Lo stato dei musei #0: Milano, Museo del Novecento

A tre anni dall’apertura, manca il network con gli altri poli culturali della città. Carenza di senso storico, di precisione e di riguardo verso i donatori si accompagnano ad un po’ di incuria nel display complessivo. L’impressione generale è di un museo più anziano della sua reale età, in cui le opere (spesso capolavori) si sono dovute adattare alla struttura, piuttosto che il contrario.

Museo del 900 - sala di Lucio Fontana - piano 1

Il 6 dicembre 2010 inaugurava il Museo del Novecento in piazza del Duomo a Milano, proprio accanto a Palazzo Reale, con cui condivide alcune tra le sale più belle, che dominano l’intera piazza dall’ultimo piano. Ma l’ingresso non è dal Palazzo in cui si dovrebbero svolgere le mostre più importanti della città, né dal monumentale accesso sulla piazza: si entra dalla dimessa via Marconi; su piazza del Duomo si esce e basta.
Entrati, ricevuto il biglietto (spesso gratuito, nota positiva), invece di andare subito a destra, come si sarebbe naturalmente portati a fare, chissà quanti visitatori vengono richiamati da solerti custodi a intraprendere la scalata della spirale: prima c’è il bookshop, poi il Quarto stato di Pellizza da Volpedo. Un simbolo per Milano, che lo acquistò nel 1920 con una sottoscrizione popolare di 50.000 lire, poi nascosto durante il fascismo, riesposto a Palazzo Marino nel dopoguerra e alla Galleria di Arte Moderna dagli Anni Ottanta. Oggi ha una collocazione infelice: troppo ravvicinata la fruizione, da dietro un vetro sempre pieno di ditate e circondato da un nero che immerge il quadro in una dimensione epifanica e sovrastorica. Niente di più sbagliato per il quadro-simbolo dell’ascesa del proletariato nel Novecento girato anche da Bertolucci.
Fin da qui si inizia a prendere confidenza con lo sporco, le impronte sui muri, l’incuria nella disposizione di prese di corrente, porte, ascensori, l’abbandono di oggetti qua e là. Dopo una saletta che vorrebbe riassumere con pochi quadri il senso delle avanguardie del primo Novecento, la collezione Jucker ci soccorre, con i suoi capolavori firmati Boccioni, Carrà, Balla, Soffici. Fu acquistata dal Comune di Milano nel 1992 per 47 miliardi. Prima, in realtà, era stata donata a Brera, restituendo a Milano, dove il Futurismo era nato, le opere che disgraziatamente la città non aveva provveduto a collezionare, ma poi, nel ’90, la famiglia di grandi industriali di origine svizzera ritirò la donazione: si erano giustamente indispettiti, visto che da anni i quadri giacevano in cantina. Manca, invece, anche solo un accenno alla cospicua donazione del 1934 di Ausonio Canavese: se si trattano così i donatori, forse ad alcuni passa la voglia.

Museo del 900 - sala riepilogo - la cronologia (e le prese)
Museo del 900 – sala riepilogo – la cronologia (e le prese)

I cartellini dovrebbero guidare i visitatori lungo il percorso espositivo, mentre spesso non aiutano granché. Eppure non dovrebbe essere difficile: autore (con date e luoghi di nascita e morte), titolo, anno, tecnica, collezione di provenienza / anno di acquisizione, dimensione (se proprio avanza spazio). Neanche qui, del resto, sono sempre completi.
Per fortuna il percorso è in ordine cronologico, ma sono mal studiati i rapporti tra spazi dedicati e ruoli ricoperti. Ad esempio, gli universi straordinari e individuali di de Chirico e Morandi (il secondo descritto in modo molto più puntuale), con due stanzette tutte per loro, hanno lo stesso spazio di Manzoni che, con Dadamaino, Bonalumi e Castellani, è lasciato da solo a fare da contraltare alle grandi sale dedicate alle prime avanguardie.
Da qui in poi si corre il rischio di perdersi tra le sabbie mobili del percorso a ostacoli del museo, tra scale mobili e deviazioni (basta vedere la piantina sul sito), e le pareti iniziano a farsi, ogni tanto, inquietantemente vuote.
Ripresa la rotta, nella “sala riepilogo”, che assomiglia al gate di un aeroporto, invece di un inutile datario dell’arte del Novecento (che dovrebbe fornire il museo nel suo insieme), sarebbe interessante vedere qualcosa sull’Arengario, quel magnifico blocco di marmo di Candoglia, decorato da Arturo Martini e progettato da Portaluppi, Griffini, Magistretti e Muzio nel 1937, che oggi, restaurato da Italo Rota, ospita il museo, e di cui pochissimi milanesi sanno qualcosa. Ci farebbe bene anche un po’ di mea culpa molto poco all’italiana sugli usi propagandistici della terrazza (ora parte del fashionissimo ristorante Giacomo Arengario), da cui il Duce arringava la folla. È così strana quest’idea, in un museo, di prescindere dalla storia.

Museo del 900 - Pistoletto e una sedia
Museo del 900 – Pistoletto e una sedia

Al piano di sopra, un’enorme sala a due piani, con finestroni affacciati sulla piazza, sembra consacrare Lucio Fontana a perno del passaggio dal primo al secondo Novecento. Ci si potrebbe quasi non accorgere che Tagli e simili sono stati in gran parte razziati da quel piccolo gioiello che è la casa Boschi-Di Stefano, dove Antonio Boschi e Marieda Di Stefano avevano mestamente collezionato per tutta una vita circa mezzo secolo della migliore arte italiana. Ora la casa viene aperta solo grazie allo zelo degli infaticabili volontari del Touring Club.
Più avanti nel percorso, superata una sala intera dedicata a Munari, in cui un tempo stavano le opere di Burri in comodato dalla Collezione Intesa-Sanpaolo, ora alle Gallerie d’Italia in Piazza Scala, si incontrano le sale della pittura Informale e di Azimuth, tra le più belle del museo, se non fosse per le brutte sedie in mezzo. Per capire come possono stare delle belle sedute nelle sale, e non solo, ci sarebbe ancora da imparare dall’allestimento di Ignazio Gardella del sottotetto della GAM, da cui però è stato portato via il Bambina x Balcone di Balla.
Poco oltre si arriva alle sale di Palazzo Reale, dove una o due impiegate dietro un banchetto chiedono di firmare liberatorie per entrare nelle opere di arte cinetica, mentre, intorno, enormi spazi sprecati sono stati allestiti con un punto di vista a dir poco parziale. Accanto, ci sono tre (!) sale dedicate a Marino Marini, con un allestimento da Wunderkammer che contrasta con il “minimalismo” delle sale accanto: è forse da qui, vicino alle mostre temporanee di Palazzo Reale (si parla tanto di network, oggi), che sarebbe stato intelligente far partire il percorso del museo, con i capolavori del futurismo. Che meraviglia, se accanto ci fossero stati i pezzi della collezione di Arturo Schwarz che, invece, grazie a svogliati funzionari pubblici e alla miopia delle passate amministrazioni, hanno preso il volo per Tel Aviv (e per Roma). Avremmo avuto la più ricca collezione al mondo di opere Dada e surrealiste. Una storia simile a quella degli Jucker, salvo che poi non si è nemmeno riusciti a ricomprare il giustamente-tolto.

Museo del 900 - oggetti sparsi
Museo del 900 – oggetti sparsi

L’unico e piccolo spazio per le esposizioni temporanee è posto deliberatamente su strada, in vetrina, “come un negozio (e lo dice Marina Pugliese, direttrice del Museo). Dietro le vetrate, quando si allestiscono le nuove mostre, c’è una sorta di impudente sfoggio del lavoro degli operai, della serie “stiamo lavorando per voi”. Le mostre di qualità non sono state qui, ma nel microscopico “spazio Focus”, dove si è data voce ad aspetti e persone meno note del Novecento. Di là, nel corridoio-vetrina su strada, si svolgono esposizioni come quella dedicata alla donazione di Claudia Gian Ferrari, con allestimento di Libeskind, dove non si espose tutto il lascito di opere, per lasciare spazio, invece, ai cappellini dell’estrosa gallerista, o come quell’incubo disneyano che fu la mostra delle stampe di Warhol. Si passa di qui per uscire, dopo aver ribattuto a ritroso le ultime sale e aver superato il ginepraio labirintico delle scale mobili, ma, quando stanno allestendo la famosa vetrina, devi sbucare al freddo dall’uscita secondaria per tornare all’ingresso a riprenderti il cappotto.
Avrà contribuito tutto questo ad aver fatto dimezzare i visitatori nel 2012 (-260mila ingressi), facendo scendere dal 13esimo al 29esimo posto il Museo del Novecento tra i più visitati d’Italia? Forse il museo effimero, troppo spesso consacrato all’appiattimento merceologico e alla banalizzazione dei contenuti, non è quello che la gente cerca.

Giulio Dalvit

http://museodelnovecento.org/

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Giulio Dalvit
Nato nel 1991 a Milano, ha studiato Lettere e si è laureato in Storia dell’arte moderna alla Statale di Milano. Ha collaborato anche con alcuni artisti alla realizzazione di mostre milanesi tra Palazzo Reale, il Museo del 900 e Palazzo Ducale a Genova. Ha scritto per Flash Art e, ora, Artribune. Sempre in sospeso tra l’antico e il contemporaneo, studia al Courtauld Institute a Londra, dove attualmente vive.
  • Francesca Petroccitto

    Purtroppo sono d’accordo….da guida turistica registro lo sgomento dei turisti riguardo ai meandri tortuosi del percorso, e alla atavica lacuna nei “cartellini”‘ . Ma purtroppo succede anche in altri musei…

  • Angelov

    Il museo dove entri curioso, ed esci depresso…
    sottoscrivo l’ottimo articolo

  • And

    Sottoscrivo anch’io l’ottima analisi…vogliamo parlare dell’ultima mostra di Pellizza da Volpedo con il Quarto Stato da una parte e il resto dall’altra?

  • Giovanna Procaccini

    Ciao Giulio, ottimo articolo puntualmente corredato di fotografie. E’ la sintesi di ciò che penso anche io sin dalla prima volta che ho visitato questo sventurato museo, realizzato in maniera arrogante e ignorante (purtroppo per i visitatori e per chi ci lavora!).Complimenti

  • Giovanna Bonasegale

    Meglio di così non si sarebbe potuta descrivere la situazione desolante di questo museo. ricordo le file al gelo nel dicembre 2010. uscendo, soltanto il rispetto per le singole opere mi trattenne dal dire ai visitatori in attesa che sarebbe stato meglio evitare tanta fatica! per me la visita in questo museo rimane un oltraggio agli artisti che vi sono esposti, alla storia dell’arte, ai collezionisti che hanno donato, incautamente fiduciosi di testimoniare la storia del novecento nelle arti visive. un ammasso di opere, delle quali non è possibile fruire alcunché. per vederle si devono fare inutili e defatiganti percorsi fino doversi contorcere, per cogliere la visione intera di ogni singola opera. 28 milioni di euro (mi pare) sono stati investiti per questo carrozzone, che, però – contrariamente ad altri – non “va avanti da sé”. e non voglio parlare delle mostre …
    grazie per questo articolo.

  • Linda Kaiser

    Condivido in toto la critica al Museo di chi ha scritto l’articolo e di chi l’ha commentato, dato che purtroppo è tra i peggiori allestiti nel mondo dell’arte contemporanea. Regna una grande confusione metodologica e nel percorso espositivo. Occorrerebbe anche una scelta migliore dei pezzi da esibire, spesso orribilmente ammassati. Imprescindibile e totalmente assente l’inserimento della sede architettonica nel contesto storico, di cui non si tracciano neppure le coordinate.

  • Cristina Romano

    Ho accompagnato tanti gruppi al Museo del 900, scuole, congressisti, famiglie, i parenti delle vittime di Linate e a tutti la visita in museo è piaciuta molto. Il Museo del 900 per la chiarezza del percorso permette a tutti, e sottolineo tutti, di farsi un’idea chiara dello svolgersi e dello sviluppo dell’arte italiana del ’900. Prima del 2010 mi era capitato, per caso, di vedere parte della collezione dei futuristi su pareti fittizie al Castello Sforzesco, negli spazzi sotterranei dedicati alle mostre temporanee (che tristezza). Avere dunque un museo che raccoglie e mostra finalmente le collezioni civiche del 900 rappresenta un atto dovuto alla città e alla sua collettività oltre che una fonte importante di arricchimento culturale. Personalmente trovo le salette (Giorgio Morandi, Giorgio De Chirico, Arturo Martini, Piero Manzoni e Azimuth) molto belle anche se piccole, per le loro simmetrie, perché si prestano a richiamare le dimensione dei salotti dei collezionisti milanesi con finestre che lasciano intravedere la facciata tardo gotica di Palazzo Reale, mai vista prima. Non entro nel merito dei suoi appunti su ingresso, inizio di percorso perché li ho trovati di cattivo gusto. Anche le critiche all’allestimento del museo non mi trovano d’accordo, il percorso rispecchia scelte fatte da un comitato scientifico di alto livello scientifico e la chiarezza che ne deriva è il risultato evidente di un lavoro attento e rivolto al pubblico anche con pannelli esplicativi; la scelta di un ordinamento cronologico funziona molto bene e concorre a rendere ben leggibile il percorso(del resto anche la Tate Britain, proprio recentemente, è tornata ad un allestimento cronologico abbandonando quello tematico). Che io sappia il museo Marino Marini è una donazione fatta al comune di Milano, si tratta di un artista molto legato a Milano e presente in collezioni importanti della città per cui evidentemente ha un senso lo spazio che gli è stato dedicato e che non interferisce nel percorso generale. Per quanto riguarda le mostre organizzate dal museo ricordo quella molto interessante sulle tecniche artistiche del 900, quella sull’arte pubblica davvero bellissima, e nello spazio degli archivi, la mostra dedicata alle opere grafiche di Gastone Novelli a cui era stata affiancata anche una giornata di studi. Il Museo del 900 è costantemente attivo, vengono presentate opere editoriali importanti (il catalogo dell’opera grafica di Lucio Fontana proprio la scorsa settimana), si da spazio a giovani artisti e a giovani curatori, vengono organizzate giornate di studio, conferenze e convegni, dispiace dunque leggere un articolo come il suo perché risulta essere animato da una volontà non costruttiva.

  • Giulio Dalvit

    Ringrazio tutti coloro che hanno scritto prima di Cristina Romano per le parole di apprezzamento nei confronti di questo lavoro, che spero possa essere il primo di un’inchiesta più lunga sullo stato dei musei del nostro paese.
    Quanto all’intervento della sig.ra Romano, mi preme sottolineare che l’idea chiara dello svolgimento dell’arte italiana del ‘900 (che pure a volte è un po’ lacunoso: Tano Festa, Arnaldo e Giò Pomodoro,
    Pino Pascali, Alberto Burri, e altri sono alcuni grandi assenti o piccoli presenti) non si deve tanto all’allestimento, ma alle opere stessa, spesso autentici capolavori, ed alla disposizione cronologica, di cui nell’articolo mi sono rallegrato. L’allestimento, quindi, è buono, ma gli spazi non sono gestiti nel modo migliore possibile: si vede, insomma, che sono state le opere ad adattarsi all’architettura e non il contrario. E in un museo appena ristrutturato!
    Le piccole sale non sono un problema in quanto piccole, ma c’è uno squilibrio: alle avanguardie storiche (futurismo) enormi sale e la microsala iniziale, salette piccole, invece, a meteore della storia dell’arte come De Chirico o Morandi, mentre per le seconde avanguardie una piccola saletta per Manzoni & Co. lasciato solo a fare da contraltare ai giganti del primo ‘900, come se negli anni ’60 solo Azimuth avesse fatto avanguardia. L’idea del salotto milanese mi sembra, francamente, poco appropriata: i salotti di chi collezionava arte difficilmente erano grandi come quelle sale e la comparazione mi sembra piuttosto peregrina. Basti andare a Casa Boschi (abbandonata a se stessa, ormai) per vedere un salotto della colta alta borghesia milanese.
    Faccio fatica a trovare il cattivo gusto nelle mie affermazioni, mentre potrebbe essere più attenta a come usa le parole.
    Allo stesso modo mi sembra assurdo il concetto per cui criticare non è costruire, mentre costruire significherebbe dire sempre di sì supinamente. Forse è proprio questo che ci ha fatti arrivare dove siamo.
    Quanto alle mostre, mi dispiace, ma se lei ritiene belle le mostre che ha citato, tra noi c’è un’incolmabile differenza di prospettive culturali.
    Cordialmente,
    G.D.

  • Linda Kaiser

    Complimenti a Giulio Dalvit per la chiarezza di idee che lo anima.

  • Li Tro

    Complimenti davvero a Giulio. La cecità di certe persone è stucchevole. Sembrano non voler accettare la più semplice e chiara delle realtà: delle opere incredibilmente preziose sono state “sbattute” in un Centro Tim, i cui progetti e allestimenti sono spesso curati dal mediocre Rota, autore anche di questa disgraziata struttura. Ora, grazie a questo architetto, abbiamo
    1 – Una meravigliosa architettura come l’Arengario compromessa
    2 – Una collezione di opere potenzialmente di livello Internazionale sacrificata, e per chissà quanto tempo…
    3 – Visitatori giustamente in calo, con conseguenti entrate in meno.

    Direi che come accade spesso, il nostro Patrimonio Storico è stato ancora una volta vittima di imbecilli.

  • F.R.

    Bravo, Evviva!!! Bellissimo articolo!
    Finalmente la verità (documentata dalle fotografie) sul Museo del Novecento. Giovanna Bonasegale (se è lei l’ex direttrice della Galleria Comunale di Roma) farebbe meglio a risparmiarci i suoi commenti, considerando come è stato riallestito il suo Museo a Roma.