Nuovi paesaggi urbani (VI): bunker di lusso

Il futuro – uno dei futuri: il più probabile, in questo momento – si cristallizza nel presente: i bunker di lusso. Questi spazi urbani e sociali si fondano sulla disintegrazione dell’idea stessa di società. Di comunità.

Il bunker di lusso da 10 milioni di dollari

E il rimedio fu, come tutti quelli che escogitano nei regimi
totalitari, drastico e semplicistico: murare viva la gente
dietro una colata di cemento, senza pertugi.

Indro Montanelli, 11 novembre 1989

 

In Usa (…) è stato creato ad hoc un bunker di lusso a prova di bombe atomiche e armi chimiche, in vendita già da qualche settimana. Un nascondiglio a quanto pare ‘sicuro’, comfort e luxury per starsene comodi e protetti in poltrona, ad osservare la fine del mondo in mondovisione” (Miriam Leto, Per la fine del mondo il bunker di lusso made in USA, “deluxe blog”, 18 dicembre 2012).
Ci si isola (come gruppo di potere: di consumo; il consumo si identifica definitivamente con la forma del potere) rispetto al resto della società, del consesso civile, che diventa marginale ed emarginato. La maggioranza – il famoso 99% – viene improvvisamente tagliata fuori, esclusa dai propri diritti.
Robert Vicino […] sta costruendo una rete di bunker sotterranei di lusso chiamati Vivos, in cui circa 6000 persone – una su ogni milione nel pianeta – saranno equipaggiati per sopravvivere in un mondo post-apocalittico. Ai pessimisti di oggi, Vicino offre una lista della spesa di disastri potenziali oltre alla guerra nucleare: terrorismo, anarchia, comete killer, missili, radiazioni solari, impulsi elettromagnetici, inversione dei poli terrestri, un gigantesco pianeta fuori orbita che ci colpisce. Per una cifra compresa tra i 25000 e i 50000 dollari a testa, ogni richiedente otterrà almeno 100 metri quadri di spazio nei rifugi di Vicino, il doppio dei 50 che la FEMA suggerisce per la sistemazione post-disastro” (Clare O’Connor, Selling the Apocalypse: Would You Pay $50,000 to Be ‘Saved’?, “Forbes”, 21 aprile 2011)

Carlo Lizzani, San Babila ore 20 un delitto inutile (1976)
Carlo Lizzani, San Babila ore 20 un delitto inutile (1976)

Come nella società feudale si costruivano le fortune delle famiglie attraverso la razzìa e l’accumulazione di bottino, che venivano poi consolidate in privilegio nel corso dei secoli successivi, così oggi le enormi concentrazioni di ricchezza neoliberista stanno generando una nuova stirpe che abiterà nei secoli a venire i suoi castelli protetti e separati dal resto della società. I suoi bunker di lusso. Si avvera in maniera agghiacciante e preciso la profezia di San Babila ore 20: un delitto inutile (Carlo Lizzani 1976), recitata dal giovane fascista alla ragazza nel bar: “Lo Stato sarebbe come… una fortezza, un castello medievale. E tutti gli inferiori dovrebbero stare fuori dal castello, e noi dentro. […] Nel castello la fedeltà dovrà essere assoluta; fuori no: nei boschi, tra il fango, tra i rifiuti potranno fare come le bestie.”
Il patrimonio culturale e la cultura (in questo l’Italia è divenuta rapidamente il laboratorio perfetto, lo spazio psicofisico di elaborazione fondamentale delle pratiche occidentali) diventano il superbunker di lusso. Lo spazio, l’apparato di esclusione e di privilegio invece che di inclusione e di condivisione. È plausibile questa trasformazione? Lo diventa se si rende la cultura bene di consumo e di proprietà, operazione sotto ogni aspetto impossibile, implausibile, irragionevole e perciò stesso adottata e praticata.
Si possono infatti privatizzare le tracce, le manifestazioni materiali della cultura (il “patrimonio” come eredità fisica, tangibile). Ma non si possono privatizzare l’apprendimento, i processi cognitivi, l’acquisizione, l’appropriazione l’elaborazione di un’intera tradizione culturale. Si possono privatizzare – e installare nei bunker – le condizioni di questo apprendimento: ed è proprio per questo che il vero terreno di scontro e di conflitto diventa e diventerà sempre di più quello dell’educazione, della formazione.

Il muro di Berlino
Il muro di Berlino

Ovvero, il territorio della costruzione degli strumenti, dell’aggiornamento mentale e critico adeguato ad attivare la tradizione e l’identità culturale nella comprensione critica del presente e delle sue mutazioni: “Ai suoi esordi pubblici, negli anni Cinquanta e Sessanta, il modello dell’Homo oeconomicus avanzato dalla dottrina neoliberale era stato in prevalenza recepito dalle scienze economiche che una rappresentazione stilizzata, e però realistica, dell’agire umano. Di conseguenza i suoi cultori ritenevano, a fronte di qualunque tipo di azione si trattasse di spiegare, in ogni ambito dell’esistenza individuale e sociale, che una spiegazione derivante dal presupposto che l’azione stessa fosse dovuta a un attore egocentrico e calcolatore appariva empiricamente fondata; e ciò in misura senza pari superiore a quella fornita da ogni altra spiegazione concorrente. Ben presto, tuttavia, dinanzi alla constatazione che alquanto spesso gli esseri umani non si comportano affatto come il modello dell’uomo economico prevedeva, la concezione neoliberale assunse piuttosto un’impostazione segnatamente normativa o costruttivista. È questa seconda concezione codificata dal neoliberalismo che è giunta a prevalere nella costruzione del mondo contemporaneo, nonché dell’essere umano” (Luciano Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, Einaudi 2013, pp. 230-231).

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • giorgio bonomi

    Ma non esageriamo! Già negli anni ’50 e ’60 in pieno periodo di “guerra fredda” e di terrore nucleare chi poteva si costruiva rifugi antiatomici, tanto che in Svizzera era obbligatorio per le nuove costruzioni! E poi è abbastanza noto che Berlino è piena di rifugi antiarei e che da anni c’è un progetto di recupero, anche se in verità non so a che punto sia.
    Quello qui riportato non è altro che la solità “imbecillità” consumistica che induce a soddisfare bisogni non reali, non l’inizio di una catastrofica nuova società. E poi, suvvia, sarebbe stata più opportuna una citazione un po’ più dotta di una presa da un film del modesto Lizzani!

    • christian caliandro

      E certo, quindi Lizzani sarebbe ‘modesto’, e “San Babila ore 20” un piccolo film. Come no. Ah, mala tempora currunt!

  • Trovo il bunker di lusso un’esagerazione di quello che già avviene, senza che ce ne accorgiamo. E quindi credo che questa tendenza vada assecondata, per poterla gestire.

    “Tutto intorno a te”
    GAMeC (Bergamo 2014)
    esposizione a tempo indeterminato

    • Manlio

      E questa sarebbe la risposta artistica in grado di risvegliare il pubblico???
      Ma per piacere.

      • Quindi per te, Manlio, l’arte dovrebbe dare risposte in grado di risvegliare il pubblico? Il pubblico chi? E poi il pubblico mi sembra sveglio. O forse in alcuni c’è questa pretesa superiorità, per cui l’arte debba fornire risposte e svegliare. Quindi il pubblico sarebbe in cerca di risposte ma addormentato. Come è possibile cercare risposte dormendo?

        • Manlio

          Sei tu che dici di “formare il pubblico”, mica io!
          Con questa macchia rossa lo formiamo ‘sto pubblico?
          Ma andiamo!

          • Quindi secondo te con l’opera d’arte o con la mostra, bisognerebbe formare il pubblico? Questa è una cosa molto pericolosa: come se a scuola insegnassero solo consegnando compiti in classe. Ma è esattamente quello che capita in Italia e non solo. Secondo questa teoria bisogna provocare alla Cattelan o far giocare gli adulti nel gonfiabile alla Saraceno…qualche anno fà a Napoli hanno messo una curatrice seminuda a imboccare il pubblico con babbà…il rischio è andare incontro al pubblico, senza interessarlo veramente…perchè c’è più divertimento FUORI dal gonfiabile di Saraceno, e c’è più provocazione nella vita di ogni giorno che in un’opera di Cattelan, e meglio della curatrice seminuda c’è You Porn…quindi non credo che la strada sia tentare di dare al pubblico quello che si pensa che il pubblico vuole o che il pubblico desidera…è una partita persa in partenza. Poi ovviamente Don Gioni potrebbe salvarci tutti :)

            Per formare e interessare il pubblico non servono le mostre, ma luoghi di riflessione e decompressione tra il mondo e le mostre. Rispetto a questo stiamo lavorando da diversi anni ad una proposta concreta.

          • Manlio

            Far favore spiega cosa c’è di interessante in questa immagine che hai pubblicato, quale il suo orizzonte di senso, quale la sua pretesa forza, perché meriti di occupare i venti centrimentri quadri di schermo che occupa. Ma sii stringente, non fumoso ed ellittico. (Go to the point, please). Grazie.

  • Noi non cesseremo l’esplorazione
    E la fine di tutte le nostre ricerche
    Sarà di giungere là dove siamo partiti,
    E conoscere quel luogo per la prima volta.

    T.S. Eliot – Quattro quartetti