Arturo Di Modica. Il padre del toro più famoso al mondo

Conquistò un’attenzione planetaria venticinque fa, quando abbandonò un toro in bronzo a due passi da Wall Street. Oggi Arturo Di Modica ha ancora voglia di stupire, di realizzare progetti sempre più grandi. Siamo andati a parlarne con lui nel suo studio a Tribeca.

Maestro, vorresti condividere con noi i ricordi del tuo arrivo a New York?
Appena arrivato, la prima decisione fu dove andare ad abitare. Per capire la morfologia della città, affittai un elicottero. Mi feci un lungo giro, quindi scelsi Soho. È là che ho sempre vissuto fino a quando non mi sono trasferito a Tribeca, otto anni fa.

In quale momento della tua vita avvenne questo trasferimento?
Ricordo che avevo appena abbandonato la Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Belle Arti di Firenze. Con loro non era finita molto bene.

Cos’era successo?
Dicevano che ero un rompiscatole, che non volevo mai ascoltare. Quindi mi dissero: se pensi di essere così bravo, perché non lasci la scuola e apri la tua fonderia?

E tu, li prendesti in parola?
Capii che era arrivato non solo il momento di lasciare la scuola, ma anche l’Italia per New York. Arrivai in un momento magico per Manhattan. Nel 1985 comprai per 45mila dollari un pezzo di terreno fra due palazzi. Con le mie mani, insieme a due messicani costruii una palazzina alta tre piani ai quali aggiunsi altri due piani nel sottosuolo.

Arturo Di Modica, Charging Bull, New York
Arturo Di Modica, Charging Bull, New York

Parlare dei tuoi ricordi significa inevitabilmente introdurre la storia del toro di Wall Street.
C’era una forte crisi finanziaria. Per dare un segnale di incoraggiamento, mi venne in mente di fare un toro, simbolo della borsa che cresce, per la città di New York. Lo realizzai nella casa che mi ero costruito. Lo cominciai nel 1987 e lo finii nel 1989. Mi costò 350mila dollari. Quindi lo presi e lo abbandonai davanti allo Stock Market.

E loro?
Me lo portarono via. Per tre giorni nessuno sapeva dove fosse. Alla fine riuscii a sapere che era in un deposito nel Queens.

A quel punto cosa facesti?
Quello che c’era da fare. Andai a prenderlo. Pagai la multa, mi pare fossero 500 dollari. Quindi lo abbandonai di nuovo per strada. Questa volta al Bowling Green Park, dove si trova ancora oggi e nessuno può toccarlo in quanto monumento nazionale.

Questa però non fu l’unica volta che hai abbandonato la tua arte per le strade di New York.
Infatti. La prima volta avvenne diversi anni prima, nel 1977.

Come andò?
Decisi di lasciare per strada tutte le mie sculture. Noleggiai tre camion e una gru. Quindi partii da Soho in direzione del Rockfeller Center. Le notti prima avevo cronometrato i movimenti delle pattuglie di polizia. Sapevo che avevo meno di cinque minuti di tempo per muovere 60 tonnellate di marmo. E così feci.

Filò tutto liscio?
Insomma. Appena posata la prima scultura arrivò una guardia privata a chiederci se avevamo i permessi. Io risposi “certo, sono nella cabina del camion là in cima”. Andammo alla cabina e cominciai a fingere di cercare i permessi, intanto i miei assistenti stavano continuando a scaricare le opere. La guardia non era per niente babbea, vide che stavamo andando troppo veloce e chiamò la polizia.

Ti arrestarono?
Arrivarono sette pattuglie. Non ti so dire quanti poliziotti. Ne ricordo uno con la pistola in mano. Nessuno ebbe il coraggio di prendere l’iniziativa di arrestarmi e telefonarono al sindaco.

Abraham D. Beame?
Proprio lui. Raggiunto al telefono, scese dal letto e disse: “Voglio proprio vedere in faccia questo brass balls [palle di ottone, N.d.R.] che mi ha fatto svegliare nel cuore della notte”.

Lo studio di Arturo Di Modica
Lo studio di Arturo Di Modica

Una maniera piuttosto insolita di fare la conoscenza del prima cittadino di New York.
Direi di sì. Appena arrivato gli passai un volantino dove denunciavo il ruolo marginale dell’arte nella società. Ne avevo stampate 250mila copie.

Ne avresti una da farmi leggere?
E chissà dove sono finite.

Dopo aver letto il volantino, il sindaco cosa ti disse?
Fate 20 dollari di multa a questo ragazzo e andatevene a dormire. Il giorno dopo, New York sarebbe stata in prima pagina sui giornali di mezzo mondo e lui questo l’aveva capito subito.

Arturo Di Modica, oggi, su quali progetti stai lavorando?
Ce ne sono tanti. Commissioni di varie sculture e un progetto che è un sogno di quando ero ragazzo: due sculture equestri e una scuola internazionale privata di scultura ad Azzurra, la mia terra di origine in Sicilia.

Questi ultimi due progetti li stai portando avanti dal tuo studio a New York?
Vivo ancora qua, ma torno in Sicilia almeno quattro volte l’anno. Anche per la mia famiglia che abita là: mia moglie Stefania e le nostre figlie Marianna e Nadia.

Com’è nata l’idea della scultura equestre?
Avevo sedici anni e m’immaginavo due cavalli grandissimi che impennavano sopra le rive del fiume Ippari. Sono quasi pronto per la loro realizzazione. Saranno in bronzo, alte quaranta metri.

E l’accademia internazionale di scultura?
La sto preparando in uno spazio di 100mila mq. C’è anche un teatro costruito al contrario rispetto a quello greco. La gente vedrà le performance da sotto e le scene si svilupperanno in aria, verso il cielo. Ho fatto portare decine di ulivi secolari. La realizzazione di questi progetti per la valle dell’Ippari e per tutta la Sicilia sarà nuova linfa vitale. Porteremo turismo e nuove ricchezze.

Lo studio di Arturo Di Modica
Lo studio di Arturo Di Modica

Un progetto molto grande. Le istituzioni ti stanno aiutando?
Sto facendo tutto da solo. Ce la posso fare.

Anche nel mercato nell’arte sei conosciuto come un felice esempio di un artista indipendente di successo. Come sei riuscito a muoverti tutta la vita senza mai legarti a una galleria?
Chi ha voluto la mia arte ha sempre saputo come trovarmi. A dire il vero da sei mesi mi lascio aiutare da una galleria in Connecticut. Otto anni fa ho scoperto di avere un cancro. L’ho sconfitto, ma oggi sono un po’ stanco.

Alessandro Berni