È ancora tempo di avanguardia e collettivi?

Quest’anno ricorre il 50esimo anniversario del Gruppo 63, movimento letterario e artistico di centrale importanza per lo sviluppo della cultura italiana. Il talk show di questo numero affronta due temi chiave come l’avanguardia e la ricerca artistica collettiva. Ha ancora senso parlare di avanguardia oggi? E cosa significa per gli artisti decidere di lavorare in gruppo, condividendo obiettivi e ricerche, o addirittura utilizzando uno pseudonimo?

Lucie Fontaine

Renato Barilli
critico e storico dell’arte – professore emerito dell’università di bologna
Ritengo che quello di avanguardia sia un concetto radicato addirittura nella costituzione antropologica dell’umanità. Questa si caratterizza fondamentalmente per il ricorso alla cultura materiale, che altro non è se non la tecnologia adottata nei vari momenti storici. Ma mentre esiste una tecnologia dominante di cui tutti fanno uso, ci sono sempre delle minoranze che scattano in avanti e sperimentano soluzioni nuove. Queste sono appunto le avanguardie, che dunque si incontrano in ogni dove nel territorio della cultura, nella tecnologia, nelle scienze, e ovviamente nelle arti.
Se penso al Gruppo 63, in cui ho speso i migliori anni della mia vita, a quei tempi abbiamo presentato la migliore avanguardia che fosse in linea con la rivoluzione industriale di quella congiuntura, basata su un’invasione senza precedenti dell’oggetto. Infatti, per esempio la poesia dei Novissimi testimoniava questo tripudio di un lessico travolgente, così come in arte avevamo il Nouveau Réalisme e il New Dada, o anche la Pop Art.

Luca Francesconi
Luca Francesconi

Luca Francesconi
artista
Non credo abbia più senso usare la parola avanguardia. Oggi assistiamo ad alcune tensioni nell’arte che sembrano indirizzate principalmente verso questioni di superamento dell’umano, verso un’integrazione tra identità collettiva e realtà tecnologica con una dichiarata cifra materialista, ad esempio “Post- Internet” o “New Internet Art”, a cui mi sento maggiormente affine. Si tratta di correnti che danno importanza ad aspetti antropologici, riaprendo circostanze lasciate aperte nell’antichità ed escludendo l’idea di arte così com’è stata plasmata dal Rinascimento in poi. In entrambi i casi il termine “avanguardia” è obsoleto.
Adottare uno pseudonimo comune non è un’attività di gruppo ma è un lavoro di singola identità, e io in tal senso non ho mai operato. Pur con forti differenze, la gestione di un luogo deputato all’arte è un progetto di gruppo e pertanto è anche una condivisione di fini e sensibilità. Brown, spazio fondato da me con Luigi Presicce e Valentina Suma, credo sia stata la prima esperienza in tal senso a Milano da molti anni a questa parte. Sicuramente uno strumento che ha aperto strade per molte altre situazioni simili di cui la città ora è ricca.

Lucie Fontaine
Lucie Fontaine

Lucie Fontaine
artisti
Il termine avanguardia non ha più senso e in aggiunta è chiaro come anche il termine collettivo abbia perso completamente di significato. Entrambe queste parole fanno parte di un’era che è ormai tramontata e definiscono un sistema obsoleto e fatto di dicotomie A vs. B: un contesto in cui si parla di avanguardia in opposizione al concetto di retroguardia e si parla di collettivo in relazione all’individuo. Il problema è che questi opposti hanno ormai solo un valore simbolico, non rappresentano più una realtà, ma una finzione.
Da qui la necessità dell’agire tramite pseudonimi, poiché in realtà possiamo essere avanguardia e al tempo stesso retroguardia, collettivi e individuali. Idee che un tempo erano viste come antagoniste, oggi vanno a braccetto. Lavorare insieme, un termine preso in prestito da Claire Fontaine e molto più idoneo di lavorare in gruppo, non è una decisione ma un dato di fatto. In questa situazione Lucie Fontaine esiste quale singolarità multipla nella quale una molteplicità di voci spesso discordanti viene convogliata in un’unica voce.

Roberto Pinto
Roberto Pinto

Roberto Pinto
storico dell’arte – docente di storia dell’arte all’università di bologna
Dal punto di vista storico, il termine avanguardia ha limiti temporali precisi che coincidono con quelli della modernità. Le avanguardie si affermano nei primi anni del Novecento e, in parte, tale etichetta continua a essere significativa fino agli Anni Sessanta e Settanta; poi i valori e i punti di riferimento diventano altri e cade in disuso. Soprattutto nel linguaggio comune si usa il termine in un’accezione ampia, e pertanto imprecisa, per identificare le ricerche più innovative.
Durante il modernismo i singoli artisti tendevano a riunirsi in gruppi (le avanguardie appunto) per dare maggior forza al tentativo di mettere in discussioni i valori difesi dall’accademia e per affermare uno stile o un diverso approccio alla realtà. Attualmente, invece, le motivazioni che inducono gli artisti a lavorare in gruppo possono essere la conseguenza sia di scelte politiche, di reazione all’estremo individualismo e alla personalizzazione che si riscontra in tutti campi (e in primo luogo nella politica), sia come riflesso del sistema di costruzione del sapere basato su una rete di conoscenze a cui si attinge e su cui si riversano i risultati delle proprie ricerche.

Alterazioni Video
Alterazioni Video

Alterazioni Video
artisti
Ha mai avuto senso il termine avanguardia? Possono esistere artisti che fanno ricerca e quelli che non la fanno? La risposta è no. Chi non fa ricerca non è un artista. Può essere un raffinatissimo decoratore di interni, o un vetrinista da matrimonio, ma di sicuro non un artista. Quindi piantiamola con questa menata che stare a fare fotocopie fuori formato per ampi salotti sia arte. Non lo è, anche se le declini bene. Ci dispiace per tutti quegli artisti che cercano di stare in bilico tra un bel display e qualcosa da dire. Perdono tempo. Storicamente parlando.
Alterazioni Video è un luogo sporco dove provare a sbagliare senza guardare in faccia nessuno. Chiaramente non consigliamo a nessuno di seguire la nostra strada. È difficile con dieci testicoli sul tavolo, figurati con due pallette mosce di un hipster col ciuffo. E cosa significa per gli artisti decidere di lavorare in gruppo? Semplice. Vuol dire che non ci si sente bravi abbastanza per farlo da soli. Non si è dei super-uomini con il lupetto nero. Dai, alzi la mano chi tra i lettori sta indossando un lupetto nero…

Vincenzo Ostuni
Vincenzo Ostuni

Vincenzo Ostuni
scrittore
Rispetto alle avanguardie novecentesche, mi pare che i collettivi contemporanei – per lo meno in letteratura e in Italia – lascino le questioni politiche molto più sullo sfondo. Certi scrittori “militano in gruppo”, ma l’engagement s’intende in tutt’altra maniera e riguarda piuttosto questioni estetiche o, al limite, di politica della cultura. In molti casi poi, si riscontra un più ampio grado di tolleranza delle differenze poetico-estetiche (o forse una più spiccata consapevolezza delle differenze, che venivano minimizzate dall’autoriflessione delle avanguardie).
La collaborazione fra artisti è tuttavia molto viva, in certe realtà della letteratura di ricerca italiana (ad es.empio gammm.org o il gruppo ESCargot di Roma, del quale faccio parte), come del resto in altri Paesi e sempre più fra Paesi, anche grazie alle potenzialità di sintonizzazione e scambio portate con sé dalla Rete. L’esperienza avanguardistica, tuttavia, non è, per così dire, ontologicamente terminata: in un quadro sociale e politico diverso, potrebbe rinnovarsi in pieno.

Luigi Presicce
Luigi Presicce

Luigi Presicce
artista
In un’epoca di omologazione globale, avrebbe molto senso parlare di avanguardia, ma per ora siamo in pieno periodo Salon, ossia abbiamo un’arte di regime, che si autoalimenta e compiace. Sarebbe ora di rimettere a posto l’orinatoio e smettere di pensare che è il contenitore a legittimare l’opera. Ho avuto e ho esperienze di collaborazione molto intense (Brown, Archiviazioni, Lu Cafausu, Laboratorio) e penso che lo scambio sia alla base della crescita e della messa in discussione dell’artista, anche in un contesto piccolo e periferico.
Ogni artista compie un percorso individuale, ma è possibile con una buona dose di elasticità, mettendo da parte l’ego, lavorare per un progetto comune e ottenere risultati molto gratificanti. Ovviamente bisogna mettersi in gioco. La discussione è parte integrante anche del mio lavoro individuale, che viene svolto collaborando con diverse persone. Essere autentici significa rimanere sempre coerente con la propria ricerca e con quella del gruppo.

Giancarlo Norese
Giancarlo Norese

Giancarlo Norese
artista
Avanguardia è un termine lineare che implica la presenza e l’azione di un gruppo di persone da una parte, e di un gruppo antagonista dall’altra. Presuppone che si sappia da che parte stiano il nemico e la ragione. Mi pare che le cose non stiano più così, che una lettura lineare della storia, o della cronaca, dell’economia e della geografia sia improponibile. Facciamo un’open call per un’altra parola?
Credo che lavorare in gruppo sia più divertente, oppure più stressante, oppure più avvilente, oppure più potenzialmente funzionale e soddisfacente, che possa essere sia espressione di rizomatiche potenzialità quanto di pulsioni a indulgere verso l’autocensura. Come quando, invitati da Szeemann alla Biennale, ci siamo autoimposti la regola di esporre persone e idee, ma nessuna opera. K all’ennesima uguale zero.

Zimmerfrei
Zimmerfrei

Zimmerfrei
artisti
Veniamo dal teatro e dalla musica, ci è sempre sembrato naturale lavorare in gruppo, con un nome e un’identità “quarta” che non sia la somma delle nostre tre. Per l’arte contemporanea e il cinema la “personalità plurale” è ancora problematica, c’è un po’ di crocianesimo da smaltire, i collezionisti e il mercato non si fidano ancora. Noi lavoriamo insieme da tredici anni, molto più della vita media di un giovane artista di successo o di un qualsiasi matrimonio. L’identità collettiva è più pesante e più leggera, più difficile ma più felice. Quando tutti sono stanchi c’è uno che veglia, quando uno è esaurito gli altri si stanno caricando, quando uno dà i numeri gli altri due se li giocano sulla ruota di Napoli.
Forse si è meno radicali nel senso totalizzante del termine, il nostro sguardo è un piano sequenza in campo largo, non un primissimo piano in teleobiettivo. Essere in tre ci dà anche la possibilità di cambiare internamente, moltiplicare i progetti, lavorare con altri, cambiare interessi, cambiare lavoro, fare dei figli. Ma dato che non facciamo altro che lavorare tutto il tempo della nostra vita, almeno lo facciamo insieme, abbiamo dei ricordi comuni, viaggiamo in carovana, non ci sentiamo mai soli e senza senso. La nostra vita ha dei testimoni, è accaduta, è la nostra vita comune.

Paolo Chiasera
Paolo Chiasera

Paolo Chiasera
artista
Sono domande che aprono ad altre domande. Non essendoci oggi una coscienza politica, ma un sistema razionale di produzione, nell’accezione del Gestell heideggeriano come figura destinale di coerenza e sviluppo, che prevedeva l’imposizione e la provocazione di se stesso, mancano oggi le premesse dell’avanguardia. La domanda, che ci dovrebbe fare riflettere, è quella del rapporto fra tecnica, capitalismo e libertà. Un’ipotesi di avanguardia che continui a interrogare la sola politica dimostrerebbe di non aver colto il senso profondo della volontà di potenza che caratterizza quel treno in corsa che è la contemporaneità globalizzata.
Il fine dunque? Senza traguardo non c’è una selezione dei mezzi, l’azione è pratica individuale. La critica post-strutturalista ha provato a definire una logica di azione condivisa; ma a poco servono le prediche degli intellettuali di fronte al potere seduttivo del mercato globale. Siamo individualità nel deserto sconfinato delle merci.

a cura di Santa Nastro e Valentina Tanni

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #16

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

CONDIVIDI
Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.
  • Luca Francesconi

    Mi scuso, intervengo solo per una precisazione. Così tagliato sembra io abbia detto d’esser parte di Post Internet. Mentre, pur stimandolo, non ne faccio parte. Dopo: “Post- Internet” o “New Internet Art”: “, oppure altre, a cui mi sento maggiormente affine, che danno maggior importanza ad aspetti antropologici, riaprendo circostanze lasciate aperte nell’antichità, escludendo in pratica l’idea di arte così com’è stata plasmata dal Rinascimento in poi.”
    E’ una riga, ma come detto cambia tutto il senso del discorso.
    grazie, un saluto. LF.

  • No.

    • Helmut

      Concordo.

  • Angelov

    Avanguardia è uno di quei termini ormai storicizzati, che possono sempre essere riutilizzati a seconda delle circostanze che si ripresentano nel tempo; come manierismo o barocco, o classico, anche loro termini che possono essere riutilizzati in differenti contesti storici, rispetto al loro proprio, che li ha originati etc.
    Una cosa che però reputo importante, è di distinguere se questa etichetta viene appuntata sul proprio petto dall’artista stesso, o da un giudizio esterno, magari a posteriori, poiché ci sono stati, e ci sono ancor’oggi, artisti che battono la strada dell’avanguardia, rispetto agli altri, senza neppure rendersi conto di quanto avanzata sia la loro ricerca; costoro sono forse delle eccezioni, come appunto devono essere le cose di una Avanguardia.
    A meno che si intenda che il termine Avanguardia implichi il fare parte necessariamente di un gruppo di artisti; il che è molto vago, se non si stabilisce prima un luogo, delle frequentazioni, una fenomenologia, un periodo temporale etc
    oggi, per esempio, l’arte contemporanea assolve al bisogno collettivo di una ritualità condivisa, che permetta a chiunque di essere iniziato a sentirsi parte di una élite: è questo un modo d’avanguardia di gestire le cose della cultura, ma lo è in quanto percezione, non in quanto istituzionalizzato, o per lo meno, non ancora…

  • Angelov

    nessuno osa commentare?
    sono forse finiti i tempi dei commenti a manetta?…

  • La vera avanguardia oggi è la consapevolezza. La novità e l’innovazione dell’opera sono date dalla consapevolezza che viene definita da:

    – opera in sè
    – contesto
    – intenzioni dell’artista (espresse tramite la didascalia o altro)

    Tale consapevolezza si forma da una tensione tra artisti, esperti e pubblico. Oggi l’unica tensione è il dominio del curatore esperto. Gli artisti, come le opere, sono funzionali ad altro. Il pubblico, almeno in Italia, non esiste. E parlare di Italia e in ITALIANO è oggi profondamente contemporaneo.

    • avantisavoia

      che la vera avanguardia sia la consapevolezza mi trova perfettamente d’accordo.
      questo significa avere le idee chiare . parlare di Italia in italiano anche a mio avviso è contemporaneo. commento perfetto. ma chi sei? leggere il tuo commento è stato un vero balsamo. evviva le persone schiette e sicure come te. complimenti.

  • Caro Luca Francesconi,

    con Brown avete semplicemente reiterato il modello (visto e stravisto nel 900) dello spazio autogestito. In una Milano che non offriva spazi avete semplicemente fatto una cosa intelligente, ma mi fermerei qui. Anzi, lo spazio Brown vi ha anche dato una visibilità come singoli che diversamente non avreste avuto. Stessa cosa per spazi come Mars.

    Più interessante mi sembra rilevare come l’artista, per difendersi, debba vestire tutti i ruoli del sistema, e in italia anche quello di spettatore: tu stesso sei artista, , gallerista, direttore spazio no profi, curatore, promoter, collezionista, ecc. Stessa cosa per il Sig. Rossi.

  • Angelo Riviello

    Se per avanguardia si intende la “ricerca” sul segno, come nelle avanguardie del 900, e/o citazione dei segni, come 30 anni fa, per me è finita da un bel pezzo, e precisamente è morta definitivamente alla fine degli anni 70/ inizio 80, nel momento in cui c’è stato un “ritorno all’ordine”, dove la pittutra l’ha fatta da padrone. Sono i contenuti, legati ad una realtà, con le varie componenti politiche, sociologiche e antropologiche, che vanno considerati unitamente ad un aspetto consequenziale di realizzazione di un’opera, a prescindere dalla tecnica espressiva utilizzata…I collettivi? lasciamo alla spontaneità di incontrarsi da parte di artisti che hanno (forse) qualcosa in comune, ma anche all’organizzazione di residences projects unitamete ad altre figure di addetti ai lavori…Le risposte poi, si possono trovare solo sul campo, attraverso l’operatività, sia nei luoghi deputati legati al sistema, che fuori, e cioè negli studi degli artisti, o spazi autogestit, o a seguito di un progetto comune. Il compito della critica poi, e/o di chi (giovane) si affaccia nel mondo dell’arte e si autrodefinisce “critico” e/o “curatore” (che è cosa ben diversa), è di decifrare e raccontare dette esperienze…Una volta si diceva “critico militante”, ma qualcuno lo trasformò in “militare”…

  • Forse sarebbe il caso di porre le stesse domande a qualche compositore: perché la musica contemporanea resta sempre fuori dall’Arte contemporanea? Se, come diceva Romitelli, il compositore è un virus quieto e sognante nel corpo sordo di questa società, forse non c’è niente di più avanguardistico oggi di quella musica che continua a crescere e ad alimentarsi nella quasi totale indifferenza del “mondo dell’arte contemporanea”. Forse questa mancanza va ricercata in quella specie di pensiero unico autofagocitante che è il mercato dell’arte.