Architettura nuda #13. Harry Mallgrave

In questo numero della serie “Architettura nuda” ospitiamo il contributo di Harry Mallgrave, noto storico e critico statunitense, che riconduce il senso della nudità alle radici della modernità, ovvero a quelle radici primitive ed ataviche così ben descritte dall’ultimo Giedion e Zevi. Queste radici vanno per Mallgrave messe a reagire oggi con le scoperte neurologiche dei ricercatori italiani e ciò per un apprezzamento sempre più fisico ed empatico dell’architettura stessa.

Rifugi in Africa (da Norberg-Shulz, Il significato dell’architettura occidentale)

Il processo di denudamento dell’architettura è stato descritto in un’infinità di modi. L’architettura, se la riconduciamo alle sue radici più remote è probabilmente scaturita dalla curiosità, dallo stupore, dalla volontà di creare dei modelli e dal mistero. Evidentemente gran parte degli uomini primitivi che dipingevano di rosso le loro caverne lo facevano nudi, mentre gli stregoni quando dovevano supplicare gli dei è molto probabile che si agghindassero fino al travestimento, da ciò possiamo supporre che i primi templi fossero decorati.
Gottfried Semper aveva probabilmente ragione quando sosteneva che i primi rivestimenti delle abitazioni fossero derivati dai tappeti e quindi dall’arte della tessitura. L’ornamentazione architettonica non era quindi solo segno di crescita culturale ma era anche espressione di una civiltà emergente che vedendo aumentare le proprie ricchezze aspirava ad esibire il proprio potere. Nessun architetto del XIX secolo inoltre avrebbe mai potuto concepire la progettazione di un luogo rituale come un teatro lasciandolo spoglio in quanto inadeguato al decoro corrente. Il modernismo del XX secolo come sappiamo ha cambiato questo stato di cose millenario per diverse ragioni. Nonostante ciò la nuova architettura spoglia già dalla sua prima apparizione non incontra i gusti del pubblico e che qualcosa non andasse per il verso previsto era già stato intuito dagli esegeti del moderno come Giedion e Zevi. In definitiva i CIAM possono essere considerati già finiti alla fine degli anni ’50 ed i successivi stili, che intendevano risolvere il problema proponendo un nuovo ornamento simbolico, come il post-modern o il decostruttivismo, non hanno fatto null’altro che cambiare in peggio la situazione. La fine dello scorso millennio ci lascia quindi alcuni aspetti negativi (l’architettura virtuale e quella digitale) ma altri positivi come una nuova concezione dell’ambientalismo, l’apprezzamento per la cultura tettonica e più in generale un uso della forma più semplice, più spoglio, più tattile e meno intellettualizzato che, come giustamente osserva Mosco, sembra nascere come reazione nei confronti di ciò che è avvenuto prima.

Edward Cullmann, Downland Gridshell, Sussex, 2002
Edward Cullmann, Downland Gridshell, Sussex, 2002

A ciò vorrei aggiungere un’ultima cosa, che considero una straordinaria scoperta di questi anni che spiegherebbe in parte ciò che è mancato al XX secolo. La scoperta è avvenuta in un laboratorio di Parma a opera di un team di ricercatori guidati da Giacomo Rizzolatti [si veda al proposito l’intervista a Vittorio Gallese pubblicata su Artribune, N.d.R.], che stavano posizionando degli elettrodi nella corteccia dei cervelli dei macaco per capirne i comportamenti di alcuni atti motori. Il risultato è stato che oltre allo scoprire questi modelli hanno scoperto qualcosa che non avevano previsto. Non solo determinati gruppi di neuroni si attivano quando le scimmie agivano in una determinata maniera, ma si attivano anche quando guardano altre scimmie compiere le stesse azioni. In breve hanno scoperto che le scimmie simulavano mentalmente le attività e hanno chiamato questo gruppo di cellule nervose “neuroni specchio”. Quando questi esperimenti furono compiuti sull’uomo gli scienziati arrivarono ad una scoperta ancora più interessante, ossia che si nasce con determinati schemi neurologici che poi si evolvono e che si attivano come reazione a determinati stimoli. Non solo quindi simuliamo mentalmente le azioni degli altri ma anche reagiamo agli stimoli indotti dagli oggetti inanimati, tra questi l’ambiente costruito. Vittorio Gallese ha definito questa capacità mimetica “simulazione incarnata”, una proprietà neurologica che potrebbe spiegare l’esplosione simultanea, 50mila anni fa, della cultura artistica.

Ryue Nishizawa e Rai Naito, Teshima Museum, Teshima, 2010
Ryue Nishizawa e Rai Naito, Teshima Museum, Teshima, 2010

Alla scoperta di Rizzolatti e del suo gruppo se ne aggiunge ben presto un’altra, anch’essa grazie al team di scienziati italiani, che dimostrano che quando la corteccia sinistra del lobo occipitale è impegnata a percepire un oggetto attiva nel circuito più ampio dei neuroni nella corteccia somatosensoriale, nella corteccia prefrontale e nella corteccia cingolata anteriore. Tutto questo significa che quando vediamo delle pareti è come se le stessimo strofinando fisicamente. Ciascun oggetto quindi che vediamo sollecita, nel bene e nel male, i centri edonistici ed emotivi del cervello. Ritengo che queste scoperte spieghino in gran parte l’attrattiva per un’architettura nuda, soprattutto quando attiva forti effetti sensoriali. Spiegano inoltre, almeno in parte perché l’architettura moderna è stata spesso derisa a causa delle sue forme “fredde e monotone”. Queste scoperte dimostrano inoltre come Cartesio fosse in errore nel ritenere che il pensiero fosse unicamente un’attività mentale. Al contrario noi siamo prevalentemente e atavicamente delle creature sensoriali, e in quanto organismi emotivi, abbiamo bisogno di stimoli ambientali ai quali rispondiamo in maniera immediata con i nostri corpi. Con ciò non sto dicendo che tutta l’architettura debba stimolare ed eccitare effetti sensoriali, direi piuttosto che gli architetti dovrebbero valutare con più attenzione il nostro modo di percepire l’ambiente costruito, in modo meno concettualizzato di quanto siamo soliti pensare. Da un punto di vista “biologico” avremmo dunque maggior bisogno di architettura “nuda”, anche se questa volta sarebbe il caso di restituire a questi corpi almeno una parte del giardino dell’eden.

Harry Mallgrave

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Harry Mallgrave
Harry Mallgrave è uno dei più accreditati storici e critici dell’architettura. Da anni lavora ritualizzando le teorie del passato applicandole alla contemporaneità. Ultimamente la sua ricerca si sta indirizzando verso il rapporto tra l’estetica e le neuroscienze e a riguardo ha pubblicato due libri che rappresentano i più chiari contributi sul tema disponibili. Vive a Chicago dove insegna all’IIT. Tra i suoi libri ricordiamo: An Introduction to Architectural Theory: 1968 to the Present; New York: Wiley-Blackwell, 2011 (with David Goodman); The Architect's Brain: Neuroscience, Creativity, and Architecture; New York: Wiley-Blackwell, 2010 (Chinese translation); Otto Wagner; Milano: Electa, 2010; Architecture in Theory: 1871 to 2005 (vol. 2 of 2); Oxford: Blackwell Publishers, 2008 (with Christina Contandriopoulos); Modern Architectural Theory 1673-1968; New York: Cambridge University Press, 2005 (Chinese translation); Gottfried Semper: Style in the Technical and Tectonic Arts; Los Angeles: Getty Publication Programs, 2004;Empathy, Form, and Space: Problems in German Aesthetics 1873-1893; Santa Monica: Getty Publication Programs (with Eleftherios Ikonomou), 1994; Gottfried Semper: The Four Elements of Architecture and Other Writings; New York: Cambridge University Press, 1989.