Autorialità diffusa e processi collettivi. Intervista a Marinella Senatore

Video, fotografia, musica, disegno, installazione e performance. Marinella Senatore, classe 1977, non pone alcun limite ai linguaggi e ai mezzi con cui sviluppa le sue operazioni di arte partecipativa. Dal 2006 coinvolge intere comunità, da Enna a New York, nella realizzazione di sceneggiati radiofonici, fiction, parate, cortometraggi, presentandosi come catalizzatrice di energie e condividendo l’autorialità in ogni fase del processo creativo. L’abbiamo intervistata in occasione della mostra presso il Castello di Rivoli.

Marinella Senatore, The School of Narrative Dance: Little Chaos, 2013 - Fine Art Print on Hahnemühle paper, framed - courtesy Peres Projects, Berlino

In che modo si è manifestata l’esigenza di fare arte partecipativa, di includere obiettivi educativi e di costruzione di relazioni nel tuo lavoro?
Fin da piccola ho seguito in maniera molto seria lo studio della musica (violino e teoria musicale) e poi cinema al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma e chiaramente tutto il mio percorso di studi d’arte, ma la dimensione che ho sempre privilegiato è proprio quest’ultima. Per anni mi sono dedicata alle questioni educative – sono stata insegnante in due Facoltà di Belle Arti in Spagna – mettendo innanzitutto in discussione i classici criteri di insegnamento verticali, testando piuttosto sistemi didattici orizzontali, basati proprio sulle esperienze personali e sull’autoapprendimento, affinché lo studente potesse emanciparsi da chi comunica il suo “sapere”, fino a diventare efficacemente autonomo nella ricerca delle informazioni e nella loro ricezione.

L’idea di artista in cui ti riconosci è quella di un attivatore di energie che propone un progetto attraverso il quale le persone negoziano la propria partecipazione. Quali qualità pensi caratterizzino questa figura di artista – facilitatore?
Di sicuro occorre avere una concezione rinnovata del concetto di autorialità che diventa quindi condivisa e una grande capacità di ascolto, ma tutto deve essere basato su un intenso studio pregresso che non si interrompe neppure durante il lavoro, che supporti la capacità di rispondere alle istanze sociali avanzate. Soprattutto credo che la chiave sia riuscire a non imporre idee, mettersi in discussione ed essere disposti a mutare di continuo.

La tua pratica artistica prevede la condivisione di fasi essenziali del processo creativo con altri partecipanti, raramente professionisti. Come riesci a convogliare l’intervento dei gruppi che coinvolgi, tra imprevisti e spinte centrifughe, in opere coerenti e compiute che si inseriscono nel mercato dell’arte?
La capacità di adattarsi e creare onestamente progetti con le persone fa sì che non sussista un’attitudine di “comando” bensì di coesione tra i gruppi. Il mio ruolo è al tempo stesso quello di partecipante, sono anche io a proporre idee o soluzioni, ma la sapienza più importante è quella di entrare nel processo e uscirvi al momento opportuno. Evidentemente riesco a creare lavori compiuti che abbiano anche una vita nel mercato dell’arte perché il mio ruolo è quello di tenere insieme il tutto per poi sintetizzarlo, “riassumere” l’intera esperienza e restituirne dunque la verità, sempre coerente. Segue poi anche una fase di riflessione importante a seguito del progetto in cui produco molte opere grafiche, in maniera molto intima e riflessiva.

Marinella Senatore, Rosas, 2012 - 3 HD videos on Blu Ray Disc - Coll. Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea - courtesy Mot International, London-Brussels
Marinella Senatore, Rosas, 2012 – 3 HD videos on Blu Ray Disc – Coll. Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea – courtesy Mot International, London-Brussels

Quando l’arte partecipativa rischia di perdere il suo significato iniziale e di diventare utilitaristica?
Quando l’artista non è onesto.

Le tue operazioni comprendono film, musical, sceneggiati radiofonici, progetti fotografici, parate ecc. Con quali criteri scegli i format con i quali intervenire nelle diverse comunità?
Il mio lavoro si divide in tre fasi: documentazione, realizzazione e post-produzione (riflessione intima). Nella prima fase in genere ascolto racconti e sulla base di un’intuizione propongo poi il formato. In queste scelte di linguaggi i formati sono possibilità e non il fine ultimo del lavoro, e quindi sia per formazione che per curiosità personale cerco di avere ampia panoramica su tanti linguaggi anche per poter scegliere il più “conveniente” in quel momento e con quelle persone. Io lavoro con molti media, c’è il video – mezzo corale funzionale al lavoro collettivo – e c’è tutta un’altra parte, altrettanto forte, installativa e pittorico-grafica; mio grande amore è poi la musica così come il cinema, per i quali ho seguito percorsi formativi molto seri. Tutti sono strumenti utilissimi per il mio lavoro che ho deciso, da sempre, di far rientrare nel contenitore dell’arte contemporanea. In mostra al Castello di Rivoli c’è un video brevissimo di tre minuti, il mio primo lavoro, dove si vedono già tutti gli elementi che poi avrei sviluppato: l’attenzione per il suono come elemento narrativo, la frammentarietà delle storie, la luce.

Che cosa intendi per danza narrativa? Come è entrata questa forma d’arte nei tuoi lavori?
L’idea è nata dall’incontro con due coreografe che lavorano a Berlino e come per il cinema e gli altri contenitori, anche il teatro danza è una possibilità che ho sempre voluto approfondire; dal fortunato incontro a Berlino con due coreografe con le quali ora collaboro stabilmente, ho capito quanto potesse essere uno strumento di comunicazione interessante. Inoltre mi sta molto a cuore il problema dell’alfabetizzazione e la danza, più di altri mezzi espressivi, può fungere da collante nella socializzazione e nel superamento della timidezza o del timore delle persone. La scuola di danza narrativa è nata poi dall’esigenza di fornire una piattaforma che potesse funzionare anche senza la mia presenza, soprattutto dopo numerose richieste da parte di chi aveva già lavorato con me di voler continuare l’esperienza di lavoro collettivo anche dopo la fine della produzione dello specifico lavoro al quale avevano preso parte. The School of Narrative Dance è una scuola di storytelling, dove il teatro danza e la danza comunitaria sono potenziali strumenti narrativi che chiunque può “utilizzare”, senza nessuna abilità nel campo della danza. Soprattutto dopo aver terminato l’opera lirica Rosas, progetto realizzato con 20000 persone che parlavano sette lingue diverse, ho capito che era importante creare una piattaforma con livelli di didattica alternativi, basata su sistemi didattici che favoriscano l’inclusione, l’emancipazione dello studente e l’attivazione di processi auto-formativi.

Marinella Senatore, The School of Narrative Dance, 2013 - still da video - courtesy the artist
Marinella Senatore, The School of Narrative Dance, 2013 – still da video – courtesy the artist

Come sei riuscita a coinvolgere 20mila persone? Che cosa spinge intere comunità a partecipare alle opere collettive che realizzi?
Non è mai il numero che mi interessa, è sempre stata una sorpresa. A distanza di tempo da Rosas credo sia stata solo la fiducia tra me e le persone moltiplicata poi esponenzialmente. Probabilmente l’idea di come coinvolgerli e di saper “fomentare” proposte culturali che partono dal basso e che tengono conto prima di tutto delle persone. Vedono la possibilità di un’esperienza che ha qualcosa di buono!

Quali conseguenze culturali vengono generate in seguito a un tuo intervento? Pensi che le connessioni attivate e le competenze trasferite abbiano un impatto a lungo termine o che si tratti piuttosto di fenomeni temporanei?
In entrambi i casi non cambia l’intensità con la quale ci muoviamo. Per le conseguenze dipende dalle comunità, l’esperienza può essere utilizzata dalle persone sia in gruppo che individualmente nella maniera che loro ritengono conveniente. A volte si traduce con volontà di continuare il processo aggregativo, altre con quella di cercare di approfondire gli spunti formativi acquisiti.

Riflettendo sugli ultimi dieci anni di attività, quali sono i risultati per te più importanti e i ricordi più significativi?
Nonostante la fatica questi anni significano un lavoro bellissimo e le persone con le quali ho lavorato hanno riempito la mia vita. Momenti molto commoventi ce ne sono stati… come quando ho visto minatori di oltre novanta anni rimanere dopo la mezzanotte a vedere il loro video (Nui Simu), o quando ho saputo che il loro primo viaggio fuori dalla Sicilia è stato per andare fino a Venezia e vedere il video esposto alla Biennale Illuminations, in un contesto totalmente estraneo alla loro realtà; in quei momenti ho sentito davvero che tutto quello che avevo scelto aveva un senso ben preciso. C’è poi il senso della progressione della tecnica e dell’attivazione di processi oggi fulcro dei miei lavori; ogni progetto del passato non sta lì semplicemente a ricordare cosa ho fatto tanti anni fa, ma funge da catalizzatore per un progetto nuovo. Osservando questi dieci anni si vede tutto il mio vero lavoro: la fase di pre-produzione, documentativa, di ricerca e attivazione dei processi collettivi; quella esecutiva, dove si realizza sempre un’opera che possa rimanere come memoria dell’esperienza per tutti noi partecipanti e infine quella della mia riflessione più solitaria.

Per concludere, quali progetti hai in previsione per il 2014?
Molti: la Biennale dell’Ecuador, la Biennale di Liverpool, la Biennale di Uruguay, una personale alla Kunstahalle di San Gallo in Svizzera, una personale a Santa Barbara, il Premio MAXXI a Roma…

Vanessa Michielon

Rivoli // fino al 2 febbraio 2014
Marinella Senatore – Costruire comunità
a cura di Marcella Beccaria
CASTELLO DI RIVOLI
Piazza Mafalda di Savoia
011 9565222
[email protected]
www.castellodirivoli.com

CONDIVIDI
Vanessa Michielon
Vanessa Michielon (Asti, 1984) ha ottenuto un Dottorato in Beni Culturali (Comunicazione, Valorizzazione e Territorio) e una Laurea Triennale e Specialistica in Ingegneria del Cinema e dei Mezzi di Comunicazione presso il Politecnico di Torino. La sua tesi di dottorato “Faire Mouvoir, Faire Savoir. Interazione naturale e approcci performativi negli allestimenti museali", dedicata alle nuove interfacce e alla performatività nell'exhibition design, ha ricevuto una menzione speciale per il Premio Enrico Manca (ISIMM) nel 2013. Attualmente è assegnista di ricerca post-doc presso l'Università di Torino e si occupa della valorizzazione del patrimonio intangibile dei musei di arte contemporanea attraverso le tecnologie digitali. Danzatrice freelance, si è formata in danza classica, moderna, contemporanea e di comunità. Sviluppa progetti di videodanza e di performance digitale e partecipa da diversi anni a performance interattive con artisti internazionali.
  • Mrs X

    Marinella, perchè senti l’esigenza di inserire la documentazione dei tuoi inneschi processuali comunitari all’interno di una mostra d’arte? Sarebbe come se una maestra di tango appendesse le foto del saggio di danza in un museo o come se uno psicoterapeuta condividesse le registrazioni delle sedute con il pubblico.
    E che cosa sarebbero dei percorsi formativi “molto seri”?

  • Fabio

    per Mrs X:
    è evidente che Mrs X non ne capisce tanto di arte partecipativa.
    Complimenti per l’articolo, sia alla Michielon che alla Senatore.