Gallo, i bastardi, Panofski ed il Rinascimento multidirezionale

Quelle che seguono sono alcune brevi considerazioni nate lo scorso agosto dall’incontro napoletano tra me – Andrea Mastrovito – e Giuseppe Gallo, nell’ambito di quella “Costruzione di una Cosmologia” che – con Tosatti, Stampone, Nacciarriti e Bulgini – stiamo portando avanti attraverso il Paese. La tappa di Napoli è ormai conclusa, quella di Roma è appena cominciata e mi sembra necessario, all’inizio di questo secondo round, condividere col pubblico i miei appunti di viaggio, proprio in virtù di quanto è emerso quella sera.

Giuseppe Gallo, Autoritratti autoritari, 2004-2005

Con Giuseppe Gallo è stato vero scontro, partita vera, come quelle amichevoli Italia-Germania: sì ok è un’amichevole, ma nessuno ci sta a perdere. E allora giù botte. E il paragone calcistico è del tutto legittimo, dacchè il nome stesso di Gallo non può che ricordarmi il mitico gol di Gallo (Fabio) sotto la Nord che elimina la Juventus dalla Coppa Italia all’ultimo minuto dei tempi supplementari, stagione ’95/96,  con la Curva che viene giù, il boato che sale al cielo svegliando Bergamo e Mondonico che si gira verso la tribuna e urla al pubblico bianconero: “A casa, bastardi!”.
Ecco, la parola ‘bastardo’ è proprio quella che mi ha portato a scrivere queste brevi riflessioni: più volte Giuseppe mi ha risposto secco che l’artista “è un bastardo”, l’arte è bastarda e fa quel cazzo che gli pare.
Cosa rispondere a un’affermazione del genere? Nulla, perchè, in fondo in fondo, lo credo pure io. Credo che quella parola – con le sue mille sfumature – si adatti perfettamente all’arte e soprattutto a noi artisti, figli bastardi di un mondo che cerchiamo sempre di cambiare per poterlo riconoscere, e d’altronde se già il buon Picasso (chi più “bastardo” di lui?) asseriva che l’arte è una “bugia rivestita di verità“, al suo opposto, il mondo in cui l’artista non può riconoscersi, è una verità rivestita di bugie. Quante bugie? Beh, tante: basta accendere il televisore per rendersene conto.
L’artista cerca, quindi, di ritornare all’origine, anzi all’originale, col suo operato, ritornando alla verità (?) iniziale: è un discorso che affronto spesso nei miei lavori. Ma con quali strumenti si torna a questa indefinibile verità? Ecco il punto: Giuseppe rispondeva “l’artista è un bastardo” a una mia ben precisa sollecitazione. Difatti gli stavo raccontando di quali enormi problemi avesse incontrato un progetto pubblico, proposto dal Comune, presso gli abitanti della città in cui vivo. Non era in gioco la qualità della proposta artistica. No. Qui la risposta alla proposta era: non ci interessa, non vogliamo dare i soldi a un artista (bastardo) per metter le sue cose (bastarde) qui, vogliamo i soldi per fare le strade, i marciapiedi, le piazze.

Erwin Panofski, La prospettiva come forma simbolica
Erwin Panofski, La prospettiva come forma simbolica

Hanno ragione, converrete voi. Certo, ma fino a un certo punto, per due chiari motivi: uno, le strade i marciapiedi e le piazze in quella comunità c’eran già; due, il budget per il progetto artistico era così risicato che al massimo ci facevano una piazza per nani da giardino. A quel punto mi è toccato intervenire direttamente (così come gli altri artisti premiati) e svelare il progetto che, naturalmente, non pioveva dal cielo ma cercava la collaborazione di tutti i residenti del quartiere e, una volta chiarita l’entità dell’opera, trovato il punto d’incontro con la comunità, tutti ne sono rimasti felici. Menomale.
D’altronde il punto di contatto col mondo/realtà esteriore deve per forza esserci, altrimenti l’opera nasce morta. Il riscontro del pubblico è stato sempre la base della storia dell’arte. Forse oggi siamo in un momento storico in cui il riscontro, da solo, non basta più ma si trasforma in partecipazione stessa, attiva, dello spettatore all’opera d’arte. Spettatore al quale non vengono proposti i famosi 15 minuti di fama che Warhol preconizzava nel ’68. Spettatore al quale non viene concessa la dittatura di cui parlava Bonami. Gli viene semplicemente chiesto di entrare a far parte di quella rilettura della realtà che l’artista propone col suo lavoro, in maniera attiva e pienamente (anche se lentamente) consapevole.
Come succede tutto ciò? Ogni epoca si caratterizza per un proprio peculiare modo di vivere ed esprimere questo rapporto tra uomo, arte e mondo, e magari la nostra, vittima (consapevole?) di un progresso multilaterale mostruosamente rapido, non è altro che un Rinascimento espanso in molteplici direzioni, tanto da sfociare nel caos più assoluto.
A tal proposito, c’è un fantastico saggio di Erwin Panofski, La prospettiva come forma simbolica che, in breve, racconta di come ogni cultura, nei secoli, abbia scelto di rappresentare lo spazio in una data maniera, assurgendolo appunto a simbolo di quella cultura stessa. Il Rinascimento misurava il mondo in rapporto all’uomo, conosceva il mondo attraverso l’uomo. Così nacque la prospettiva, che misura esattamente lo spazio all’interno del dipinto.
La modernità, sin dal secolo scorso, ha abolito la prospettiva smascherandone le lacune positiviste. Se ci penso, la teoria della relatività di Einstein, così come il Cubismo prima ed il Futurismo poi, collegando lo spazio al tempo e viceversa, rappresentano da un lato la demolizione – che ha preso piede per quasi tutto il Novecento – della forma simbolica della prospettiva e, dall’altra, la sua continuazione, il suo ampliamento.

Adrian Paci, The Column, 2013
Adrian Paci, The Column, 2013

L’aggiunta del tempo come variabile, difatti, prolunga inevitabilmente le linee guida dell’opera dalla parete all’ambiente, ampliando il campo d’azione dell’opera stessa non solo al pubblico ma a tutto ciò che la circonda. A ben vedere, ad esempio, il grande muro in cui è incastonata la piccola Gioconda al Louvre cosa altro è se non un’estensione, nello spazio e nel tempo (un “completamento” dell’opera avvenuto oltre 500 anni dopo la sua realizzazione iniziale), delle sue linee prospettiche (e simboliche)? Oggi per apprezzarla, non possiamo più vederla come un quadretto, ma ha bisogno di tutta una parete, la più grande dedicata a un’opera al Louvre, e di tutta una stanza – sempre piena di pubblico – per contenerne la famosa “aura” di cui parlava Walter Benjamin.
Ecco perché il lavoro di pressochè tutti gli artisti, oggi, bastardi o meno che siano,  e specialmente di molti artisti italiani, (da Marinella Senatore a Nico Vascellari, da Luca Francesconi ad Adrian Paci, oltre che i succitati compagni cosmonauti) si sviluppa nello spazio attorno allo spettatore, per lo spettatore e con lo spettatore, inglobando il tempo della vita reale tra le sue principali linee guida.

Andrea Mastrovito

CONDIVIDI
Andrea Mastrovito
Nato a Bergamo (1978) si è diplomato nel 2001 presso l’Accademia Carrara di Belle Arti di Bergamo. Ha vinto il Premio New York nel 2007 e il Premio Moroso nel 2012; negli ultimi anni il suo lavoro è stato esposto nei maggiori musei nazionali ed internazionali, dal MAXXI di Roma al Museo del Novecento di Milano, dal MART di Rovereto al Pecci di Prato, dal BPS22 di Charleroi alla Manchester Art Gallery, dal MUDAC di Losanna al MAD di New York, nonché in diverse gallerie private tra Europa e USA ed in decine di iniziative al di fuori degli spazi dediti all’arte, dalla moda alla musica dal cinema allo stadio.
  • giuseppe

    Ho visto l’intervista o dibattito sul sito, anche se a me mi sembra più porta porta dell’arte di cosmologia non ho visto niente, l’articolo è interessante ma quello che diceva Gallo è passato e non capisco perché ancora tipi come lui si prendono in considerazione, un bravo artista che è cresciuto nel periodo dandy nei periodi doro di Achille Bonito Oiva, ora l’arte è un lavoro anche delle volte più individuale, intimo che porta a seguire dei percorsi solitari con possibili riscontri con un pubblico attento, Gallo lo conoscono più i suoi collezionisti che un pubblico vasto ma questo non vuol dire che è negativo non è più attuale. Allora quello che penso non imitate il famoso incontro Andy Warhol e Joseph Beuys, perché quella era cosmologia dell’arte.

    • Pneumatici michelin

      Caro Giuseppe si capisce ben poco di quello che scrivi: va beh troncare la grammatica
      con un pó di perdonabile fretta ma qui ci sono
      Diverse sincopi logiche.
      É giá dura doversi sorbire l’affermazione piú sopra sul
      “Positivismo” della prospettiva insieme ai risultati
      della domenica calcistica…..

    • Oreste

      Rotola la gomma Michelin nella sua spiccata verità, poi l’abbandono alla routine della strada “intellettualistica” ne fa le spese il Sig. Giuseppe come spesso si evince su Artribun. Se mi è permesso provo ad evitare sgrammaticalità col mio prossimo dire. L’attenzione cade sui poveri Artisti bistrattati dalla notorietà perché fuori dal circuito dell’elite creativo non si adeguano al modello equazione – artista critico intellettuale – ma semplicemente con troppa voglia del FARE, del CREARE, dell’ESPRIMERE le proprie sensazioni a prescinde ogni approccio con il mondo dell’intellettualità. C’è poi il Critico, l’Intellettuale dell’Arte che apre e chiude le porte del riconoscimento espressivo creativa per il potere che ha. Ecco il vero punto nodale sull’attuale Arte contemporanea ovvero niente è scontato ed allora giusto è “l’essere bastardi” un modo per scalfire certi vincoli socio-commerciali che oramai determinano il riconoscimento d’essere un Artista. Chi può dire cosmologia dell’Arte senza pensare che rappresentare è conoscere il bello del momento contemporaneo se poi qualcuno pone le zeppe del saputello? Dispiace essere contestatore a prescindere o solo per un fatto di parte l’orgoglio è un indice di completezza al FARE che non vuole compromessi o fraintendimenti e traccio un mio aforisma: il mio mondo gira perchè lo faccio girare, la vita invece è un viaggio indefinito peccato che nessuno ti da la mappa.

      • Angelov

        …”il riconoscimento di essere un Artista”…
        questa frase cela uno dei concetti più pericolosi per una, o un, giovane che vive, o presume di vivere nella dimensione dell’arte.
        Il “sentirsi un artista”, è costato la vita di tantissime persone, e a causato indicibili sofferenze ad un numero imprecisato di altre.
        Questi sogni romantici sono destinati a degenerare facilmente in incubi.
        Diceva bene un famoso disegno di Leo Steimberg: Cave artist, stai lontano dall’artista; poiché costui, nel migliore dei casi, è un portatore sano di qualcosa di insano…

      • Pneumatici michelin

        Oreste (giuseppe) , non ho capito bene: vuoi dire che spesso su artribune
        a farne le spese é giuseppe?
        Ma come scrivi e che vuoi dire in definitiva?
        Che i critici sono tutti cattivi ? Che sono arbitrari? Che gli artisti e i loro
        estimatori sono sgrammaticati e incolti, mescolano la juventus e Panofsky,
        confondono i bastardi con i cavalli ignorando i cavilli,
        ma che In fondo hanno un cuore e voglia di fare?
        Vuoi dire bastardi ma buoni quindi?
        Alla fine gli opposti si riconvertono nello spazio-tempo?
        E perché non figli di buonadonna ma ottimi centravanti?
        Mia zia sa fare le torte!

        • Oreste

          Michelin sei un po duro di comprendonia , un traduttore simultaneo permette di scorrere tutto il testo e non disperderti, non c’è peggior sordo di chi non vuol capire. E’ fin troppo evidente che il creativo non ha potere se non è riconosciuto dall’elite dell’arte quindi i critici sono artisti falliti e forse l’ambito intellettualità li appaga, sono gli stessi creativi che permettono questo …chissà. In fin dei conti è sempre stato così ed il dramma del compromesso tra Arte e Artista continua imperterrito a governare l’espressione artistica anche oggi.

          • pneumatici michelin

            oreste quello che non capisce sei tu: se si mescolano panofsky
            juventus e lo spazio tempo quello che tu chiami “l’ambito intelettualità”
            rimane (molto spesso immeritatamente, certo ) pascolo esclusivo
            dei critici artisti falliti.
            Il problema che vorrei evidenziare è che comunque con tutti questi
            strafalcioni a fallire sono tutti, i “critici” e pure tanti artisti.

  • Roberto

    …avanti con la pubblicità sottobanco dei soliti noti….. che tristezza ….

  • Angelov

    anche per saltar di palo in frasca
    pare che oggi sia richiesta la licenza
    ma a chi sa farlo con somma disinvoltura
    giunga il plauso d’un pubblico distratto

  • Oreste

    Oh Michelin hai un dialogo da “bastardo” come gli artista citati allora ben venga il silenzio di un pubblico distratto

  • Pneumatici michelin

    Oreste capisco che per te é difficile essere
    chiaro e preciso ma se ho capito bene mi
    attribuisci la stessa “bastarditá” degli artisti
    citati sopra ma sfortunatamente dimentichi
    dii sviluppare qualsiasi argomentazione
    logicamente costruita che possa spiegare
    perché mai. Non capisco il riferimento al
    pubblico distratto ma probabilmente intendi
    dire che sarai tu a tacere d’ora innanzi?
    In questo caso ti definiresti “distratto” da solo
    e io condividerei dato che i tuoi interventi
    hanno la Tipica sconnessione della distrazione
    e della faciloneria.

  • Eleonora

    Alla redazione e all’artista: Erwin Panofsky con la Y!