Sottoculture esistite & sottoculture abortite

Cosa significa sottocultura? E perché oggi è praticamente impossibile che se ne formino di nuove? Il nuovo scenario culturale è fatto di un proliferare di nicchie, che raramente (se non mai) raggiungono un livello di popolarità tale da farle approdare alla storia della cultura. In Italia, invece è esistita una sottocultura tutta particolare…

Nirvana stage diver, UW Hub Ballroom, Seattle 1990

I think it’s very sad that in referencing something
that happened 25 years ago, as not as if there’s a revival
of the intellectual concepts, with the visions,  or the diversity
or the extremity of that music,  but it’s a homogeneization,
it’s gentrification, and it’s a softening.  It just feels soft. It feels…
mooshy. There’s nothing… important, that they’re doing.

Lydia Lunch in Kill Your Idols (Scott Crary, 2004)

La sottocultura nel mondo anglosassone viveva su una tensione fondamentale: da una parte essa si opponeva alla cultura mainstream, calata dall’alto, e rappresentava qualcosa di autogenerato, prodotto integralmente dal basso; d’altra parte, ogni sottocultura tendeva naturalmente verso il mainstream, a ciò che in altri ambiti e regimi discorsivi si definirebbe “il successo”.
È lo schema che Tom Wolfe in Come ottenere il successo in arte (The Painted Word, 1975) definiva “danza BoHo”, riferendosi alle avanguardie e alle neoavanguardie artistiche (e il legame è abbastanza naturale e immediato, dal momento che per molti versi le sottoculture sono gli eredi legittime delle avanguardie: l’avanguardia non finisce né muore tra anni Sessanta e Settanta, ma semplicemente salta, esorbita dal territorio di partenza verso la cultura di massa): BoHo deriva dalla fusione di Bohémien e SoHo, e Wolfe voleva dire che l’artista oscilla sempre tra retoriche rivoluzionarie e aspirazioni di altro genere (SoHo era rapidamente diventato, all’epoca, il quartiere newyorkese più alla moda). Inoltre, occorre tenere presente un processo abbastanza ovvio, ma che spesso ci sfugge: nel periodo che le riguarda (cioè tra gli anni Sessanta dei Mod e i primi anni Novanta del grunge, passando per psichedelia, glam rock, punk, post-punk, new wave, hip-hop, techno), le uniche sottoculture che conosciamo sono quelle che hanno compiuto il salto decisivo verso il mainstream, il livello di massa; senza questo passaggio (storico, culturale, economico e biografico), la sottocultura si estingue anche nella percezione collettiva, perché riguarda al massimo il centinaio o il migliaio di persone che ne hanno fatto parte. Nessuno la ricorderà.

Melvins 1991
Melvins 1991

E invece è abbastanza magico che, per esempio, un genere musicale nato in pochissimi locali-non locali della città più squallida, desolata e isolata degli anni Ottanta americani (Seattle) e ascoltato dagli stessi che lo praticavano e lo inventavano praticandolo abbia oltrepassato gli angusti confini della penisola di Olimpia e abbia raggiunto adolescenti e preadolescenti di tutto il pianeta (me, per esempio, dodicenne nell’estremo Sud Italia). Grazie all’impatto sulla cultura di massa, la sottocultura non solo oltrepassa i suoi confini spazio-temporali, ma estende la sua stessa percezione, in ampiezza e profondità: così, attraverso i Nirvana posso conoscere e apprezzare i Melvins, gli Screaming Trees, gli Husker Dü, gli Alice in Chains, i Mudhoney, i Tad; oppure passando per i Cure e i Depeche Mode posso raggiungere Joy Division, Siouxsie and the Banshees, Dead Can Dance, Alien Sex Fiend, Wire e Young Marble Giants.
Il vero problema è che dopo la morte del grunge (1994) praticamente non ci sono più state vere e proprie sottoculture. In un bellissimo documentario di Scott Crary del 2004, Kill Your Idols, il musicista Arto Lindsay commentava così il confronto tra la scena musicale newyorkese dei primi anni Duemila e quella tra fine anni Settanta e inizio anni Ottanta: “la questione è che qui c’è una generazione che viene venduta a se stessa”. Dirlo più precisamente di così è quasi impossibile: l’idea che negli ultimi vent’anni non siano riconoscibili forme di produzione culturale ‘resistente’, che non ci sia stato più nessun ‘sotto’ o ‘fuori’ ma solo un gigantesco, unico ‘dentro’ (fatto unicamente di quelle che, con toni entusiastici, nel 2006 Chris Anderson ha definito nicchie…) è abbastanza inquietante. E invece molto pochi sono inquieti e inquietati.
Il nostro Paese non ha prodotto sottoculture per una serie di motivi storici molto profondi. Innanzitutto, la violenza politica degli anni Settanta ha funzionato da gigantesco buco nero, che ha risucchiato anche tutto quanto di buono si è prodotto in quel periodo. Da un certo punto di vista, è come se in quel momento si fosse stabilita una connessione davvero molto pericolosa e perniciosa tra il conflitto fisico e qualunque forma di conflitto culturale, senza il quale non può esistere alcuna reale innovazione: una connessione che si è estesa nei decenni e che perdura ancora oggi, in forme persino più rigide e inespugnabili. Questo è stato ed è il problema principale che abbiamo davanti.

Siouxsie and the Banshees
Siouxsie and the Banshees

Mi ha sempre molto stupito, inoltre, il modo in cui i nostri genitori ascoltavano musica: da una parte Gianni Morandi, Mino Reitano, Little Tony; dall’altra, una serie di cantanti e di gruppi che “interpretavano” le canzoni di band inglesi (King Crimson, The Moody Blues, giusto per fare un paio di esempi) rendendole però monche, eliminando e tagliando cioè le parti strumentali progressive, cioè proprio quelle più interessanti. Se ci pensiamo, visto da oggi questo fenomeno è abbastanza incredibile. E però ci dice qualcosa di importante: c’è sempre questa idea che il pubblico italiano non sia adatto all’intelligenza, alla critica, alla complessità. Si è creato così un ritardo mostruoso in termini di idee e di elaborazione culturale.
Persino se indaghiamo, anche solo superficialmente, i dischi e i gruppi che le famose radio libere mandavano in onda attorno al mitologico ‘77, cominciamo a comprendere molto bene questo aspetto: Led Zeppelin, Deep Purple, David Bowie, Pink Floyd per i più raffinati.
Ora, possiamo dire che in altri territori – arte visiva, cinema, letteratura – eravamo più avanzati a quell’altezza temporale, ed è in gran parte vero. In particolare, il cinema della grande commedia italiana, per così dire, terminale, quella compresa tra primi anni Settanta e l’inizio del decennio successivo, ha tutte le caratteristiche di una vera e propria sottocultura, tranne una, quella fondamentale: la gioventù. È l’unica sottocultura, infatti, prodotta da cinquantenni. I registi cinquantenni di allora (Risi, Monicelli, Scola, Fellini, Comencini, ecc.) risultano a quell’altezza molto più abrasivi, affilati, brillanti e crudeli rispetto ai colleghi e agli intellettuali trentenni (i sessantenni di oggi). È qualcosa di molto strano. Che si spiega in gran parte con la natura di quei trentenni, individuata benissimo prima da Pasolini (negli Scritti corsari e nelle Lettere luterane) e poi da Arbasino (in In questo Stato e soprattutto in Un paese senza): una natura che, contrariamente alle retoriche rivoluzionarie e anticonformiste sbandierate e brandite per anni, era fortemente orientata all’omologazione, all’assenza di originalità, accompagnate dalla presunzione e dalla fragilità estrema dei risultati creativi. Tutte queste caratteristiche non sono mai venute meno, ma si sono sviluppate, dando gli effetti che tutti abbiamo sotto gli occhi. Mario Monicelli ha espresso questa condanna senza appello, che mi sembra valida ed efficace ancora oggi perché ispirata a un altissimo senso storico: “Ci ha fregato il benessere. La generazione che l’ha toccato per prima si è illusa che fosse eterno, inalienabile. Invece era stato conquistato dai padri con sofferenza e sacrificio. Così l’ha dissipato senza trovare la formula per rinnovare il miracolo, e gli eredi di quel gruppo umano hanno deluso le aspettative ad ogni livello. Gente senza carattere, priva di ambizioni, sommamente pretenziosa e basta.”

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Questo articolo è estremamente interessante. Condivido il concetto di fondo, i nostri anni Sessanta non hanno prodotto sottoculture di impatto rilevante, almeno non paragonabili a quelle nate in Inghilterra o negli USA. Ma forse proprio per questo lo studio delle sottoculture nostrane è tanto più interessante. Su qualche punto non sono d’accordo:
    1) La sottocultura non si estingue se non compie il passo decisivo verso il mainstream. La poesia visiva del Gruppo 63, del Gruppo 70 e dei Novissimi, oppure le sperimentazioni psichedeliche di band come i Tubi Lungimiranti, le Stelle di Mario Schifano, i Chetro & Co., gli Alusa Fallax, continuano a essere apprezzate, studiate e storicizzate dai cultori. Non raggiungeranno mai il grande pubblico, questo è probabilmente certo, ma ciò non vuol dire che queste esperienze debbano essere rimosse o cancellate.
    2) Il cinema di Risi, Monicelli, Scola, Fellini non mi pare avere caratteristiche tali da poter essere definito una sottocultura. E non direi che i trentenni di allora fossero poco brillanti o abrasivi: avrei citato gli esperimenti della Cooperativa del Cinema Indipendente e dei vari Bacigalupo, Bargellini, Baruchello, Chessa, De Bernardi, Epremian, Leonardi, Lombardi, Meader, Mencio, Turi, Vergine… Diciamo che era il pubblico ad essere poco brillante, non che non ci fossero proposte innovative e sperimentali.
    3) Direi che la scena progressiva italiana dei Settanta, almeno in qualche caso, ha fatto il salto verso il livello di massa. Come i Nirvana hanno gettato luce su Melvins, Tad e compagnia bella, così anche PFM, Banco, Orme e Area ci hanno fatto scoprire un sottobosco nutritissimo di complessi sperimentali (Rovescio della medaglia, Biglietto per l’inferno, Quella vecchia locanda, Balletto di bronzo, Osanna e tanti altri).
    Qualche lettura per approfondire:
    http://vincenzomerola.blogspot.it/2013/05/appunti-sul-cinema-sperimentale-italiano.html
    http://vincenzomerola.blogspot.it/2012/06/da-ascoltarsi-con-tv-accesa-senza.html

  • hp

    “Grazie all’impatto sulla cultura di massa, la sottocultura non solo
    oltrepassa i suoi confini spazio-temporali, ma estende la sua stessa
    percezione, in ampiezza e profondità: così, attraverso i Nirvana posso conoscere e apprezzare i Melvins, gli Screaming Trees, gli Husker Dü, gli Alice in Chains, i Mudhoney, i Tad”

    “l’idea che negli ultimi vent’anni non siano riconoscibili forme di
    produzione culturale ‘resistente’, che non ci sia stato più nessun
    ‘sotto’ o ‘fuori’ ma solo un gigantesco, unico ‘dentro’”

    forse sei semplicemente troppo mainstream (nel senso di interessato ai fenomeni di massa) e non adeguatamente informato sul resto, e tenti di spacciarla come qualità invece che limite manifesto, magari sei uno di quelli che ha conosciuto l’house music e la techno grazie ai daft punk, il che è veramente triste e sinonimo di ignoranza . per fortuna oggi con internet queste scuse non hanno più senso, ognuno può essere informato in tempo reale ed essere aggiornato senza bisogno di mtv o alcuna radio, anzi l’avvento di internet probabilmente mette in crisi in primis proprio il mainstream che perde i suoi punti di riferimento e la sua autorevolezza, per oltrepassare i “confini spaziotemporali” non serve più una cultura di massa mainstream che lo certifichi (ma nemmeno prima del resto, serviva solo ai più disinformati), ora è tutto mainstream perchè niente è più mainstream o meglio ognuno segue il suo personal mainstream con il juke box personalizzato in tempo reale di internet, e sarà sempre più così . il mainstream è diventato internet che ha inglobato tutto e la commerciabilità/mainstream appeal si è quasi ridotta al numero di visualizzazioni di un video visto che le vendite (proprio per la caratteristica del mezzo che rende accessibile qualsiasi cosa) sono destinate inevitabilmente a scendere . chiaramente anche le visualizzazioni sono pilotate e si cerca di imporre un mainstream e un gusto comune di massa in base alle selezioni e alle visibilità nelle prime pagine (per esempio la prima pagina di youtube, chi decide che un video debba restare in prima pagina per una settimana ad esempio? questo porta migliaia di migliaia di visualizzazioni e si può considerare mainstream indotto)

  • hp

    secondo me la divisione mainstream / non mainstream oggi è un falso problema perlomeno nella musica, se vieni pilotato e piaci alla massa diventi mainstream altrimenti resti di nicchia per pochi, il che non è sinonimo di qualità o meno . nel mondo del cinema dove sono richiesti e girano molti più soldi è sicuramente diverso perchè arrivare a una produzione mainstream significa avere molto più budget disponibile e dislocare il lavoro in diversi studi di postproduzione etc quindi guadagnare tempo e alta qualità, di conseguenza è ovvio che al cinema tutti ambiscano a essere il più mainstream possibile . per la musica servono meno soldi (e si fanno anche meno soldi) quindi subentrano processi psicologici differenti, ci si possono permettere anche speculazioni filosofiche e politiche o semplicemente si cerca di mantenere il controllo totale su qualsiasi aspetto della produzione, controllo che non è mai garantito nelle produzioni mainstream delle major (alla fine sarà così anche per le major cinematografiche, solo che non tutti hanno centinaia di migliaia di euro da parte da anticipare per fare un film)

  • hp

    “le uniche sottoculture che conosciamo sono quelle che hanno compiuto il
    salto decisivo verso il mainstream, il livello di massa; senza questo
    passaggio (storico, culturale, economico e biografico), la sottocultura
    si estingue anche nella percezione collettiva, perché riguarda al
    massimo il centinaio o il migliaio di persone che ne hanno fatto parte.
    Nessuno la ricorderà.”

    sta robaccia non si può leggere, no comment . però è abbastanza utile per capire come ragioni e farsi una mappa della tua limitatezza . quindi secondo te generi tipo chessò la death industrial, la gabber o anche semplicemente il black metal non li ricorderà nessuno e non sono assolutamente attuali? ahaahahaha
    anzi dirò di più ci sono generi tipo la techno trance che quando sono diventati di massa e commercializzati in tutte le radio con progetti più o meno pop hanno iniziato a morire, ma alla fine penso che ogni genere non muoia mai completamente e segua delle onde di approvazione e ignore assolutamente cicliche e legate alle mode senza mai morire del tutto almeno fino a quando non viene riscoperto e si fonde con qualcos’altro .