Dialoghi di Estetica. Default mode network

Prosegue, presso l’Italian Academy di New York, il prestigioso programma di simposi dedicati all’incrocio fra arte e neuroscienze. L’ultimo, tenutosi il 7 febbraio, cerca di far luce sul funzionamento del “default mode network” e sul ruolo che esso gioca nella percezione e nella produzione artistica. Ce ne parla Vittorio Parisi.

Edward Vessel

Non tarderà ad accorgersene, il lettore: con questo appuntamento la rubrica abbandona, per un istante, la struttura conversativa adottata sinora. Difatti, il Dialogo di oggi ha, semmai, tutte le caratteristiche di un report. L’obiettivo è raccontare la giornata di studi The Default Mode Network in Aesthetics and Creativity tenutasi il 7 febbraio nella bella cornice della Columbia University.
Il simposio porta il sigillo dell’Italian Academy diretta da David Freedberg – preclaro storico dell’arte e professore alla Columbia – e impegnata dal 2001 in un intenso percorso di indagine transdisciplinare che lega lo studio delle arti alle neuroscienze. Non a caso Freedberg è tra i pionieri della neuroestetica, ed è il primo storico dell’arte ad aver avvicinato le neuroscienze – sfidando lo scetticismo dei suoi colleghi studiosi – portando a uno stadio assai concreto le ricerche nella percezione dell’arte, già intraprese da certi suoi illustri predecessori, su tutti Aby Warburg e Ernst Gombrich.
Non molte settimane fa, su questa rubrica, si è già discusso di neuroestetica assieme al neurologo Vittorio Gallese – collaboratore di Freedberg – al quale dobbiamo la scoperta dei neuroni-specchio e, soprattutto, del ruolo fondamentale che essi giocano nella percezione delle immagini. Nell’appuntamento di oggi parleremo, invece, del default mode network (DMN): una rete di differenti aree del cervello umano, note per innescarsi in assenza di attività funzionali proiettate verso il mondo esterno. In parole povere: il DMN è disattivato quando camminiamo, mangiamo, leggiamo, studiamo o parliamo con qualcuno. Al contrario, entra in funzione durante vari stati di riposo e, soprattutto, quando ci troviamo, spontaneamente o no, in uno stato di meditazione, di riflessione introspettiva o di cosiddetto daydreaming.

Jan van Eyck, Madonna del canonico van der Paele, 1436
Jan van Eyck, Madonna del canonico van der Paele, 1436

La giornata si è aperta con una serie di interventi volti a descrivere, nei dettagli scientifici, il funzionamento del DMN. Rispetto alla trattazione di temi come la creatività e l’estetica, il simposio è stato una specie di crescendo, e si è pervenuti a una discussione approfondita dei detti argomenti solo nell’ultimo intervento, per voce di Edward Vessel, Art reaches within: aesthetic experience, the self and the default mode network.
Vessel è un neuroscienziato, direttore dell’ArtLab della New York University e co-autore dello studio appena citato, presentato all’Italian Academy per la prima volta dopo la sua pubblicazione sulla prestigiosa rivista Frontiers in Neurosciences. Per la conoscenza in materia di percezione estetica delle opere d’arte, i risultati della ricerca sono notevolissimi. Sedici persone sono state sottoposte alla risonanza magnetica funzionale (fMRI) mentre osservavano 109 immagini di opere d’arte bidimensionale, provenienti dalle epoche ed aree geografiche più varie, appartenenti ai generi artistici più disparati. Per la selezione si è inoltre guardato a collezioni e musei molto importanti, ma badando a scegliere solo opere difficilmente conosciute da un pubblico non esperto. A ciascuno è stato chiesto di esprimere il proprio apprezzamento, misurandolo da 1 a 4, e un primo risultato dell’esperimento è la conferma dell’estrema specificità dei gusti estetici, il famoso de gustibus.
Il risultato più sorprendente, tuttavia, è un altro. Se, come da scoperta di Gallese e Freedberg, l’osservazione di un’immagine (quindi uno stimolo proveniente dall’esterno) comporta l’attivazione di componenti cerebrali (i neuroni-specchio) legate al compimento di un’azione, il DMN dovrebbe, di conseguenza, mantenersi sempre spento. Invece l’esperimento di Vessel ha evidenziato come, solo nei casi di apprezzamento più alto (pari a 4), il DMN altrimenti disattivato entri improvvisamente in funzione. Dal fenomeno osservato si deduce che un’esperienza estetica particolarmente intensa ha necessariamente legami con l’introspezione, con ciò che Vessel chiama self-referential mental processing: allo stimolo esterno ne corrisponde uno proveniente dall’interno. In altre parole: è possibile interpretare scientificamente il fatto che un’opera d’arte sia in grado di emozionare il suo osservatore; è possibile osservare ciò che accade nel nostro cervello quando troviamo piacevole una determinata esperienza estetica.

Immagini dal paper di Edward Vessel, Art reaches within: aesthetic experience, the self and the default mode network
Immagini dal paper di Edward Vessel, Art reaches within: aesthetic experience, the self and the default mode network

Vessel non è uno storico dell’arte, né un critico o un filosofo. Eppure riconosce, nel suo studio, una distinzione fondamentale tra un’esperienza estetica prettamente visiva (un dipinto di Jan van Eyck o di Renoir) e, dall’altro lato, una più propriamente “semantica”, legata cioè al significato dell’opera, piuttosto che alla sue sembianze “retiniche” (per esempio la Fontana di Duchamp o la Brillo Box di Andy Warhol). In estetica questa differenza è stata affermata con insistenza da Arthur Danto, tra i primi a teorizzare la possibilità di un apprezzamento non retinico dell’opera d’arte. Vessel ha privilegiato l’arte del primo tipo: ha cercato cioè di capire, per dirla in termini spicci, come la “pancia” influenzi la testa, ma non viceversa. Immaginiamo di ripetere l’esperimento con altri tipi d’arte meno “tradizionali”. La nostra “cavia” ideale è un consueto estimatore di installazioni, performance e arte concettuale: messo per la prima volta di fronte al famoso letto di Tracey Emin, o a una constructed situation di Tino Sehgal, ha subito l’impressione che queste veicolino significati particolarmente raffinati. Di conseguenza decide che il suo apprezzamento è pari a 4. Cosa accadrebbe in quel caso al DMN? Si attiverebbe o rimarrebbe “spento”? In un’eventualità o nell’altra, che conclusioni potrebbe trarre la filosofia dell’arte rispetto alle correnti teorie dell’apprezzamento estetico?
L’ipotesi che, un domani, le neuroscienze possano dare un contributo decisivo all’estetica va affrontata senza perplessità né pregiudizi, ma con moderato entusiasmo. Citando Freedberg in chiusura del simposio: nel corso degli ultimi tre lustri le neuroscienze si sono dimostrate capaci di “refine the basic questions”. Affinando, dunque, certe domande-cardine della filosofia e della storia delle arti, forse saremo in grado capire meglio quei meccanismi, interamente umani, che regolano la produzione, la percezione e l’apprezzamento delle opere d’arte di tutte le epoche, di tutte le civiltà e di tutti i generi.

Vittorio Parisi

www.italianacademy.columbia.edu
www.frontiersin.org/Journal/10.3389/fnins.2013.00258/abstract

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Vittorio Parisi
Nato a Bari nel 1986, si laurea in Lettere Moderne e prosegue gli studi con una laurea magistrale in Storia dell’Arte Contemporanea. Dottorando in Estetica all’Université Panthéon-Sorbonne, vive da tre anni a Parigi, dove ha lavorato come assistente presso la Galerie Magda Danysz e alle politiche culturali e sociali dell’Ambasciata d’Italia. Dal 2012 è consigliere incaricato per le arti urbane del Comune di Bari e responsabile della programmazione artistica della Galleria Doppelgaenger. I suoi interessi di ricerca e lavoro riguardano la percezione dell’arte contemporanea da parte del pubblico, con una particolare attenzione per i fenomeni d’arte urbana, la street art e i graffiti. Suona il violino ed è tra i fondatori del collettivo di adbusters Quink. Dal 2013 collabora con Artribune.