Fulvio Abbate, Teledurruti e i mentecatti del web. Storia di una tv monolocale

Noto per i suoi libri e le sue sferzanti opinioni sulla società civile e politica, Fulvio Abbate è ormai anche una star dei social network. Grazie a Youtube e alla sua Teledurruti. Un video format casalingo, unico nel suo genere, che ha subito di recente un colpo mortale. Il racconto, nelle parole dell’autore, di un fatto grave, denunciato (inutilmente) alla polizia postale

Fulvio Abbate

Provate a immaginare cosa potrebbe significare, in un giorno uguale a tutti gli altri, accendere il pc, come ogni santa mattina, aprire la directory con il vostro archivio più prezioso e non trovare niente. Zero, vuoto, tutto sparito. Senza che nessuno, su quel computer, ci avesse messo le mani prima di voi. Panico, sgomento, rabbia e imprecazioni, per l’attentato più perfido e più sciocco: quello contro la memoria.
È questo che è accaduto, più o meno, a Fulvio Abbate, giornalista, scrittore, polemista, situazionista, burlone, critico d’arte, maestro di satira e fine commentatore di costume e d’attualità politico-culturale, tra le figure più intelligenti e scomode che il mediamente ammuffito parterre di intellettuali italiani può vantare, a dispetto del diffuso politically correct.
Noto, oltre che per i suoi libri, gli articoli, i talk, anche per l’ormai mitologica Teledurruti, la cosiddetta “televisione monolocale”. Un esperimento nato nel 1998 sull’emittente locale romana Teleambiente – come formalizzazione catodica del suo omonimo romanzo – e trasformatosi nel 2007 in un format web tanto semplice quanto geniale: lui, il suo appartamento, una telecamerina puntata in faccia, pochi minuti di monologo, un pc e la tv è servita. Casalinga, indipendente, irriverente, paradossale, controcorrente. Senza risparmiare niente e nessuno: fatti, misfatti, politici, colleghi, gente dello spettacolo. Tutti colpiti e affondati, impietosamente buggerati o allegramente disegnati: con quella verve pittoresca  e surreale, con quell’eloquio colto, sboccato, lieve e tagliente, con quella flemma tra il cinico e il naïf, che hanno fatto di Teledurruti un caso unico. Un videocompendio in soggettiva della società italiana, a cavallo tra gli anni zero e gli anni dieci.

Ma torniamo al racconto. Era il 22 gennaio scorso, tardo pomeriggio. E per Fulvio Abbate si materializzava l’incubo di ogni utilizzatore compulsivo di macchine digitali. Nello specifico il luogo della sparizione era Youtube, proprio il popolarissimo canale di Teledurruti. Sette anni di registrazioni video archiviati sul web, titolati, datati, ordinati e condivisi: dall’8 novembre 2007 al 21 gennaio 2014. Sette anni in fumo, d’un botto. E trattandosi della rete è da escludere l’azione di qualche potente virus bulimico, di quelli che fagocitano montagne di cartelle e documenti. No, nè trojan né spyware. Qui la parola da usare è una: hacker. Oppure, come preferisce dire Fulvio, “microcefali”. Insomma, qualcuno è entrato nel canale di Teledurruti e ha fatto il danno. Così, per sport, per vendetta, per odio, per ingannare il tempo. Nemmeno lui lo sa, il perchè. “Me ne sono accorto per caso. Mentre ero al pc mi hanno scritto su Facebook implorandomi di interrompere la cancellazione dei filmati”, ci racconta. “Sono andato sul mio account a controllare e non c’era più nulla. Sono entrati, hanno spuntato uno per uno 4000 video e li hanno cancellati”. Un accanimento paziente e letale.
Non ho la più pallida idea di chi possa essere stato. Un mentecatto ha rivendicato l’azione e l’ho denunciato alla polizia postale, insieme ad “ignoti”, sperando che se ne venga a capo. Ma una cosa voglio dirla: se qualcuno rompe le scatole alla Boldrini, dopo due ore viene individuato. Io, dopo un mese, non ho avuto nessun cenno. Ho cercato di contattare anche Google, per capire se nei loro server fosse rimasta una copia, ma ho avuto solo una risposta automatica proforma. Sono molto risentito”.

nomfup - Filippo Sensi

Nessuna idea, dunque, sul possibile colpevole e l’ipotetico movente. Eppure non è la prima volta, per Abbate: “Mi sono entrati nella posta elettronica tante volte, mi avevano già cancellato dei filmati, mi hanno spiato… Ma come faccio a sapere chi è? Io non sono cordiale, detesto la cordialità, odio la simpatia. Però sono un personaggio pubblico e in rete ti accade di avere a che fare con 2000 microcefali che non sai chi cazzo siano. Ma chi li conosce? Intanto qualcuno è stato. Colpa della rete? Della friabilità dei social network, dell’estrema facilità nel violare qualunque profilo? Sta di fatto che la mia privacy è stata violata più volte”. E stavolta in maniera pesantissima.
Sui media se n’è parlato poco, nonostante la gravità dell’accaduto. A parte qualche caso. Come quello di Filippo Sensi, capo della comunicazione di Matteo Renzi: “La sua è stata la manifestazione di solidarietà più forte”, racconta Fulvio. “Sul profilo Twitter del suo blog, nomfup, ha scritto che si trattava di un danno incalcolabile per la cultura del paese, usando l’ashtag #nonscherzo”.
In questi giorni Alfonso Leto, noto artista siciliano, ha aperto un apposito gruppo su Facebook. “I video di Teledurruti”, ha scritto, “sono documenti letterari e patafisici che sono stati sottratti alla Commedia Umana da chi probabilmente si è arrogato il diritto malato di “fare pulizia” di ciò che turba le sue meschine certezze”.

Buenaventura Durruti
Buenaventura Durruti

L’unica speranza, adesso, è che la polizia possa mettere le mani sull’infame cancellatore, mentre recuperare i 4000 video pare praticamente impossibile. Fulvio Abbate conserva gli originali, per fortuna, ma rimetterli in rete è un’impresa folle, insensata, insostenibile. Peccato.
Teledurruti nasceva, in forma letteraria, come l’opera di un uomo che voleva “una televisione a sua immagine e somiglianza, capace di renderlo libero, finalmente”. E se tutt’oggi, come ha affermato Abbate, “esiste in questo Paese un problema con l’informazione e con i contenuti”, la sua tv – che prende il nome dall’anarchico spagnolo Buenaventura Durruti – era ed è uno spazio di libertà, tra divertissement, critiche affilate e denuncie civili. E non c’è hacker o microcefalo che possa cancellarlo, il desiderio di libertà. Si rassegni, dunque, il mentecatto informatico: Teledurruti è viva e lotta insieme a noi. Impertinente, paradossale e scomoda, come quel primo giorno a Teleambiente, sedici anni fa.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • zivvo

    Mi fa molto piacere sapere che i video non sono andati perduti! Sarebbe una grande idea decidere di pubblicarli: un progetto editoriale (nel segno della fantasia abbatiana) che non cadrebbe nel vuoto, secondo me. W Teledurruti

  • Pingback: Fulvio Abbate, Teledurruti e i mentecatti del w...()

  • angelov

    Quello che è accaduto è gravissimo; ma si sa, è meglio glissare e pensare che sia stato in fondo un semplice contatto elettrico, un piccolo corto circuito, una sciocchezzuola da riderci sopra, “ma si…marescià, sei andato un po’ troppo con la mano pesante; te l’avevo detto di premere il bottone rosso, ma solo un volta…al corso non t’hanno insegnato bene? se me lo fai ancora, ti mando a Gaeta!”