La Grande Bellezza. Nel mezzo del naufragio

Troppo felliniano? Troppo poco autentico? Troppo visionario, enfatico, di maniera? Probabilmente sì. Ma è questa l’Italia che il film di Paolo Sorrentino vuole raccontare. Un Paese che galleggia tra le proprie macerie, senza precipitare né redimersi. Fronteggiando la morte, con leggerezza.

La grande bellezza (Paolo Sorrentino 2013)

La Grande Bellezza è un film moralista, irrisolto, manierista, decadente, teatrale, citazionista, disperato. E dunque assolutamente contemporaneo. Un film che pur non volendo occuparsi dell'”altrove”, finisce per condurre la realtà incontro alla finzione. Potenzialmente un’ambiguità vincente. Se solo ci si fosse spinti un po’ più in là: ma è il limite di non essere Fellini, volendo attualizzare le migliori pagine felliniane.
L’accusa di aver ripreso il maestro, però, è tra le più deboli. In un tempo presente, che il senso del presente lo ha smarrito, lo sguardo all’indietro è diventato necessità, ultima chance. Non semplicemente citando, ma recuperando sintassi, motivazioni e slanci di chi  aveva ancora qualcosa da raccontare. È come cercare una risposta in mezzo al niente, tornando nella casa del padre. Ed è chiaro che il risultato, nei casi migliori, non sarà mai una copia. Anzi. Sarà un rovesciamento, una resa, lo stridore tra la crisi e la celebrazione.
La Dolce Vita raccontava il brivido della superficie, l’euforia mondana nutrita di speranze, opulenze, allegre vanità: l’ingresso febbrile nell’era del benessere, dentro cui covava il presagio dell’amarezza, il tormento sottile di una condizione esistenziale nuova, inevitabile, come la più subdola delle vertigini. Era un altro tempo, un’altra utopia borghese in corsa. La Grande Bellezza ribalta quella stessa superficie e la trasforma in un incubo fosco, un disfacimento volgare, psichedelico, quasi nichilista. Quasi. Perché l’umanità sguaiata e immiserita, tratteggiata con pittoresco compiacimento da Paolo Sorrentino, esposta a una degenerazione di maniera, è un’umanità ferma. A un passo dal baratro e al cospetto della salvezza. Laddove salvarsi significa tornare a vedere Roma: la sua storia gloriosa, il suo imperativo scenografico, la sua memoria monumentale, il suo paesaggio sempre presente, troppo presente. Iconico. Come un’immaginetta sacra. E anche in questo caso, la salvezza, non è altro che fiction.
Le vedi queste persone? Questa fauna? Questa è la mia vita. E non è niente“. La voce roca di Jep Gambardella, scrittore condannato alla perdita della scrittura, divorato dalla mondanità, accarezza con parole taglienti il pensiero della fine. Per tutta la durata del racconto. La Grande Bellezza è allora, innanzitutto, un film pieno di morte. E di stanchezza. Con tutta l’inutilità coreografica di un continuo trastullarsi nella tragedia, senza soccomberne, ma senza  redimersi. Mentre sprazzi di luce fungono, qui e là, da nostalgico richiamo.

La grande bellezza (Paolo Sorrentino 2013)
La grande bellezza (Paolo Sorrentino 2013)

Un film magari cucito addosso alla candidatura agli Oscar, nel tripudio di cliché e di formule note, persino ruffiane. Ma anche un film cucito addosso all’Italia di adesso.  Che vive di conflitti, di deterioramenti: splendore e degrado, ossessione della fuga e bisogno di radicamento, deriva etica ed esaltazione estetica, snobismo e populismo, saturazione e vuoto spinto.
Un film che ha giocato alcune carte eccellenti. Fotografia straordinaria, colonna sonora perfetta, tra aulico e profano, testi efficacissimi e un cast di livello. Con Sabrina Ferilli e Carlo Verdone a regalare una buona prova di intensità e genuinità tutte italiane, e un Toni Servillo che si conferma genio della scena, figura letteraria dalla personalità definita: una maniera d’essere di cui ogni suo personaggio si impregna, film dopo film, modulando le diverse miscele d’umanità e di cinismo, di fragilità e onnipotenza, di rigore e disincanto. “Finisce sempre così, con la morte, prima però c’è stata la vita, nascosta sotto i bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura., gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile”. Monologo esemplare, che in chiusura affida allo sguardo disilluso di Jep, il senso dell’intera opera, la sua mestizia, la sua invocazione di pietà.
Non sarà un capolavoro assoluto La Grande Bellezza. Forse è mancato il salto definitivo, la verità poetica, il sentimento universale delle cose, una radicalità tesa oltre l’artificio. Troppo ambizioso, troppo costruito. Ma anche questo è in linea col milieu storico narrato. Un’epoca non radicale, di sopravvivenza, vanità e inconsistenza, di attesa intorpidita, di gusto dell’effimero, di accettazione dello sbando. Fuori dal tormento vero.

La grande bellezza (Paolo Sorrentino 2013)
La grande bellezza (Paolo Sorrentino 2013)

Non un capolavoro, può darsi, ma comunque un film che ha un peso. Fattosi carico del più arduo degli scopi: La Grande Bellezza ha provato, con l’aiuto di una fine sceneggiatura e di alcune valide intuizioni visive, a tratteggiare lo spirito del tempo, passando dai vizi, i costumi, le ossessioni e le debolezze che guarniscono la caduta del presente. Un film talmente presuntuoso, da diventare autentico nello sforzo di narrare l’inautenticità. Riuscendo ad incarnare l’incubo mortifero che ci portiamo dentro, nel mezzo del naufragio.
Ed è per questo che ha fatto discutere le folle. Che poi è il successo di ogni opera d’arte che ambisca a essere specchio dello spettatore. Toccare il nervo scoperto di un’epoca cristallizzata nella crisi era un rischio: il massacro conseguente, così come l’entusiasmo, fanno parte del gioco. Proprio come la statuetta americana: un tributo giusto a un film imperfetto, che esplorando la miseria e l’imperfezione umana si è trovato un posto nella storia.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.
  • Alex Minissale

    È la recensione più lucida che abbia letto. Forse anche l’unica: a proposito di questo film, più che recensioni sono state scritte prose del tipo “mamma guarda quanto sono bravo, quante parole conosco e quanto bene ho afferrato le allegorie di Sorrentino”, o stroncature altrettanto spocchiose. Questa è l’analisi più appropriata – e meno aprioristica – che sia stata scritta, vorrei esprimere la mia approvazione citando singolarmente i passi che mi hanno entusiasmato di più, ma poi dovrei copiarla&incollarla tutta.

    • Benedetta

      Molto bella questa recensione, spiega con parole che avrei voluto trovare anch’io il piacere estetico e insieme l’amarezza, la malinconia e un po’ di orrore che ho provato vedendo il film.

  • Anton Giulio Onofri

    letta d’un fiato: è ESATTAMENTE quel che penso io. Anche io considero fondamentale, per un approccio corretto al film, la conoscenza quantomeno infarinata della scena dell’arte contemporanea, ahimè non proprio diffusa tra il pubblico di cinefili di qualità che frequento, e che si fermano sulla soglia della sua presunta presunzione… Poi, certo, l’età, le letture (e parlo di cose non esattamente di moda, come per esempio Moravia, di cui il film trasuda) aiutano…

  • francesca

    lettura critica che condivido ed esprime anche il mio sentimento; come avrei voluto scriverla io stessa. A me questo film piace seppure mi fa stare male. in qualche modo ha toccato il malumore, il disagio, il senso di rassegnazione che non riesco ne posso accettare e che vivo costantemente soprattutto a Roma ed in ogni modo in Italia. Il non corrispondere alla realtà e mostrare, in una sorta di sogno al limite dell’incubo, la bellezza svilita e ottenebrata che al risveglio scompare, mette a nudo il terrore della realtà attuale, che almeno io ho. Tu sei stata capace di spiegarmelo. Mi piace molto come scrivi. Ti trovo lucida e sincera

  • ottima lettura, davvero. Ci rivedo lo sguardo al passato anche dei giovani indiana jones (in questo caso riprendere fellini). Questo però è una dato grave, che è giusto rilevare (vedi ultima biennale Indiana Gioni e la Biennale di Venezia) ma CHE BISOGNA SUPERARE. http://whlr.blogspot.it/2013/06/la-biennale-dellantiquariato-la-mostra.html

  • Saverio Olsen

    Dire ‘non è un capolavoro’ equivale a dire ‘non meritava l’Oscar’. Come minimo. E allora diciamolo!

    • Saverio Olsen

      E che sarà mai!

  • Nicolò

    Uno dei temi principali della pellicola è la feroce critica a tutti quei radical chic o presunti artisti che riempiono i salotti buoni e che rispondono alle domande del pubblico “Io sono un artista non ho bisogno di spiegare il significato delle mie opere” come se la maggior parte degli spettatori fossero pecore senza una propria idea artistica. Posso capire che la Grande Bellezza dia fastidio a persone che vivono in quell’ambiente decadente e ipocrita, cioè il mondo dell’arte e che vederlo premiato come la miglior pellicola dell’anno (non solo oscar, ma Bafta, European film awards, Golden Globe), possa suscitare una certa invidia da parte di quelli, e non sono pochi, che abitano gli ambienti presentati da Sorrentino o che vorrebbero farlo ma non hanno il talento: e il motivo è che semplicemente hanno visto riflessa nelle immagini del film la loro vera natura, purtroppo.
    Questo articolo è farcito di paroloni e analogie con Fellini, eppure nessuno ha detto che Sorrentino ha fatto un film su Roma senza inquadrare nemmeno una volta San Pietro, Castel Sant’Angelo, Piazza di Spagna e che la scena più famosa del film non è di una ragazza immersa dentro le acque nella Fontana di Trevi, la più celebre opera del De Sanctis nel mondo; ma è il volto di un uomo egoista, disilluso, affranto dalla sua esistenza e dall’aver vissuto troppo tempo in mezzo a quelle persone. Un film di una potenza visiva molto forte ma senza far vedere i monumenti più famosi della città eterna, cosa che Fellini non è riuscito a fare.
    “Mi hanno sempre chiesto perchè non ho scritto un secondo libro? ma guarda sta gente e dimmi cosa potrei scrivere di loro”
    Chiudo citando questa frase di Servillo per sottolineare il fatto che le maggiori critiche negative sono arrivate proprio da quegli ambienti che si sono visti raffigurare per la prima volta sul grande schermo e in un grande film. Critici e artisti hanno fatto a gara per pubblicare recensioni negative, mentre tutti quelli che prendono l’arte come intrattenimento e piacere hanno apprezzato la sincerità di Sorrentino nel descrivere il Suo stesso mondo. Questo articolo fa parte di quella moltitudine di critiche negative per cercare di distogliere l’attenzione ,utilizzando dei mezzucci o dei paroloni a seconda dei casi , sul nichilismo dell’arte ma soprattutto delle persone che ci sono dentro, che lo fanno andare avanti e che, forse, pensavano di essere immuni alle storie del cinema o della letteratura. Battuti nel loro stesso campo da gioco.

    • Helga Marsala

      Scusi Nicolò, ma che articolo ha letto? A me il film non solo non dà alcun fastidio, ma mi è pure piaciuto. Ho lodato la sceneggiatura, le intuizioni visive, gli attori, la fotografia, la musica, il prosupponto concettuale, la capacità di analizzare il proprio tempo, la complessità di contenuti… Ho detto che è giusto che abbia vinto l’Oscar… Ho ritenuto azzeccata la scelta di stare su un resgistro decadente, teatrale, citazionista, moralista… Ho detto che è stupido criticare il recupero di Fellini, perchè ha un senso e perchè non siamo in presenza di una copia… Più di questo che dovevo dire? Che è il film migliore della storia e metterci magari qualche cuoricino?
      Mi sono permessa di lanciare il dubbio che forse mancava qualcosa per essere un capolavoro… e allora? E’ un insulto?
      Quanto ai paroloni… Mi pare messo molto peggio il suo commento. Un umile consiglio: legga almeno due volte prima di scagliarsi e giudicare. Magari evita di capire fischi per fiaschi.

      • Ennio

        Scusi ma se non è un capolavoro come è possibile che meriti l’Oscar?

        • Helga Marsala

          Mica tutti i film che prendono l’Oscar sono capolavori assoluti, se con questa parola intendi pietre miliari della storia del cinema. Così come ci sono film di ricerca straordinari che l’Oscar non lo hanno mai preso. Se con “capolavoro” intendi invece un buon film, allora può essere considerato tale. Era di certo perfetto per l’America e per questo tipo di premio, per altri magari meno.

          • Ennio

            Certo che è così! Ma io ho detto ‘meritare’, non ‘ottenere’ l’Oscar!

      • Nicolò

        Mah credo solo che tu sia stata distratta dal trovare paroloni con cui descrivere il film e penso tu sia confusa sulla trama, ecc.
        Sorrentino non rappresenta l’Italia, ma il mondo dell’arte puro e semplice, quello nichilista, snob, eccentrico e degradato.
        La pellicola descrive l’ambiente dei radical chic, non cerchiamo di farlo passare come una raffigurazione del nostro paese perchè non è cosi.
        Molti critici e artisti, o cmq gente che lavora nel mondo dell’arte, avranno storto il naso nel vedersi rappresentati in quella maniera e le recensioni negative sono sbocciate come funghi.
        La storia è tutta concentrata all’interno dell’universo artistico, infatti, se hai notato, ogni stanza, ogni palazzo, ogni immobile frequentato da Jep ricorda vagamente un museo o una mostra di opere antiche. questo perchè si è voluto circoscrivere la storia, appunto, all’interno di quel mondo che dice di riceve “vibrazioni” ma non sà di cosa sta parlando.
        Che poi tu mi dica che la fotografia, il montaggio, il copione, la storia, i personaggi e le movenze, siano magistralmente dirette da Sorrentino la trovo una perdita di tempo. Non ho bisogno di leggere i commenti degli altri per capire e apprezzare un film mi basta vederlo.

    • And

      Ma per favore, Sorrentino ha ripreso e fotografato tutti i luoghi più classici di Roma: il cupolone c’è e si vede sempre, il Tevere pulito con i suoi bei ponti e gli argini senza rifiuti, il panorama iniziale dal Gianicolo…o vogliamo parlare della casa con vista Colosseo che fa tanto Scajola? O del personaggio della Ferrari (la milanese fighetta che odia i romani, evvai coi clichè) che abita a Palazzo Pamphilj in piazza Navona? Personaggi e luoghi comuni abbondano.

      Le critiche negative sono arrivate da molti non necessariamente appartenenti a quel mondo che dici tu. Anzi, quel cafonal chic immortalato tante volte da Dagospia è quello che più si è divertito, rivedendosi riprodotto e immortalato sul grande schermo! Una come Marisela Federici doveva fare da comparsa nella scena finale del matrimonio, assieme ad altre nobildonne; il regista ha tagliato via le loro scene in fase di montaggio, e nessuna di loro si è arrabbiata, anzi! erano solo dispiaciute per il loro debutto mancato.

  • lettura che condivido, ma il ripiegamento su fellini non è una cosa da accettare passivamente. Siamo circondati da giovani artisti, che come giovani indiana jones, giovani archeologi, sono ripiegati sul passato, vedi anche ultima biennale di venezia (con Indiana Gioni). Questo cinismo disilluso ha rotto…bisogna passare oltre…il padiglione sgarbi già era questo…

  • Alfonso Leto

    FInalmente un articolo… che articola (e con stile) le critiche e le affinità con questo film di Sorrentino che per me è una ulteriore comprova della complessità del cinema contempraneo. Brava Helga!

  • Ottimo articolo.
    Concordo affermando che il film è “un” capolavoro e non “il” capolavoro.
    Già mi basta nel mediocre panorama filmico italiano che gli attori sembrino veri e non recitanti ruoli altamente artistici.
    Comunque, mi riservo di rivederlo ancora ed al grande schermo.
    Finalmente qualcosa di guardabile.

  • pl

    una volta prima che la fotografia diventasse uno strumento dell’arte, si distingueva fra una fotografia e un quadro. ecco attenendosi a questa antica distinzione, potremmo dire che La grande bellezza e’ una fotografia e non un quadro. per giunta firmata da uno che quadri ne ha saputi fare, da Le conseguenze dell’amore** attraverso L’amico di famiglia* fino a Il divo***. un’ottima fotografia fra l’altro, che da conto di una situazione precisa in maniere assolutamente eccellenti e circostanziate, e di cui riconosco l’estrema e amara pertinenza. in altre parole apprezzo molto e rispetto il gesto, ma non amo l’opera.

  • Valentina De’ Mathà

    Articolo Meraviglioso. Perfetto. Hai messo in parole tutto ciò che pensavo sul film, con chiarezza e precisione. Bellissimo davvero!

  • Giovanni Berardi

    Che cos’è la vuotezza interiore? Come ci si arriva ad un tale stato di abbandono totale? Come si riesce a sopperire a questa incredibile mancanza di scopo? Ma soprattutto, è davvero possibile sovvenire ad una finta e nulla volontà di potenza?
    Jep, il protagonista della pellicola, incappa fin da troppo giovane in questo vuoto vitale, ed ormai a 65 anni si rende conto di esser divenuto un involucro completamente vuoto.

    Qui, la mia analisi completa: https://mgrexperience.wordpress.com/2016/08/31/la-grande-bellezza-di-paolo-sorrentino/