Nuove applicazioni per i musei: nasce ArtGuru

Veezon è una startup con base a Londra. Loro sono Marco De Sanctis, Cristian Civera e Bénédicte Duhaut. Insieme hanno progettato ArtGuru, una app dedicata ai musei che non solo offre informazioni sulle opere, ma riesce addirittura a riconoscerle. Li abbiamo intervistati per farcela raccontare.

ArtGuru

Da dove nasce l’idea di ArtGuru? Raccontateci la genesi del progetto.
Abbiamo realizzato internamente un sistema di riconoscimento delle immagini e cercavamo un ambito in cui potesse esprimere il suo pieno potenziale, e quello dei musei è stata, sin da subito, una delle nostre idee prioritarie. Abbiamo svolto qualche indagine e consultato alcuni esperti e ci siamo resi conto che, in questo settore, il gap tecnologico rispetto ai dispositivi che siamo abituati a utilizzare tutti i giorni è davvero enorme. A quel punto il nostro grande sforzo è stato quello di dimenticarci per un attimo del riconoscimento delle immagini, perché non volevamo realizzare qualcosa che ne fosse solo un contorno: fin da subito abbiamo avuto come obiettivo un prodotto moderno, funzionale e divertente, che sfruttasse il nostro engine, ma che sapesse offrire anche molto di più. E dopo alcuni brainstorming è venuto fuori ArtGuru.

In cosa si differenzia la vostra app da tutte le altre dedicate all’universo museale?
Innanzitutto per il fatto che non richiede alcun dispositivo o setup da parte del museo, solo il quadro da riconoscere. Ma a parte questo aspetto, pensiamo che il vero valore aggiunto sia un’esperienza per l’utente del tutto nuova, che lo guidi nella scoperta delle opere, ma che permetta anche di visitare il museo in maniera assolutamente libera. E non dimentichiamo il beneficio delle funzionalità social, utilissime anche al museo stesso, che con ArtGuru può individuare e analizzare i profili di chi lo visita, per migliorare il proprio servizio e raggiungere nuovi clienti.

ArtGuru
ArtGuru

Parliamo dell’aspetto social. In che modo gli utenti possono coinvolgere i propri amici e contatti nel percorso di visita?
Gli utenti potranno condividere nei più popolari social network la loro esperienza, indicando l’opera che stanno ammirando e la location in cui si trovano. Inoltre, potranno anche segnalare quelle più apprezzate, e queste preferenze influenzeranno a lungo andare i risultati delle ricerche che possono essere effettuate nell’app: per esempio, cercando i quadri più famosi in una certa area, quelli più votati appariranno in cima alla lista.
Abbiamo già in cantiere una serie di novità in questo senso, che riguarderanno la possibilità di creare tour personalizzati e condividerli (sia gratuitamente che a pagamento) con gli altri utenti di ArtGuru: i nostri utenti più assidui potranno anche guadagnare, usando la nostra app.
La componente social, poi, non si limita solo alla app, la nostra volontà è di estenderla anche al mondo reale, creando una community di appassionati. Chi vuole, oggi, può visitare il nostro sito artguru.me e proporsi per diventare un ArtGuru Ambassador, aiutandoci a promuovere il nostro brand e a organizzare eventi nella propria regione. In cambio ci sono biglietti e inviti esclusivi. E ogni anno i migliori Ambassador vincono un viaggio in una città d’arte, come Parigi o New York.

Cosa ne pensate della realtà aumentata? Pensate possa essere una tecnologia utile per il mondo dell’arte e per le mostre in particolare?
La realtà aumentata è probabilmente il traguardo più importante che abbiamo raggiunto con la diffusione degli smartphone: fino a qualche anno fa semplicemente non c’erano dispositivi adatti a sfruttare questa tecnologia, mentre oggi sono praticamente ovunque e si aprono scenari estremamente interessanti. Da un paio d’anni, proprio qui a Londra, Museum of London ha pubblicato un paio di app che sfruttano la realtà aumentata per mostrare scorci della città all’inizio del secolo scorso. Se ci pensate il grado di coinvolgimento che possiamo raggiungere è affascinante e non ha precedenti.

ArtGuru
ArtGuru

Il rischio dell’utilizzo delle guide durante la visita ai musei è sempre stato quello di guardare più la guida (in questo caso il telefonino) che le opere. Pensate che in questo senso le nuove tecnologie possano aiutarci a bilanciare le due esperienze?
Assolutamente: penso allo scenario dei piccoli musei, che spesso non hanno fondi a sufficienza per acquistare un setup di audioguide, e che sono costretti a stampare guide cartacee, che diventano obsolete in breve tempo e che tendono a distrarre il visitatore. Sfruttare gli smartphone permette di fornire un servizio ai propri utenti addirittura più avanzato delle audioguide tradizionali, mantenendo allo stesso tempo i costi assolutamente contenuti e accessibili a tutti.

La vostra azienda ha sede nel Regno Unito. Come mai questa scelta?
Parte del team è a Londra da un po’, e nella capitale britannica la scena delle startup è molto più viva e pulsante rispetto all’Italia: esistono decine di accelerator, che offrono spazi lavorativi e organizzano eventi. Al Google Campus, tanto per citarne un posto che frequentiamo almeno un paio di volte alla settimana, intervengono regolarmente mentor, investitori e anche semplici appassionati. Insomma, è il luogo ideale per ampliare le proprie conoscenze, incontrare possibili partner o collaboratori, ed è affascinante come, se l’idea alla base della tua startup è cool, nel giro di un mese sia praticamente nella bocca di chiunque.

Valentina Tanni

http://artguru.me

CONDIVIDI
Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Dal 2011 collabora con Artribune.