Media e innovazione

La discussione su economia e “cultura” procede in Italia tra apici di faziosità e retoriche della denuncia. È paradossale: proprio qualcosa di così specifico (o al contrario inafferrabile) come la “cultura” sembra essere divenuta da tempo, nei media italiani, uno stucchevole tema di esercitazione preconcetta.

Roberto Giacobbo e la "divulgazione scientifica" su Voyager

Straparliamo di arte, identità, “patrimonio”. Dimostriamo tuttavia un irresponsabile disinteresse per i processi immaginativi e la loro complessità. Intendiamo discutere di amministrazione della cultura o di creazione culturale? Di eredità o innovazione? Di passato o futuro? Dovremmo imparare a distinguere tra piani diversi, provvisti ciascuno di necessità specifiche.
L’ossessiva divaricazione tra antico e contemporaneo non aiuta. L’opinione pubblica occidentale riconosce a determinati momenti e figure della storia dell’arte moderna un interesse di carattere generale. Chiunque può discutere di Matisse, Picasso o Duchamp o mostrarsi interessato a loro: non il solo specialista. In Italia questo non accade: manca un’adeguata educazione alla storia delle immagini e al modo in cui queste partecipano ai processi storici e sociali. Come assicurare la più ampia trasmissione di ricerche innovative e conoscenze di prima mano?

Germano Celant e Alessandra Mammì, ovvero l'arte contemporanea su L'Espresso - photo Dagospia
Germano Celant e Alessandra Mammì, ovvero l’arte contemporanea su L’Espresso – photo Dagospia

Il tema della divulgazione è concreto e investe, con le istituzioni educative, il giornalismo culturale e il suo rapporto con la società. Scuole e università formano scienziati e ricercatori. I media dovrebbero scegliere i più capaci e impegnarsi a rinnovare le collaborazioni. Accade invece che l’informazione storico-artistica mainstream italiana sia divisa tra vecchie glorie e oscuri addetti all’industria del mito culturale o della manipolazione pubblicitaria.
Tra i principali Paesi OCSE, l’Italia ha la più bassa percentuale di ricercatori sul totale della popolazione. Una minima parte di ciò che leggiamo nelle pagine culturali proviene da o ha familiarità con il mondo della ricerca. Ne consegue che la nostra capacità di controllo dell’inganno o della distorsione è minore. Il conformismo dell’informazione culturale e la crescente organicità al mondo del marketing privano l’opinione pubblica di contributi stimolanti, capaci di sfidare reputazioni esauste o punti di vista consolidato. Scienziati e studiosi indipendenti non partecipano in misura rilevante all’elaborazione del discorso pubblico.
Anche per questo l’Italia è un Paese che non apprezza o non riconosce l’importanza dell’innovazione.

Michele Dantini
docente di storia dell’arte contemporanea – università del piemonte orientale

http://www.huffingtonpost.it/michele-dantini/le-pietre-e-il-popolo-un-_b_3145231.html
http://www.nazioneindiana.com/2012/06/04/giornalismo-culturale-prime-indagini-sulla-scomparsa/

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #16

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Michele Dantini
Storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, Michele Dantini insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali. Laureatosi e perfezionatosi (Ph.D.) in storia della filosofia e storia dell'arte presso la Scuola Normale Superiore di Pisa; Eberhard Karls Universität, Tubinga; The Courtauld Institute, Londra; Ludwig-Maximilians-Universität München, collabora con i principali musei di arte contemporanea italiani ed è responsabile del Master MAED al Castello di Rivoli. Scrive di arte contemporanea, politiche culturali e dell’innovazione, tecnologia, Rete e digitale. Tra le pubblicazioni recenti Geopolitiche dell’arte italiana. Arte e critica d’arte nel contesto internazionale (Milano 2012); Arte contemporanea, ecologia e sfera pubblica (Roma 2012); Humanities e innovazione sociale (Milano 2012); Apple cosmica. Come le narrazioni fantascientifiche modellano il design e il marketing della Mela (Milano 2012); Horses and other herbivores (Bezalel Academy of Art and Design, Jerusalem 2010). Coautore dei manifesti TQ “università e ricerca” e “patrimonio storico-artistico e ambientale”, è interessato ai temi della diversità culturale e del cosmopolitismo postcoloniale. Il suo Diario Namibiano (e/o, Milano 2003), inchiesta sulle trasformazioni delle abilità tradizionali in Africa australe all’ingresso nel mercato globale condotta in collaborazione con la National Gallery di Windhoek, è stato finalista del premio Paola Biocca|Società Italo Calvino nel 2002. Suoi reportage e fieldworks sono stati presentati alla Fondazione Merz, Torino; CCCS Strozzina, Firenze; Centro di arte contemporanea Luigi Pecci, Prato; Centre de la Photographie, Ginevra; MAO, Torino. Collabora a L’Huffington, Alfabeta2, Doppiozero, ROARS, Il giornale dell’arte, il manifesto.
  • Alessio Faccini

    Da uno studente come me di storia dell’arte ciò che lei presenta a mio modo di vedere è l’effetto di una sempre minore incentivazione allo studio e all’approfondimento delle discipline umanistiche all’interno della nostra scuola nazionale e spesso non per colpa dei singoli insegnanti. Non voglio rimarcare i disastrosi provvedimenti presi dal governo in materia di tutela fruizione e promozione dei beni culturali nel nostro paese. Serve una vera e propria rivoluzione culturale. È lapalissiano che si debba ricominciare dalla scuola per rieducare le generazioni future. Credo che la cultura dovrebbe essere indispensabile tanto quanto il pane quotidiano e se il nostro governo lo capisse e incentivasse la ricerca con finanziamenti reali e non solo di facciata, tutto ciò che lei ha descritto potrebbe cambiare.

  • Mi ero perso questo contributo. Dantini centra il problema la divulgazione. Il problema ha due cause:

    – assenza di critica capace (nel migliore die casi abbiamo accademici trincerati e innervositi dentro accademie e università)

    – assenza di pubblico vero, oltre agli esperti, turisti occasionali e amici.

    Il libro di Gombrich (Arte e Pubblico) che ho letto giorni fà, mi ha chiarito una cosa, al di là delle cose più specifiche del libro:

    Per la crescita e la qualità del sistema serve una tensione dialogica tra:

    -artisti

    -esperti

    -pubblico

    Da 20 anni a questa parte in Italia, anche per via di una storica avversione al contemporaneo, non ci sono critici e divulgatori capaci. Per arrivare al pubblico che si trova oltre la cerchia degli addetti si fanno mostre blockbuster; chi non fa mostre blockbuster fa cose troppo complicate e distanti. In entrambi i casi è come cercare di educare bambini di prima elementare con i soli compiti in classe. I bambini-pubblico o scappano o si sentono abbandonati. Mancano spazi di divulgazione tra lo spettatore e la mostra. Esattamente come se il bambino di prima elementare passasse direttamente a fare i compiti in classe. E quindi spesso i compiti in classe (i nostri progetti) sono a prova di deficiente…è normale.

    Quindi mancano esperti capaci e un pubblico vero. E io sono fermamente convinto che ci potrebbe essere un pubblico vero.

    Il risultato è un confronto nullo tra addetti ai lavori (artisti ed esperti). E quindi ecco che dopo Cattelan non esiste un artista che abbia la forza e la personalità per occupare un Padiglione Italia, per esempio. E Cattelan si è formato totalmente all’estero…ovviamente.

    Per questi motivi lavoro su:

    – stimolare senso critico

    -progettualità non convenzionale (opere fluide che attraverso il blog entrano nelle case del pubblico)

    -divulgazione con il pubblico

    Ma ovviamente sono una goccia nel mare.