Generatori d’arte. Roberto Fassone e la sua Sibi

Una linea di istruzioni da seguire, un tema generale e un titolo. Ecco sibi, il generatore di artefatti creato da Roberto Fassone. Sbarcato a Tokyo in occasione del Japan Media Arts Festival.

Roberto Fassone, Sibi

Dallo scorso 5 febbraio è disponibile in forma gratuita sibi, l’ultimo progetto di Roberto Fassone, artista classe 1986, selezionato di recente alla 17esima edizione del Japan Media Arts Festival. Ideata nel 2011 e sviluppata nei due anni successivi (la si poteva testare, ad esempio, alla mostra Six coups de dés a Torino durante Artissima 2012), è un’opera che si inserisce nella questione sullo sfruttamento di vincoli per strutturare dei lavori, “un’idea che è sempre stata presente nella mia ricerca, in maniera più o meno esplicita”, come racconta l’artista. Ma di cosa si tratta, esattamente? È un sistema in grado di generare oltre 53 milioni di combinazioni di istruzioni che i giocatori devono seguire con lo scopo di creare il proprio artefatto, istruzioni che ne indicano l’atto pratico (come la scrittura di una canzone o la registrazione di una documentazione sonora), il tema generale e il titolo.
La prima versione si intitolava ‘Artwork Generator’ ed era un gioco con i dadi. Nell’autunno dello stesso anno durante una residenza in Spinola Banna con Massimo Bartolini, ho deciso (dietro consiglio dello stesso Massimo), di ampliare il gioco e di sfruttarlo come mia tesi di laurea”. Questa prima versione si presentava come “un cybertesto (una sorta di libro game) che poteva essere giocato con i dadi. La decisione di trasformarlo in software nel 2012 derivava dalla volontà di fare del progetto qualcosa di più accessibile. ‘sibi’ è nato originariamente dalla necessità di sviluppare una matrice in grado di replicare il mio modo di progettare, che ha una forte attitudine ludica. Volevo in qualche modo rendere più serio il concetto di gioco e meno serio il concetto di opera d’arte”.

Roberto Fassone, Sibi
Roberto Fassone, Sibi

Un gioco, quindi, e al tempo stesso un’opera d’arte? “È un lavoro sull’arte contemporanea”, continua l’artista, “un dispositivo che mi consente di approfondire lo studio strutturale delle opere, uno studio per comprendere ed esplicitare i pattern e gli schemi che si ripetono nella creazione degli artefatti contemporanei (il gioco, la metafora, la metonimia, lo spostamento ecc.)”. Un lavoro sul processo, insomma: “Quando guardo un lavoro non ho interesse per il medium e per i contenuti, sono solo interessato a capire qual è il processo retorico che l’ha trasformato da fenomeno a opera (il come invece del cosa). Mi piace pensare a ‘sibi’ e alla mia ricerca come a un video in cui un mago spiega i trucchi del  mestiere. L’aspetto paradossale della cosa è che lo smascheramento è diventato per me l’aura del mio progetto, la stessa aura che critico”.
Sibi è un progetto che non ha un target se non Fassone stesso, andandosi a configurare, infine, come la materializzazione laterale di una sua passione: “Il fatto che possa poi essere uno strumento creativo di aggregazione è molto più una conseguenza del progetto che una sua motivazione generativa”.

Filippo Lorenzin

http://play.sibisibi.com/

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Filippo Lorenzin
Filippo Lorenzin è un critico d’arte contemporanea e curatore indipendente. Si interessa principalmente del rapporto tra arte, tecnologia e società, seguendo un percorso in cui confluiscono discipline come l’antropologia, la psicologia e la storia. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Venezia e allo Iuav, sviluppando un interesse nelle ricerche artistiche che si confrontano con le problematiche derivanti dalle modalità di interazione tra individui, contesti culturali e strumenti. Ha realizzato numerosi studi riguardanti il rapporto tra arte contemporanea, Internet e pubblico online, affrontando casi come il crowdfunding e le mostre d’arte virtuali. Affascinato dal confronto diretto, predilige la forma dell’intervista in quanto occasione per discutere e imparare.
  • “Ci piacciono le cose a caso, e il computer ci permette di farlo ancora meglio.” Se non siamo giovani indiana Jones, impariamo le nuove tecnologie, e qualcosa ci dobbiamo pur fare. Sembra molto un Permanent Food 2.0. La sfida non è fare cose a caso, ma fare le differenze tra le cose.