Prima intervista a Cino Zucchi. Ecco il Padiglione Italia della prossima Biennale Architettura

È stato appena nominato curatore del Padiglione Italia alla 14. Biennale di Architettura di Venezia che inaugurerà a giugno. Dopo il rifiuto di Francesco Dal Co, il ministro Massimo Bray ha incaricato l’architetto Cino Zucchi, milanese, classe ’55, professore ordinario al Politecnico di Milano e visiting professor alla School of Design di Harvard. Gli abbiamo chiesto di raccontarci il suo padiglione.

Cino Zucchi

Ci aveva avvisati: fino alla presentazione ufficiale – che avverrà agli inizi dell’anno prossimo – non potrà svelare molto. Ma qualcosa su quello che sarà il Padiglione Italiano, oggetto finora di molte attenzioni a causa delle vicissitudini che lo hanno riguardato, Cino Zucchi ce lo ha raccontato in questa intervista esclusiva.
Un’occasione per parlare dello stato di salute della professione in Italia, a suo dire sempre più umiliata e controbilanciata dalla nuova generazione, fatta di progettisti di grande talento costretti a emigrare all’estero. Una realtà, la nostra, che non può prescindere dal confronto con l’antico in cui, secondo Zucchi, un caso interessante da studiare è la “modernità anomala” tipica di alcune architetture italiane del passato. In linea con le indicazioni suggerite dal curatore-capo della Biennale Rem Koolhaas.
E non è mancata l’occasione per chiarire il possibile conflitto di interesse che questa nomina avrebbe fatto scaturire per un architetto come Zucchi, molto attivo nell’ambito professionale. A riguardo una cosa è certa: non ci saranno i suoi progetti in mostra a Venezia, ma molti altri in cui l’innovazione e il rispetto per il contesto sono centrali. Due punti su cui ruota il lavoro fatto da Zucchi finora.

Cino Zucchi, M.Auto - Museo Nazionale dell’Automobile, Torino
Cino Zucchi, M.Auto – Museo Nazionale dell’Automobile, Torino

Ti aspettavi di essere chiamato a curare il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia? Qual è stato il tuo primo pensiero quando sei stato contattato dal ministro Bray?
Davvero non me l’aspettavo. In realtà ero stato invitato a presentare un’ipotesi di padiglione Italia già in due occasioni precedenti, ma avevo declinato l’invito non per questioni di merito né per paura del confronto (penso che la competizione faccia un gran bene): la prima volta l’avevo fatto per ragioni di tempo, la seconda perché Chipperfield mi aveva già invitato nella mostra generale, e non mi sembrava opportuno giocare su due tavoli contemporaneamente. Il grande risalto pubblico della Biennale impone di fare le cose molto bene, è un aereo dal quale una volta saliti non si può scendere. Il mio spirito artigiano e calvinista mi fa rifuggire dal suo inevitabile lato “mondano”. Mi sono trovato subito in sintonia con il ministro Bray, che non conoscevo ma che apprezzo molto per la sua grande cultura e sensibilità. Il mio primo pensiero è stato il sogno di fare un Padiglione Italia estremamente monografico, su di una sola idea come lo sono talvolta i padiglioni stranieri; ma forse questo è un po’ prematuro per l’Italia.

In che senso pensi sia prematuro per l’Italia proporre un padiglione monografico?
Mentre l’arte contemporanea, al di là dei suoi contenuti concettuali, ha un carattere “corporeo” – l’opera è fisicamente presente davanti allo spettatore – le architetture sono legate a un sito e intrasportabili, per cui non possono essere mostrate o spiegate se non attraverso loro simulacri quali disegni, foto o plastici. A ragione o a torto, il tentativo delle Biennali di Architettura è stato sempre quello di emulare l’immediatezza di quelle d’Arte, trasformando i padiglioni in installazioni. Dal punto di vista dell’impatto sul pubblico, questo tipo di approccio è quello più efficace e diretto. Bisogna però avere il coraggio di un gesto unico, e c’è sempre il rischio di scimmiottare qualcosa che non appartiene alla nostra disciplina. Ma l’Italia non ha forse oggi un singolo tema o progetto che meriti l’onore del solista, e si possono fare discorsi interessanti anche guardando a più cose da un punto di vista chiaro.

Cino Zucchi, Ingresso della galleria Vedeggio–Cassarate (portale Cassarate), Lugano
Cino Zucchi, Ingresso della galleria Vedeggio–Cassarate (portale Cassarate), Lugano

Cosa pensi del rifiuto di Francesco Dal Co?
Stimo molto Dal Co dal punto di vista intellettuale e personale. Non ho avuto però occasione di parlare con lui, e quindi non so dare un giudizio su questa storia.

Mancano circa sei mesi all’apertura della Biennale. Quali strategie attuerai per riuscire a dare corpo a un’esposizione in così poco tempo?
La pratica dei concorsi mi ha insegnato a pensar veloce, analizzando molte alternative in pochissimo tempo secondo uno schema ad albero che valuta subito le conseguenze ramificate delle scelte iniziali per poi approfondirne quella più promettente. Talvolta l’intuito contiene in sé anche molto sapere, e non mi fa paura seguire inclinazioni e idiosincrasie: spesso si dà il meglio quando ci si fida dell’istinto. Operativamente, bisogna avere un team entusiasta, semplificando le idee e trasformando i limiti in risorse.

Rispetto al padiglione curato da Luca Zevi alla scorsa Biennale di Chipperfield, quali saranno le differenze? E le similitudini?
Quando mi avevano chiamato per presentare un programma nel 2012, pur avendo declinato l’invito, avevo tra me e me immaginato il titolo At Work/Al lavoro: in un momento di debolezza politica e operativa del soggetto pubblico, l’idea era quella di evidenziare l’estremo interesse delle aziende industriali e artigianali come committenti dell’architettura e catalizzatori di trasformazioni territoriali. La mia idea era per caso molto simile al contenuto del Padiglione di Zevi! Quello del prossimo anno sarà ovviamente diverso, e molto rispondente al tema suggerito da Koolhaas.

Cino Zucchi, Edificio residenziale la Corte Verde di Corso Como 2, Milano
Cino Zucchi, Edificio residenziale la Corte Verde di Corso Como 2, Milano

Come pensi di interpretare il tema di Koolhaas? Sappiamo che ha esplicitamente chiesto ai padiglioni di lavorare sul tema principale Fundamentals, sulla storia e sull’evoluzione delle architetture nazionali negli ultimi cento anni. Non credi che si rischi di cadere in un eccessivo nazionalismo?
La domanda di Koolhaas, che ritengo cruciale, non è forse quella di parlare delle architetture nazionali, quanto quella di vedere come il Modernismo (il tema è Absorbing Modernity 1914/2014) abbia intrattenuto un rapporto dialettico con queste, e come possa aver preso caratteri distinti da questo confronto. La “modernità anomala” dell’Italia del secolo scorso è a questo proposito uno dei casi più interessanti: al confronto con l’antico e con la stratificazione di un territorio così antropizzato, ha necessariamente adottato strategie più complesse e sofisticate, che oggi sono guardate con estremo interesse dalla cultura europea.

Ci puoi fare degli esempi di questa “modernità anomala” italiana e delle strategie che ha adottato?
Progetti molto diversi tra loro come quello del concorso per il Palazzo del Littorio Roma del gruppo di Terragni e Vietti, Il Museo del Tesoro di San Lorenzo a Genova di Franco Albini, o l’addizione alla Gipsoteca Canoviana a Possagno di Carlo Scarpa, o la più nota Torre Velasca a Milano dei BBPR non sarebbero stati possibili nel Nord Europa. Il moderno nordico ha sempre avuto una matrice “calvinista”, che aveva bisogno del grado zero per sancire una discontinuità con l’Eclettismo di fine Ottocento. Ma un architetto italiano non può che includere il passato nel suo progetto fin dai suoi esordi: non parlo tanto nel senso del linguaggio – nessuno dei progetti che ho menzionato opera alcuna citazione diretta – ma proprio della realtà fisica delle sue tracce materiali.

Cino Zucchi, Edificio residenziale D, Venezia (La Giudecca)
Cino Zucchi, Edificio residenziale D, Venezia (La Giudecca)

A seguito della tua nomina le prime critiche sono state: “Zucchi è un architetto in piena attività, progetta, realizza. Dunque è in conflitto di interessi a curare il Padiglione Italia“. Cosa ne pensi?
La critica da te citata è stata a mia conoscenza sollevata solo da una persona, Massimo Mattioli, su Artribune. Francamente non vedo alcun possibile conflitto di interessi, e non capisco con cosa poi. La maggior parte dei curatori della Biennale sono architetti che praticano la professione: Portoghesi, Fuksas, Sejima, Chipperfield, Koolhaas, e non mi sembra che mai sia stata sollevata la questione né il loro operato abbia dato adito a critiche in tal senso. Basta lavorare bene e non mettere in mostra progetti propri, cosa che non ho alcuna intenzione di fare!

Quale pensi sia lo stato dell’architettura italiana oggi? E, più in generale, sei d’accordo con quanto detto da Koolhaas durante la sua conferenza alla Triennale, cioè che l’architettura in questo momento non goda di ottima salute?
Il “patto sociale” tra architettura e società era mediato nel passato da una dimensione religiosa, filosofica o politica. Gli artisti e gli architetti del passato avevano un preciso mandato per quel che riguarda il contenuto della loro opera, e anche la loro libertà artistica spesso era temperata da regole di natura accademica. L’effetto della rivoluzione romantica è la liberazione dal soggetto dalla committenza. Oggi l’elemento finanziario ha “drogato” questo rapporto, che si costruisce di volta in volta su equilibri temporanei. Per quel che riguarda l’Italia, io vedo condizioni professionali sempre più umilianti controbilanciate da una generazione di architetti sempre più brava e matura, che purtroppo deve spesso fuggire all’estero per realizzarsi.

Tre esempi di architetture realizzate negli ultimi anni in Italia secondo te meritevoli sono… E perché.
La piccola casa solare in legno degli Albori in Val d’Aosta, un piccolo gioiello di autocostruzione. La nuova sede Bocconi a Milano delle irlandesi Grafton Architects, che mostra il grande impegno congiunto di un cliente e di uno studio verso la qualità architettonica e urbana; e forse le cantine Antinori di Archea, esempio di inserimento nel paesaggio di un’attività produttiva di grandi dimensioni.

Cino Zucchi, Edificio per uffici U15, Assago
Cino Zucchi, Edificio per uffici U15, Assago

Cosa sicuramente non troveremo nel “tuo” padiglione italiano?
Anche se Paul Valéry era solito dire che “un gusto è fatto di mille disgusti”, non mi sono mai definito in negativo o in opposizione a qualcuno, e quindi non ho nemici o antipatie; se non forse la pigrizia mentale di chi usa ricette pronte e giustifica la mediocrità del prodotto dietro slogan vuoti – purtroppo la “sostenibilità”, questione cruciale del nostro secolo, è già diventata uno di questi – e obbedienza ai regolamenti. L’architettura deve conservare una dimensione critica e interpretativa e deve prendersi la responsabilità delle proprie scelte, anche se oggi è sempre più intrappolata entro procedure e certificazioni che vorrebbero trovare la qualità attraverso voti e bollini.

Dalla tua risposta mi sembra di capire che, nella scelta dei progetti da mettere in mostra, non stai optando per una selezione basata su categorie precostituite, come quella della sostenibilità. Quali allora i criteri che stai seguendo per la selezione?
Diceva Karl Kraus: “L’ingiustizia ci vuole, altrimenti non si finisce mai”. Ogni selezione implica inclusioni ed esclusioni: ma esse possono solo essere guidate dal tentativo di costruzione di un senso complessivo, di un’interpretazione – magari parziale – della galassia italiana. Il suo criterio è quindi quello detto sopra: la ricerca di progetti dal carattere fortemente innovativo – non quindi di natura mimetica o imitativa – dove tuttavia la realtà stratificata del contesto venga inclusa come materiale di riflessione progettuale e non solo come vassoio o sito al quale adattare un organismo concepito in maniera autonoma.

Su quali progetti stai lavorando? Li vedremo in mostra a Venezia?
Sto sviluppando il nostro progetto vincitore del concorso privato per gli headquarter Lavazza a Torino in un’area di grandissimo interesse e rilevanza pubblica, un piano urbanistico per l’isola di Con-Dao in Vietnam, complessi di case a Milano, Bologna e Laveno, e tanti concorsi internazionali. Ma ovviamente non ne mostrerò nessuno a Venezia, sono lì in veste di curatore e non di progettista.

Zaira Magliozzi

http://www.zucchiarchitetti.com/

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Zaira Magliozzi
Architetto, architecture editor e critico. Dalla sua nascita, fino a Marzo 2015, è stata responsabile della sezione Architettura di Artribune. Managing editor del magazine di design e architettura Livingroome. Corrispondente italiana per la rivista europea di architettura A10. Dal 2006 cura la rubrica “Corrispondenze” nella rivista presS/Tletter. Pr e project manager di progetti dedicati alla comunicazione del design e dell’architettura per l’agenzia di comunicazione SignDesign. Ha scritto per The Architectural Review, L’Arca, Il Giornale dell’Architettura, Il Gambero Rosso, Compasses, Ulisse e Quaderno di Comunicazione. Membro del Consiglio direttivo di IN/ARCH Lazio. Dal 2009 fa parte del laboratorio presS/Tfactory, legato all’AIAC - Associazione Italiana di Architettura e Critica - per l’organizzazione di eventi, workshop, concorsi, corsi, mostre e altre iniziative culturali legate al mondo dell’architettura.
  • df

    Ottime le parole, soprattutto quando affronta il tema della sostenibilità, perchè l’architettura deve smetterla di essere ingegnerizzata.
    Alla biennale ci vuole l’Architettura e noi italiani, da Muzio a Moretti, da Piacentini a Venezia, da Cellini a Libera, abbiamo costruito l’Architettura del ‘900.
    Ci vorrebbe una ripartenza sociale, espressa tramite quel carattere dell’architettura che oggi s’è perso (in Italia soprattutto) in fiumi di burocrazia e giustificazione delle forme perchè “eco compatibili” o “elio orientate, per una maggior fruizione della luce sui pannelli solari”

    Ricostruiamo le idee, attraverso le forme, nei progetti.
    Tutto il resto sono chiacchere.