Artecucina: il bianco di Robert Ryman e Michele Biagiola

Aldo e Carlo Spinelli, padre e figlio, artista l’uno e food journalist a tutto tondo l’altro, cercano di trovare somiglianze fra l’arte e la cucina. Esiste un’affinità tra il bianco dell’artista concettuale Robert Ryman e quello candido, quasi mimetico, nel piatto dello chef stellato Michele Biagiola dell’Enoteca Le Case a Macerata? La prima uscita del Doctor Gourmeta su Artribune.

Michele Biagiola, Panna cotta di yogurt, pesto di pinoli e menta, granita di cocco, estate 2009 - photo Leonardo Rinaldesi

Ci vuol poco a dire bianco. Un piatto bianco e vuoto, un quadro prima di essere dipinto. Il “prima” significa l’attesa – come le tele tagliate di Lucio Fontana – oppure la potenzialità del futuro. Il “dopo” può essere una scelta di tipo cerebrale, come le mappe vuote e albine delle opere Art & Language e A painting of twelve strokes di Robert Ryman. Ma il bianco può assumere spessore (e sapore) quando la materia si condensa sulla superficie.
Il bianco assoluto (come del resto il nero) ce lo insegna la fisica che non esiste: a parte le sue variegate e quasi impercettibili sfumature, la sua corposità può arricchirsi di ombre e la sua superficie presentare differenti consistenze, dal lucido marmoreo al rugoso o al sabbioso. Così come la cromaticità godereccia tra i piatti di cucina, soprattutto quello completamente bianco di Michele Biagiola, cuoco di gran tono nella campagna di Macerata: Panna cotta di yogurt, pesto di pinoli e menta, granita di cocco.

Robert Ryman, A painting of twelve strokes, 1961 - The San Francisco Museum of Modern Art
Robert Ryman, A painting of twelve strokes, 1961 – The San Francisco Museum of Modern Art

L’idea rimanda a quella di Ryman: la ricerca del bianco, il dubbio nel capire se il bianco può dare risultati organolettici potenti, l’eleganza di elementi combinabili. È evidente lo scontro sinestetico: da una parte il bianco omogeneo davanti agli occhi, dall’altra il caleidoscopico gusto che disorienta le papille, dando manforte al concetto popolare che l’abito non fa il monaco. Bianco monocromo e monotono come gli Achrome di Piero Manzoni, che attraverso il nulla suggeriscono il senso dell’infinito, o appunto quello di Robert Ryman, che da più di cinquant’anni dipinge solo quadri bianchi che hanno una componente meno filosofica e più percettiva.
In Ryman esiste il gusto del bianco che può apparire diverso quando è ottenuto con diversi materiali oppure è disteso sulle più varie superfici. Se per Manzoni “non c’è nulla da dire: c’è solo da essere, c’è solo da vivere”, per Ryman “non esiste la domanda ‘che cosa dipingere?’ bensì ‘come dipingere?’”. Dipingere il bianco (o creare un piatto completamente bianco) equivale dunque a risalire alla base, al principio della pittura (o della cucina non più scenografica, ma quasi d’avanguardia), prima ancora che si costruisca la forma. E che sia smalto su metallo o gesso su tela, se ne può distinguere il sapore del suo antico sapere, proprio come il palato e non l’occhio distinguono il cocco dalla menta.

Aldo e Carlo Spinelli

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Carlo Spinelli
Laureato in Lettere Moderne e iscritto a Storia Antica, viaggia mangia e scrive in ordine sparso per ItaliaSquisita, Rolling Stone, La Cucina Italiana e Wired. Approfondendo l'antropologia dell'alimentazione nel contemporaneo mangiare, tra culture e geografie all'antitesi, ama in egual misura la cucina del neolitico e quella d'avanguardia, ma soprattutto lo streetfood terrestre. Ha vissuto due anni in Svezia, con il padre artista e ludologo Aldo Spinelli ha scritto enciclopedie sul mondo del gioco per Fabbri Editore e DeAgostini, e ultimamente ha contribuito a creare IlMangiadischi, format tv in cui si miscela la musica d'autore e l'alta cucina. Sul web è conosciuto come Doctor Gourmeta, personaggio scanzonato che sperimenta l'onnivorismo e fotografa chef Michelin in situazioni ironiche e surreali. Nel frattempo cambia pannolini e pensa di scrivere fumetti e graphic novel.
  • angelov

    Quindi un bel piatto di riso in bianco potrebbe essere definito come: una Risata?
    Trangugiata tra un ahahah e… l’altro?

    • direi in RIDI MADE

  • il rapporto tra cibo e arte è di vecchia data ma una forte relazione non mi sembra sia mai stata instaurata. Mi spiego: io posso usare del cibo – trattato un oggetto come tanti altri – per fare un’opera (es Spoerri) oppure usare un’opera per preparare un piatto (vedi esempio qui sopra oppure, spostandoci sul piano relazionale, i lavori di Tiravanija). Quello che invece ha come caratteristica particolare, diversa da altri oggetti, è che il cibo entra in noi, coinvolgendo i sensi. Questa è la caratteristica che è da sfruttare per una visione più unitaria tra arte e cibo. Per un esempio cliccate su CoDa, entrate nel mio blog e provate il buonsens n. 8 (oppure visitate il mio vecchio sito dove ci sono altri esempi)