Largo ai makers

Continua la stagione d’oro dei makers. Alla faccia della crisi, loro continuano ad aprire FabLab in tutto il mondo. Ma agli autoproduttori italiani manca ancora spazio. Per produrre, e anche per vendere.

Servizio di piatti progettato da Nathalie Bruyère

Si fanno chiamare makers e dietro questo appellativo si nascondono designer, progettisti, artigiani, in una sola parola creativi che, a dispetto di qualsiasi crisi, hanno deciso di “fare”, come sottolinea il nome. Fabbricare, costruire, realizzare: tutti sinonimi pratici e concreti per dimostrare che non si tratta di una tendenza o di un fenomeno, piuttosto di concretezza e di prodotto.
Ma i makers, loro malgrado, un fenomeno lo hanno creato; lo abbiamo visto nascere inizialmente con un po’ di timidezza e poi farsi sempre più forte e presente sulla scena della creatività mondiale. I nostri makers, detti anche più comunemente autoproduttori, hanno capito che per sbloccare la paralisi dei mercati era necessario da un lato liberarsi dai meccanismi dell’industria e di conseguenza non essere più legati alla produzione seriale di oggetti, e dall’altro creare un vero e proprio network di progettisti. Per questa piccola “nuova rivoluzione industriale” è stata determinante l’introduzione delle macchine di taglio a controllo numerico e delle stampanti 3D, che hanno aiutato tutte quelle persone non dotate di abilità manuali. La diffusione capillare di questi macchinari ha portato alla conseguente nascita di laboratori autonomi, chiamati FabLab, che realizzano oggetti su commissione. Chiunque abbia un computer può realizzare un disegno vettoriale, inviare il file a un FabLab e vederlo poi realizzato, anche in laboratori dall’altra parte del mondo. Altro aspetto fondamentale fortemente voluto dai makers è la condivisione: chi infatti non fosse in grado di progettare può attingere ai file, ovvero a disegni già pronti realizzati dai designer, acquistando così l’idea e poi costruendola a proprie spese.

RepRap Mendel
RepRap Mendel

La situazione attuale dei FabLab nel mondo è censita in un elenco ufficiale, la Fab Lab List, Operating Planned (6 maggio 2012) e, stando a questo documento, l’Italia esce sempre zoppicante e un passo indietro. Ma qual è la realtà dei fatti? L’Olanda mantiene il primato in campo di laboratori autonomi di fabbricazione grazie ad esempi eccelsi come il FabLab di Amsterdam, ospitato dall’organizzazione non profit Waag; seguono a ruota Tolosa, Boston e persino l’India e il Sudafrica. L’Italia si presenta con soli tre FabLab attivi (il quarto ha aperto il 19 luglio 2013 a Roma), di cui l’unico rinomato è il FabLab di Torino.
Ma la scena italiana, se la si osserva da vicino, è comunque in fermento. Prendiamo l’esempio degli autoproduttori più attivi, i Milano Makers. Capeggiati da Alessandro Mendini, Cesare Castelli, Duilio Forte, Alessandro Guerriero e Maria Christina Hamel, molto interessati alla scena internazionale, ne hanno però individuato anche i punti deboli e stanno cercando di non replicare gli errori commessi dai colleghi europei. “Milano Makers è in costante dialogo con il Comune di Milano per la concessione di uno spazio pubblico”, spiega il presidente Cesare Castelli.
Come primo passo, MiMa deve infatti ottenere uno spazio per potere aprire non un classico FabLab, ma un Hub. La prima grande distinzione tra un laboratorio di stampo europeo e quello milanese sarà l’introduzione di uno spazio per vendita al pubblico. “Siamo stati recentemente a visitare i colleghi di Tolosa che, nonostante abbiano uno dei FabLab più attivi, sono in crisi perché non vendono nulla”, spiega Castelli, “in parte perché spesso non hanno un canale di vendita diretta, e in parte perché la funzionalità del design non è sempre ben espressa”.

Il progetto di Duilio Forte per MIMA Fair al Macef 2013
Il progetto di Duilio Forte per MIMA Fair al Macef 2013

Fattore fino ad ora trascurato, nell’elogio di questi nuovi spazi di progettazione diffusa, è proprio la qualità dei prodotti realizzati, che viene spesso messa da parte a fronte delle procedure tecnologiche utilizzate per realizzarli. E da questa riflessione parte il secondo aspetto innovativo degli autoproduttori milanesi: “Milano Makers vuole prima di tutto affiancare ai macchinari le capacità artigianali e puntare non solo sul 3d ma su quello che noi chiamiamo 10d. Lo scambio tra un artista/artigiano e un makers digitale può creare una vera contaminazione di saperi”.

Valia Barriello

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #15

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Valia Barriello
Valia Barriello, architetto e ricercatrice in design, si laurea nel 2005 presso il Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura, con la tesi "Una rete monumentale invisibile. Milano città d'arte? Sogno Possibile". Inizia l’attività professionale collaborando con diversi studi milanesi di architettura fino a che la passione per gli oggetti quotidiani e il saper fare con mano la spingono verso il design e verso il mare. Inizia così un dottorato in Design presso la facoltà di Architettura di Genova che consegue nel 2011 con la tesi di ricerca "Design Democratico". La stessa passione la porta anche alla scrittura che svolge per diverse testate del settore e all’allestimento e curatela di mostre di design. Porta avanti contestualmente all'attività professionale la ricerca sui temi che ruotano intorno al design democratico all'autoproduzione e all'utilizzo di materiali di scarto. Attualmente lavora presso uno studio milanese, collabora con la NABA come assistente del designer Paolo Ulian e cura la rubrica di design per Artribune.