei progetti, arrivando a risultati grotteschi, come quello di scambiare un museo d’arte contemporanea per un lunapark. Finché non marcirà, il Big Bamboo continuerà a gridare vendetta a quel cielo che sembra trafiggere ogni giorno con le sue canne al vento. Come anche i tappetoni elastici attualmente montati nel cortile, che avrebbero meglio figurato al Luneur che al Macro. E quando è andata meglio, invece che in una giostra, l’Enel ha trasformato il Macro in un giardino botanico, come fu per l’installazione delle farfalle di qualche anno fa. Inutile dire che se si volevano portare le farfalle al Macro, sarebbe bastato fare quel che fece Gagosian Roma con Damien Hirst, una piccola mostra che allora batté il museo 10 a 0.

Doug e Mike Starn, Big Bambú - MACRO Testaccio, Roma 2012
Doug e Mike Starn, Big Bambú – MACRO Testaccio, Roma 2012

In ogni modo, il problema è molto semplice ed è bene che lo si dichiari: a Enel, oltre all’arte contemporanea, verso cui ha mostrato in questi anni un lodevole interesse,  piacciono anche molto le giostre e i parchi divertimenti. Bene, direte voi, l’importante è che non si faccia confusione con le due cose. Se l’intento ludico piace, abbia l’amministrazione la bontà di dare all’ex Ente Nazionale per l’Energia Elettrica la gestione del vecchio lunapark dell’Eur, non del Macro.
Un museo d’arte contemporanea è un’altra cosa. È una infrastruttura strategica per la civiltà di un popolo, non un luogo di svago. Lo si lasci in povertà piuttosto che agghindarlo con ridicole baracconate. Lo si lasci nella povertà in cui l’arte non ha mai avuto difficoltà di fiorire, una povertà dignitosa che esalta l’intelligenza e la creatività.
Esempi non ne mancano proprio a Roma. Mi verrebbe da citare il Teatro Valle, che però, pur capace di una programmazione notevole, è reo di non aver ancora mai proposto un convincente piano di gestione economica che possa mettere a tacere le critiche strumentali, superando nei fatti e non solo nelle intenzioni la fase dell’occupazione. Ma ancor più calzante è l’esempio del MAAM, citato qualche giorno fa con le stesse intenzioni da Giuseppe Gallo in una lettera scritta a La Repubblica. Stiamo parlando di un museo creato senza un euro, solo con la passione e la serietà di Giorgio de Finis e con la collaborazione di tutta la scena artistica romana. Un museo senza soldi ma con molte idee e soprattutto con una grande consapevolezza di quale debba essere oggi il rapporto fra arte e società. La cultura come strumento reale di superamento dei conflitti che quotidianamente dilaniano il tessuto civile di una metropoli cresciuta male come Roma, è stata la bandiera di questa iniziativa finita addirittura sul New York Times.
Di fatto il MAAM è già il museo d’arte contemporanea della città. Se non altro perché è l’unico museo che vive nella contemporaneità, divenendo elemento dialettico e altamente politico, che trasforma e migliora, che generà comunità e dialogo non solo tra chi l’arte già la apprezza o la fa, ma soprattutto tra coloro a cui l’arte può realmente aprire mondi. Ecco perché al MAAM nessuno dice mai di no, me compreso, anche se non ci sono soldi.
Se l’assessore (alla cultura, ribadisco) avesse, nella sua necessità di conoscenza e monitoraggio, seguito l’esempio di Pasolini e avesse girato “per la Tuscolana come un pazzo, per l’Appia come un cane senza padrone” in cerca delle energie già attive nella sua città, e se fosse passata magari anche per la Prenestina, dove si trova il MAAM, forse le sarebbe venuto in mente di portare quell’esperienza periferica (che però sta girando il mondo) nel cuore stesso delle istituzioni culturali, per cambiarle, per svecchiarle, per riattivarle. Ammetto di aver augurato alla mia città di avere Giorgio de Finis alla direzione del Macro. E penso che, se l’assessore avesse avuto un po’ di intelligenza politica, avrebbe capito che quella sarebbe stata una mossa capace di farle stringere un patto con la scena culturale romana, dando sostegno alle attività migliori di un tessuto culturale che comunque continua a evolversi con o senza la benevolenza delle istituzioni. Sarebbe stato certo un patto temporaneo, in attesa che il museo diventi una fondazione autonoma capace di darsi una governance e di trovare un direttore tramite un vero concorso internazionale. Il patto, invece, l’assessore pare abbia premura di stringerlo con Enel, facendogli trasformare il Macro in quello che rischia di diventare un museo aziendale. Una mossa coerente, come si diceva in apertura, con quanto fin qui si è avuto modo di vedere, ma una mossa radicalmente sbagliata.

Carsten Höller, Double Carousel with Zöllner Stripes - MACRO, Roma - courtesy Enel Contemporanea e l'artista
Carsten Höller, Double Carousel with Zöllner Stripes – MACRO, Roma – courtesy Enel Contemporanea e l’artista

Non si pensi a chi scrive come a qualcuno contrario alla presenza dei privati nella gestione delle risorse pubbliche. Ma si badi bene che è essenziale non rovesciare l’ordine dei valori se si vuol operare con profitto. Non è la presenza di sponsor a decidere la prosperità di un museo. È la qualità della proposta artistica a portare prestigio all’istituzione ed è a seguito di tale prestigio culturale che si generano rapporti solidi di fiducia con sponsor e donatori. Se c’è una progettualità di qualità, d’eccellenza e, diciamolo pure, d’avanguardia (che in un museo d’arte contemporanea non guasta), allora Enel – che è un’azienda fatta di teste pensanti – avrà tutto l’interesse a partecipare comunque, a dare il suo contributo in termini economici, avendone in cambio la necessaria visibilità. E così sarebbe anche per i collezionisti, che potrebbero impreziosire con prestiti e donazioni una collezione che attualmente non è degna nemmeno di un museo di provincia. Ma ragionare all’inverso, pensare prima agli sponsor e poi (di conseguenza!) ai progetti rivela una condotta ingenua, miope, che nessuna comunità culturale potrà mai appoggiare.
L’assessore può certamente fare il suo Macro a dispetto della città come ha fatto fin qui, trasformandolo in un museo senza arte e senza artisti. L’arte continuerà a farsi altrove. Non è mai stato un problema. Ma quando un amministratore viene “mollato” dalla sua comunità di riferimento, qualcuno vuol forse dirmi in virtù di cosa quella comunità dovrebbe continuare a pagargli lo stipendio? Glielo paghi Enel.

Gian Maria Tosatti

  • giovanni

    Condivido pienamente l’analisi di Tosatti,anche se, per amore di verità, preciso che la lettera a Repubblica della scorsa settimana, in cui si parlava dei meriti del MAAM l’ho scritta io.
    Giovanni Albanese

    • Gabriele

      Non sapendo cosa farsene del MACRO, quel Titanic che è la Barca ha deciso di svenderlo al miglior offerente che infatti ne farà un lunapark e un luogo glamour per feste aziendali. Bravo Tosatti per la sua analisi!

      • Savino Marseglia

        Il giocattolo contemporaneo è entrato a pieno titolo nei musei del’arte contemporanea.
        Potrebbe essere un ipermercato di giocattoli realizzati da artisti-artigiani per far divertire un pubblico dell’arte sempre più amorfo e indifferente. E’ una preocuppazione questa, largamente condivisa da molti direttori e neodirettori che stanno lanciando la moda del divertimento a tutti i costi. Anche l’esiguo pubblico dell’arte ne parla molto nei salotti della grande bruttezza. Anche la stampa ne parla. Il morbo del gioco nell’arte è in piena attività. Anche i politici sono stati contagiati da questo nuovo morbo dell’arte. Infatti gli artisti stanno realizzando giocattoli piacevoli al potere dominante. Tutti questi giocattoli hanno un significato simbolico e l’attenzione del pubblico si sta facendo più acuta. Ogni giocattolo rappresenta in fondo uno stato interiore. Si potrebbe semplicemente dire che i musei cimitariali italioti hanno acquistato nuova vita, dato che il simbolico nei giocattoli, non vuol dire la stessa cosa di aver significato, e cioè riferirsi, oltre al proprio senso, anche ad un senso diverso. Ma la caratteristica di questi giocattoli artistici è che tutti, senza eccezione, sono innocui e etichettati.

    • Gian Maria

      Giovanni, ti chiedo scusa, ho letto le due lettere, la tua e quella di Giuseppe, entrambe a Repubblica, e devo aver invertito nella mia memoria i ragionamenti che comunque erano coincidenti.

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  • Oltre alla scena artistica romana, che spera di esporci, a chi interessa veramente del Macro??? L’Enel ha semplicemente occupato un vuoto tra addetti ai lavori e pubblico, e visto che spendeva soldi privati, i progetti dovevano essere anche buoni spot pubblicitari. Ma il problema è che la Biennale di Venezia non è diversa dalle giostre o dai tappeti elastici del Macro. Le mostre oggi assomigliano tutte a luna park per adulti, e quando non lo sono si ritrovano su torri d’avorio, o diventano luna park intellettuali, accessibili solo a pochi addetti ai lavori.

    Quindi prima di rivendicare un museo bisogna trovare le ragioni e le motivazioni delle opere d’arte. Perchè un Museo di arte contemporanea ha un ruolo strategico? Come? Perchè? Cosa ha valore? Come fare le differenze? Chi dice cosa ha valore? Serve prima la critica d’arte, e una nuovo rapporto con il grande pubblico.

    Servono prima anni di critica d’arte militante, che possa anche divulgare e colmare un vuoto con il pubblico. E poi arriverà anche la politica e anche l’Enel, che sarà contenta di andare incontro al pubblico…oggi l’unica cosa che può fare l’Enel è un luna park per adulti, perchè non essendoci pubblico si cerca di attrarre più persone possibili con effetti speciali….

    Sarebbe meglio chiudere tutti questi musei, e ripartire da zero: questo è l’unico modo per ritrovare ragioni e motivazioni VERE.

    • Savino Marseglia

      In tempi di crisi come questi, a mio giudizio, l’unica cosa che possiamo chiedere al Macro è di scomparire senza provocare ulteriori danni. Continuare a tenerlo in vita significherebbe mortificare l’arte e la cultura. Io sono profondamente convinto, e credo di avere i più validi motivi per esserlo, che l’arte deve vivere e operare al di fuori di questi mausolei funerei.

    • d.o?

      Ciao Luca, scusa il messaggio fuori tema, ma continuo a riceve strani messaggi dalla tua e-mail (gmail) ti hanno rubato l’accesso?

  • giulio

    L’errore di Tosatti e’ quella di muovere critiche inconsistenti, alla Luca Rossi, ai vari interventi che Enel nel corso degli anni ha promosso presso il Macro. Poi non parliamo della scena artistica romana, chi sarebbe questa scena? a Roma non ci sono artisti e quelli che ci sono sono inutili, tranne un paio e qualche vecchio artista, a tutti gli altri una bella purga fara’ bene.

    • Silenzio

      Quanti profeti, quanti omuncoli giudicanti .
      Dobbiamo riscoprire il silenzio.
      Silenzio

      • Savino Marseglia

        non possiamo restare in silenzio di fronte ad una casta politica e culturale ineficciente: Riflettiamo: Chi ha ridotto i musei allo sfacelo al fallimento?
        Ci sono responsabiltà individuali?
        Una classe dirigenziale ineficciente, sprecona, rumorosa, vociante, turbolenta, è sempre, più o meno, il distillato della superficialità culturale che circola nei luoghi dell’arte da cui è espressa. Perciò è infantile, oltre che ingiusto, dire: Silenzio.

        • silenzio

          sarebbe infantile nel caso di un paese non controllato dal malaffare e dalla corruzione.
          silenzio e pensiero, forse così ci accorgeremo di dove viviamo e così finalmente troveremo una risposta.
          il cane che abbaia chiuso dentro il suo recinto da solo noia. il cane deve fermarsi e capire come uscire.

          • Savino Marseglia

            Mlettere in azione i cani randagi e liberarli dal recinto, dovrebbe essere il compito principale proprio degli artisti. In realtà questi amano essere addomesticati, musealizzati e rinchiusi nel museo-recinto. Questo comportamento si riferisce segnatamente alla passività degli addetti ai lavori e degli stessi artisti depliant che espongono all’interno di questi musei-mausolei privi di vita.

  • Andrea Bezziccheri

    Bisogna trovare una via di mezzo. Il MAAM è bello perché è un museo d’emergenza*. Degli sponsor più o meno illuminati o illuminanti ci vogliono. Sta a direttori preparati di riuscire a limitarne l’invadenza. I soldi possono comprare l’evento ma non i gusti dei direttori. Fare un museo povero non ha molto senso. C’è già ed è il MAAM. Più povero di quello? Giorgio De Finis come direttore sarebbe fantastico! Perché riuscirebbe a coinvolgere con un decimo dei soldi i grandi artisti internazionali…E’ “l’entusiasmo”che va recuperato! “Fare le cose con amore” questo dovrebbe essere il primo punto per la selezione di un qualunque direttore, amministratore, politico… Il fatto che “l’arte ludica” sia diventata protagonista nei musei non credo che sia un problema. E’ un gioco lo specchio di Pistoletto, è un gioco la Marilyn di Warhol, è un gioco l’arazzo di Boetti, di Depero.. e coinvolgere lo spettatore in un interazione più o meno attiva è il sogno di ogni artista/comunicatore. Se Enel vuole sponsorizzare arte (o luna-park) che a lei piace, bene! Purché ci sia nelle istituzioni non un direttore artistico d’agenzia di comunicazione ma un direttore capace di mettere a fuoco la differenza tra arte e spot. Tra tendenza e sostanza. (..anche se Hirst insegna il contrario). Ma nemmeno un direttore “politico” messo lì dal partito di turno. Ne è un esempio “La Quadriennale” che continua a rubare spazi e soldi alla Capitale senza produrre più nulla! (Ma lo sapete quanto costa una sede come quella di Villa Carpegna ogni mese? ..e quante persone ci lavorano? E quante tredicesime, stipendi, segretarie ci sono?) La Barca si muova! Altrimenti affonda… Come tutto nell’arte. Come tutto a Roma.

    Andrea Bezziccheri

    PS
    cmq ottimo l’intervento a gamba tesa di Tosatti.

    *Emergenza, perché quando c’è disperazione culturale in una città come Roma, vuol dire che non possiamo più rimanere con le mani sul pennello nel nostro studio. L’artista, l’intellettuale, ha il dovere di allargare l’orizzonte mentale non solo naturale del popolo tutto.

    • Savino Marseglia

      La lobby dell’arte è sempre sveglia, quando si tratta di spartirsi i soldi pubblici. non vogliono restare al di fuori di questi musei cimitariali, animati da oggetti ludici. E’ bello pascolare tra una giostra e l’altra e bisbigliare vocine con la r moscia…, fa molto in nei salotti borghesi dell’arte italiota.

    • Gian Maria

      Caro Andrea,
      ti leggo con piacere.
      Quel che tu scrivi è esattamente anche quello che penso io.
      Un museo deve essere una istituzione retta da una squadra di alto livello “scientifico”, composta da “curatori” che possono essere figure di diverse estrazioni (storici dell’arte, critici, artisti, antropologi), ma con un curriculum presentabile nel mondo dell’arte e una progettualità precisa e rispondente alla mission del museo (nel caso del Macro, una kunsthalle, le figure devono saper fare da ponte fra scena cittadina e scena internazionale).
      Se ci sono questi requisiti, il direttore e la sua squadra non avranno problemi a fare da “filtro” per le proposte di enti, sponsor, o diciottenni che vogliono fare la festa di compleanno.
      Il museo deve fare una programmazione di alto livello ed avere una grande capacità di penetrazione nella società. A questa cosa deve pensarci il gruppo di direzione. Gli sponsor poi decideranno se voler trarre vantaggio dalle politiche del museo appoggiandolo o meno.
      Effettivamente pensando al Macro degli ultimi mesi, non c’è alcun motivo per cui uno sponsor dovrebbe sentirsi incoraggiato ad investire. Paradossale allora è, in queste condizioni, cercare prima lo sponsor e poi la linea contenutistica. In una situazione del genere uno sponsor può dettare legge secondo i suoi interessi privati, e non sposare gli interessi collettivi di una cittadinanza che, è ancora bene ricordarlo, resta l’azionista di maggioranza del Macro.

      • Ma quali criteri per definire oggi una squadra di alto livello scientifico?????????????? Quali criteri critici? Forse il curriculum vitae…ma ormai un CV presentabile lo hanno tutti, non potendo avere altro…

        Quindi il problema è molto prima, è nato 15 anni fà, e nasce dall’assenza di critica d’arte e dall’assenza di divulgatori capaci. E quindi assenza di pubblico, e quindi indifferenza politica (e io dico giustamente).

        Non sono chiare le ragioni e le motivazioni delle opere…non dico per me, per te, o per questi 4 addetti ai lavori che seguono il dibattito, ma per un pubblico medio-vasto. Non parliamo di multisala. Quindi nell’immediato meglio chiudere tutto e ritrovare le ragioni per riaprire…

        • Stanlio Shuster

          al pubblico medio-vasto l’arte visiva contemporanea non interessa, né è mai accaduto
          lo capisci O NO?

          lo prova il celebre film con Sordi, molto prima che questo di Sorrentino!

          il film con Sordi era del 1978
          dunque MOLTO PRIMA del crollo del Muro, di Mani Pulite, di Berlusconi, e – figuriamoci! – dell’assenza della critica d’arte

          • Stanlio Shuster

            e lo prova anche il fatto che le mostre dei maestri antichi (di recente Tiziano e Vermeer) invece fanno il pienone!

  • Pingback: In difesa di Flavia Barca | ilcantooscuro()

  • Sonus Loci

    a Roma la cultura schiera:
    la melandri stopper di centrocampo
    flavia barca, sulla sinistra a rientrare al centro
    lidia ravera ariete di sfondamento

    impossibile non notare un atteggiamento tattico trapattoniano – catenacciaro. dieci anni dopo l’era rutel-vetroniana si ripropone il disegno elitario di una società istruita dai salotti borghesi post sessantottini. hanno già fallito due volte e ora ci tengono a farcela pagare.

    • giorgio

      esatto, uno schieramento di signorotte bionde che sono convinte di sapere cos’è l’arte. torniamo al veltronismo, che non riusciamo a scrollarci di dosso… chiudessero pure questi musei e queste istituzioni che si mangiano i soldi dei cittadini dando in cambio il nulla a livello artistico. l’arte pubblica e “relazionale” deve essere finanziata sul territorio, non dentro i catafalchi borghesi.

      • pio

        Quanto siete catastrofici! vedrete presto un nuovo Macro, molto attraente e interessante, con Bonami come direttore.

  • SESC Pompeia, a S. Paulo in Brasile, progettata da Lina Bo Bardi: su un modello di questo tipo il MACRO farebbe faville.
    Una idea rivoluzionaria di museo: permeabile, aperto alla città, in cui fare cose, aspettarsi, incontrarsi, parlarsi, giocare a scacchi, leggere, studiare, suonare, ascoltare… e sì, anche guardare le mostre, che però non sono solo cose messe lì, per quanto belle o interessanti, ma cose tra cui vivere, da attraversare, da toccare, esplorare, imparare e discutere.
    Perché il grande errore è il pensare che l’Arte “contemporanea” sia fatta di “cose appese ai muri o appoggiate per terra”.
    L’Arte contemporanea, di ora, può essere un fatto di saperi, conversazioni e interazioni/relazioni, compenetrazioni e liquidità, tra le persone, le architetture, gli spazi, gli oggetti, la realtà digitale che si sovrappone in maniera fluida a quella reale (il Digiplace, come lo chiamano Zook & Graham).
    È questa la grande opportunità.
    SESC Pompeia di S. Paulo: questo sarebbe un modello perfetto per Roma, e per il MACRO.

  • @Stanlio: l’opera è circondata da uno strano “non detto”. Come se il museo fosse una chiesa e l’opera un crocifisso da non poter mettere in discussione. Cosa succederebbe durante una messa se qualcuno iniziasse a dire: “ma siamo sicuri di conoscere questa persona inchiodata al crocifisso?”. Questa situazione è data da diversi fattori che sono internazionali ma che in italia, per molte ragioni, sono più forti:

    – nella nostra chiesa non entra un pubblico vero, gli unici seduti in platea sono artisti e addetti ai lavori. E quindi solo i sacerdoti di questa chiesa siedono in chiesa, difficilmente costoro metteranno veramente in discussione il culto-crocifisso che legittima e giustifica il loro ruolo. Fra questi il curatore ha un ruolo preminente vista la sovraproduzione e il caos di proposte.

    – incapacità dei sacerdoti/esperti/addetti ai lavori di argomentare intorno alle opere e di divulgare efficacemente, e quindi coinvolgere un pubblico vero minimamente più vasto dello zero.

    – tendenza dei sacerdoti/esperti a non cercare un pubblico vasto e vero, perchè questo vorrebbe dire un giudizio vasto e vero. E quindi per la divulgazione ben vengano unicamente i laboratori per bambini. L’arte costringe a troppe domande, meglio evitare anche per l’istituzione che spesso gestisce la chiesa-museo.

    Credo che l’arte contemporanea non sia di nicchia, ma sia un grande rimosso perchè costringe le persone a pensare e a porsi realmente delle domande. Anche domande molto banali e semplici, rispetto al valore delle cose e rispetto a quello che vediamo oltre le apparenze delle cose. Quindi l’arte non è ghettizzata per sua natura ma è mantenuta nel ghetto, spesso con la connivenza degli stessi sacerdoti/addetti ai lavori.

    • Stanlio

      è di nicchia, lascia stare, inutile illudersi
      se così non fosse le mostre su Duchamp sarebbero piene di spettatori come quelle su Vermeer
      (come vedi ti ho portato un esempio di artista indiscusso)
      invece cosí non è
      come la metti?

      • Come la metti che l’opera o il balletto classico fanno il pieno? E sono ambiti ben più complessi dell’arte contemporanea nella loro ricezione e diffusione…è chiaro che un ambito abbandonato dagli stessi esperti dell’ambito, diventa di nicchia! Ho dialogato con tantissimi operatori, come Angela Vettese per esempio.

        • Stanlio Shuster

          non è cosí, l’arte contemporanea piace al pubblico medio-vasto (come lo chiami te) molto meno del balletto e dell’opera, e non per ragioni gestionali o politiche!
          comodo pensare che sia cosí

          • Veramente, è comodo pensare che sia di nicchia e non fare nulla per avere un minimo di pubblico. Vogliamo parlare del Festival di Faenza?

          • Stanlio Shuster

            ma perché propinare ció che non piace/interessa?

            dai un po’ di onestà intellettuale di fronte all’evidenza!

            il pubblico medio-vasto (come lo chiami tu) non accorre per sua maestà Duchamp ma per Vermeer sí!
            questo è un fatto
            e con questo non sto dicendo che l’uno sia meglio dell’altro!

          • Stanlio Shuster

            anzi!

  • Attilio

    Capisco il risentimento del popolo dell’arte romano verso un assessore che non è in grado di pagare il proprio museo di arte contemporanea cittadino. Ma pensate che un’altra citta, nella fattispecie Milano, un museo di arte contemporanea non l’ha nemmeno mai costruito.

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