La discussione nell’era della crisi

L’Italia è stata troppo a lungo (diciamo: per trent’anni) un posto gravemente disabituato alla discussione: un luogo di monologhi, non di dialoghi e conversazioni. Uno degli aspetti positivi della crisi, invece, è che si può finalmente tornare – e si sta tornando – a discutere tutto.

Gian Maria Tosatti, La Peste (Sette stagioni dello spirito I, 2013)

Si tratta, insisto, della perdita dei valori di una intera
cultura: valori che però non sono stati sostituiti da
quelli di una nuova cultura (a meno che non ci si debba
“adattare”, come del resto sarebbe tragicamente corretto,
a considerare una “cultura” il consumismo).
Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane (1975)

Nonostante l’immagine e la metafora, continuamente riproposta dal dispositivo politico e mediatico, della crisi come tunnel da cui uscire: da una parte perché la luce in fondo a questo tunnel, contrariamente alla nostra esperienza fisica e materiale, si allontana anno dopo anno (è dunque un’illusione, un fantasma); dall’altra, proprio perché il tunnel è un percorso obbligato, che altri hanno deciso e stabilito per noi. L’unico punto della strada in cui non possiamo deviare o, al limite, crearci un percorso alternativo. La crisi non è l’interruzione più o meno momentanea di un ordine che verrà presto o tardi ristabilito: la crisi è (diventata) la nostra ecologia. E d’altra parte, se ci pensiamo bene, cinque anni – il tempo trascorso dal suo inizio ufficiale – corrispondono già alla metà esatta di ciò che abbiamo imparato a conoscere come la Grande Depressione, non solo un periodo storico ma un intero universo immaginario e culturale.

Giorgio De Chirico, Le muse inquietanti (1917)
Giorgio De Chirico, Le muse inquietanti (1917)

Se modelli di sviluppo, schemi interpretativi e concettuali, sistemi sociali e culturali crollano e si sgretolano, allora occorre discutere. È necessario – e bello, e salutare – discutere. Occorre farlo subito e per bene, in maniera approfondita (e professionale). Fino a pochissimo tempo fa, per essere ammesso alla discussione doveva prima esserti rilasciata una patente, un attestato di legittimità e di “buona condotta”: e questa legittimità si conquistava attraverso l’adesione totale a un paradigma. A un sistema di valori. Poco importava, poi, che a parole si fosse progressisti: che si deplorasse lo stato delle cose, la disintegrazione in atto, se al suo interno invece ci si accucciava, ci si rintanava comodamente nella vita e nella pratica quotidiana. Adesso, forse, questa attitudine si frantuma; questa confusione tende a svanire; questa sfumatura si chiarifica, evaporando.
Si comprende bene, così (di nuovo: come sempre) chi sono i conservatori veri e chi i veri progressisti. E il concetto di riforma torna ad acquisire la sua natura propria, vaga, irrisolta, ambigua, evanescente: “Tutte le discipline culturali, se vengono utilizzate in base alla relazione che le congiunge e coordina ad alcuni valori fondamentali, come sul piano ideale possono dar luogo, nel migliore dei casi, solo al sogno illusorio della palingenesi universale, così sul piano reale restano legate ad una pratica riformista. (…) Questo spiega il fenomeno apparentemente paradossale, per cui, ogni qual volta si tenta di far discendere un ‘valore’ nella realtà, se l’operazione ha un senso e non è stolida utopia, ci si accorge di non poter chiedere molto di più di una riforma”  (Alberto Asor Rosa, Elogio della negazione, “Classe operaia”, vol. II, 1965, n. 3, pubbl. anche ne Le armi e la critica, Einaudi, Torino 2011, pp. 19-20).

Carlo Carrà, L'idolo ermafrodito (1917)
Carlo Carrà, L’idolo ermafrodito (1917)

La critica, come operazione e attitudine cognitiva, è al centro di tutto questo processo di riconoscimento.
In tal senso, i luoghi fisici e psichici più disagevoli, più marginali, più difficili, più aspri e più ingiusti del Paese sono anche quelli dove si dispiega la realtà, dove la realtà inabitabile che ci appartiene è presente al grado più estremo e nudo. Occorre dunque rivolgere a noi stessi e fare nostro l’appello del sindaco di Lampedusa Giusy Nicolini, andare lì e ovunque sia necessario a “guardare con i nostri occhi”, anche e soprattutto se questa visione è dolorosa, traumatica, insostenibile: “se chiudi gli occhi davanti a qualcosa di spaventoso, finirai per avere sempre paura” (David Peace). Occorre innanzitutto riappropriarci del nostro sguardo sulla realtà – del quale siamo stati espropriati, naturalmente con la nostra attiva e fattiva collaborazione – e riappropriarci così della nostra umanità.

Alberto Savinio, Oggetti nella foresta (1928)
Alberto Savinio, Oggetti nella foresta (1928)

Il problema dell’Italia consiste infatti nella mediazione. Di ogni esperienza e di ogni fruizione e di ogni interpretazione.  La mediazione non ci salverà, né ci preserverà: perché è proprio la mediazione (con tutto ciò che ne consegue e ne discende) la principale responsabile della devastazione che ci circonda.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Interessante punto di vista. Vorrei però capire meglio cosa intende Caliandro quando sostiene che uno dei principali problemi in Italia sia la “mediazione”. Restando su un piano strettamente culturale (e senza avventurarmi in un discorso politico che rischierebbe di sfociare in abusati luoghi comuni, dal populsimo alla “pancia” degli italiani”): quello che si afferma è forse che il pubblico dovrebbe ricercare un rapporto più diretto e ravvicinato con i contenuti culturali? O forse si vuole lasciar intendere che tale avvicinamento stia già avvenendo in maniera spontanea, dal momento che la crisi avrebbe acuito la curiosità intellettuale degli italiani? Se così fosse, allora quella proposta sarebbe una visione sin troppo ottimistica dei cambiamenti culturali in atto. Oggettivamente il senso critico e la volontà di discutere sono senza dubbio stimolati dal contesto della “crisi” e ciò non può che produrre effetti positivi, a partire da un lento risveglio dal torpore che ha reso passiva e rassegnata la società italiana negli ultimi trent’anni. Ma siamo certi che la massa abbia fatto pienamente propri i valori e gli strumenti del confronto civile, dell’autonomia di pensiero, dell’onestà intellettuale? Solo in questo caso, in una società utopica e perfetta, il ruolo dei mediatori culturali diverrebbe inutile. Se per “mediazione” Caliandro intende il lavoro svolto da educatori, giornalisti, editori, operatori culturali e intellettuali di ogni genere, a cui spetta il prezioso compito di rendere accessibile la conoscenza alle masse, allora non posso essere d’accordo con lui. Semmai si può discutere della qualità di questa “mediazione”, che in epoca postmoderna ha “volgarizzato” più che divulgato. Ma di fronte a un filtro occluso, penso che la soluzione auspicabile sia sostituire il filtro, non rimuoverlo.

  • christian caliandro

    Caro Vincenzo, come è scritto alla fine dell’articolo: “Mediazione di ogni esperienza e di ogni fruizione e di ogni interpretazione.” Letteralmente. (Non esiste un ‘piano strettamente culturale’ su cui restare: almeno, non in questo momento; e, a mio parere, mai). Per usare le tue parole: le persone (non il pubblico) “dovrebbero ricercare un rapporto più diretto e ravvicinato” con la propria esistenza e con la realtà che le circonda; con gli eventi che accadono attorno ad esse (e dentro esse), e con le loro cause.

    • Grazie Christian. Se puoi e vuoi, ti chiedo di rispondere all’altra domanda implicita nel mio commento precedente.
      Credi che ciò stia avvenendo o possa avvenire spontaneamente?

      • christian caliandro

        Proprio “spontaneamente” non direi – dal momento che la maggior parte della gente (in Italia, ma anche altrove) rimarrebbe volentieri legata alla finzione generale anche quando questa è quasi del tutto sgretolata e disintegrata. Ma sta avvenendo, è un processo già avviato e in corso (soprattutto in alcune zone e situazioni del Paese).

  • Cristiana Curti

    Non credo, caro VIncenzo, che Caliandro abbia inteso “mediazione” nel senso del compito precipuo dei divulgatori che in ogni epoca è complesso e ambivalente. Non si parla quindi di mediazione culturale. Credo egli si voglia riferire a quell’atteggiamento ambiguo che, partendo dal presupposto che non si richiede più davvero all’uomo occidentale un’esperienza diretta di ciò che dovrebbe vivere affinché vivere diventi un’esperienza ricca e proficua, si è giunti ad accettare un’esistenza, oltre che artefatta, del tutto improficua. E improficuo è ciò che non semina più per il futuro, più che per il presente.
    La crisi, lungi dall’essere un filtro che, pur nella contingenza avversa (che si vuole credere temporanea), ha operato una selezione salutare, è invece per me un tempo di delitti. Basti pensare che ogni report economico mondiale sottolinea che dopo questo lustro terribile la ricchezza si è vieppiù concentrata nelle mani di pochi che sono divenuti ancora più smodatamente ricchi, rispetto alla massa che si è col tempo talmente impoverita da vedere ormai ridotta a nulla un’intera classe (la borghesia) che costruì di fatto la facies dell’Occidente dopo l’Illuminismo.
    Nel campo dell’arte e del sistema dell’arte è possibile rilevare un aspetto in consonanza con questa tendenza solo verificando le decine di gallerie cadute sotto il peso di gravami economici non più sostenibili senza iniezioni di denaro spesso non di provenienza culturale (…). Chi non aveva le spalle parate da anni di contiguità con la finanza è perito.
    Molti, tempo fa, salutavano questo periodo come una mannaia che avrebbe decimato i posticci, i millantatori, i non professionisti; ma la professione non è solo questione di capacità e acume imprenditoriali. Alcune buone idee nate recentemente con rinnovate forze ideali e la volontà di finalmente sparigliare il campo sin troppo vecchio del sistema culturale italico fatto di curatele stantie, collezionisti senza fantasia né coraggio, mercato e programmi museali fondati sul provincialismo ottuso e concluso, sono perite per mancanza di ossigeno in un Paese dove l’ingenio e la volontà di aprire finestre sul mondo sono guardati come il diavolo in un campo di vergini.
    Il timore di incappare in un’operazione che avrebbe avuto quasi senza dubbio cattivo esito ha fomentato il sentimento vigliacco, ma utile, della “distanza”, della mancanza di azione, dell’inanità del mettersi in gioco.
    Anche gli artisti (i facitori del nuovo) non trovano più interlocutori, né pubblico se non quello un poco assuefatto e girovagante del “devo esserci”, compulsato in un eterno deambulare senza osservazione, senza giudizio, senza necessità di possedere davvero l’esperienza (visiva, intellettuale) feconda dell’arte e della conoscenza.
    Grazie al cielo non tutti sono così, quindi trovo un poco eccedente il quadro prospettato da Caliandro, ma certo molto della nostra “qualità” culturale (quella del politikos aner in senso più ficcante del termine) si è svaporata nel passaggio di secolo. Il rischio non è solo di perdere, noi, ciò che ci caratterizza davanti alla Storia, ma anche di accettare senza più capacità sincretica le nuove forze culturali che senza dubbio dovremmo imparare ad accogliere prima di esserne travolti. Senza una nuova volontà di essere secondo la nostra sostanza culturale non avremo scampo. In questo senso la distanza (la mediazione) di cui parla Caliandro diventa – per chi pensa che la civiltà occidentale meriti di essere salvata – davvero la più perniciosa delle costumanze “decadenti” che abbiamo appreso in questo tempo di corruttele diverse e diffuse.

    • Sono d’accordo in tutto, cara Cristiana, tranne sul fatto che i concetti di “distanza” e di “mediazione” possano in qualche modo sovrapporsi. A mio parere, invece, proprio la mediazione può in molti casi ridurre la distanza.

      • Cristiana Curti

        Verissimo, caro Vincenzo. Qui credo si parli però della mediazione che si interpone non che fa da ponte; del resto i ponti congiungono ma anche separano allo stesso modo. Si tratta solo di intendersi su questo punto. Per il resto, io sono certamente la più fervida entusiasta di chiunque possa fare da traghettatore verso una maggiore consapevolezza intellettuale. Anzi, mi viene da dire che proprio di questo abbiamo più bisogno. Le citazioni di Caliandro (le sue come di molti altri che scrivono qui e altrove) sono tratte da scritti di autori sempre più lontani nel tempo. I contemporanei perlopiù tacciono, travolti dal proprio pensiero debole che impietrisce le coscienze. O almeno questo è l’effetto delle correnti filosofiche degli ultimi 30-40 anni.
        Niente di male a citare i grandi (figuriamoci, per me che penso che Platone ha praticamente tutte le risposte…) ma certo non è un buon segnale quello di non saper reperire altri maestri odierni che non siano gli Steve Jobs che il mercato ci fa passare anche come maestri di vita.

  • Se ho ben interpretato, credo che Caliandro qui parli di un trend “realista”, inteso come progressivo riavvicinamento dell’individuo al contesto del proprio esistere. Fatto sta che la realtà contemporanea, che ci piaccia o no, è caratterizzata fortemente da forme di esperienza mediata (dalla televisione ai social network) che contribuiscono in maniera determinante a formare il patrimonio culturale dell’uomo comune. Quindi, se New Realism deve essere (e personalmente credo che sia un approccio ricchissimo di potenziali sviluppi), con questa realtà bisogna fare i conti, senza negarla. Altrimenti sarebbe come se i naturalisti francesi avessero rimosso le miserie del proletariato urbano, i veristi avessero ignorato la questione meridionale o i neorealisti avessero dimenticato i patimenti del dopoguerra.

    • Cristiana Curti

      Concordo ancora. E, aggiungerei, a patto che il ritorno alle radici della realtà non sfoci in un nuovo rousseaunianesimo che finisca per disconoscere il progresso anche tecnologico. Ma temo che siamo tutti portati più a radicalizzare le esperienze (soprattutto se il motivo è uscire dal tunnel di cui parla Caliandro) che a trovare, anche qui, un giusto mezzo. La cultura, del resto, è la prima mediatrice. Ed è l’unica che ci allontana dalla barbarie e dalle derive dei tempi bui. Il buon selvaggio è alla base di così tanti inciampi…
      Comunque Caliandro dà una soluzione di cui tratta curiosamente nel titolo e che non approfondisce nello svolgimento se non attraverso vie diverse. La discussione è ciò a cui siamo più disabituati mentre era ciò che sino a cinquant’anni fa, almeno per l’Occidente, ci caratterizzava (sin dalla classicità, direi). Il monologo è vincente. I monologhi appaiono soddisfatti di esistere di per sé, anzi felici di non doversi (finalmente) più misurare. Questa povertà è constatabile ovunque e quotidianamente. Anche in queste righe, anche poco fa.
      In questo senso amerei che Caliandro non ritirasse subito la mano dopo aver gettato il sasso e lo inviterei, appunto, alla discussione. Mi pare di avere colto un intento molto preciso volto a denunciare un comportamento emblematico ma anche specifico. Mi pare di intravvedere nomi e cognomi (si fa per dire) e ambiti molto distinti. Per questo chiedo di uscire dal temporaneo “lancio” di questo interessante approfondimento e portare qualche esempio più concreto.

      • christian caliandro

        @Cristiana Curti: Basta guardarsi intorno. La scarsa attitudine alla discussione, alla conversazione ci circonda e ci attraversa (praticamente in ogni momento della giornata). Non è che noi – ovviamente – siamo esenti da questa disfunzione: ci stiamo lentamente riabituando a un processo in gran parte sconosciuto, perché poco praticato. Magari, siamo avvantaggiati in questo rispetto alle generazioni precedenti, composte per esempio da coloro che avevano vent’anni negli anni Settanta (i “giovani” di allora che Pasolini, non ascoltato, scorticava quotidianamente nei suoi articoli), e che oggi ne hanno circa sessanta, oppure dai nati negli anni Sessanta – vissuti interamente, in forme diverse, nell’assenza di questa discussione vera, autentica. Una discussione che si fonda sulla possibilità e sulla necessità di farsi trasformare dall’altro e dal suo punto di vista. Questa trasformazione riguarda la nostra identità, ed è inevitabile che avvenga in maniera anche traumatica, critica (vale giusto la pena di ricordare che “crisi” è la radice di “critica”, come di “discrimine”: la crisi è dunque una transizione consapevole). La conversazione con l’altro ti definisce mentre ti trasforma, mentre trasforma la tua percezione della realtà, e non perché tu ti rispecchi narcisisticamente nell’altro (proietti te stesso su di lui), ma perché senza l’altro – e senza la realtà sociale – semplicemente non esisti. Ora, per diventare altro da te, è necessario prima che tu sappia chi sei, dove sei, che posto occupi nel mondo, quale sistema di valori ti orienta (e queste cose non te le possono dire gli altri). Nel momento in cui tutti i territori di un Paese – politica, società, economia, cultura – sono dominati da lungo tempo da questi monologhi ossessivi e nevrotici che si annullano a vicenda, basati sostanzialmente sull’insicurezza e sulla paura di non avere un’identità – il disagio e il terrore più agghiacciante che ci sia se ci pensiamo bene, e la vera radice del conformismo – il “riabituarsi” è destinato a durare un tempo almeno altrettanto lungo (trent’anni? cinquanta?): e sarà necessariamente faticoso, doloroso. Non può essere altrimenti. Inoltre, è chiaro che l’avere davanti costantemente il sistema dell’arte italiano ci aiuta moltissimo a conoscere e a riconoscere realmente il sistema politico nazionale e il suo funzionamento interno: i due sistemi sono infatti speculari (anche qui: negli ultimi venti-trent’anni), quasi identici nei dispositivi e persino nei tic.

        • Cristiana Curti

          Leggo ora e ringrazio Christian Caliandro per la risposta così come (sempre) Vincenzo per l’ineludibile arricchimento che i suoi interventi conferiscono a queste pagine.
          Tornando al punto, il tempo della “riabitudine” di cui parla Caliandro mi pare evidente intenda di fatto il salto di un paio di generazioni. O, ancora meglio, l’inversione culturale che si potrebbe ottenere in un paio di generazioni. Questo, sconsolatamente, prevede però che qualcuno inneschi tale inversione. Sconsolatamente perché mi pare invece che le nuove generazioni (quelle delle “mediazioni” che retrocedono l’uomo comune a puro intermediario, mentre solo alcuni rimangono protagonisti delle proprie esistenze) siano perfettamente adeguate a questo stato di cose. Ma forse mi sbaglio. Sarei così felice di sbagliarmi… In ogni caso, se Caliandro è profeta, non parteciperò mai a quel dibattito ma patirò tutte le fatiche per tentare di riconquistarlo.

    • christian caliandro

      No: sarebbe come se naturalisti veristi e neorealisti avessero deciso di non studiare i rispettivi contesti di persona, registrando e prendendo appunti attraverso l’esperienza e l’osservazione diretta, ma di basarsi per il proprio lavoro solo e unicamente su ciò che ALTRI gli raccontavano.

  • Il problema è che oggi non esistono contesti a tenuta stagna entro i quali compiere “osservazione partecipante” alla Malinowski. I processi di costruzione identitaria non avvengono più in sistemi isolati e autosufficienti. Così osservazione diretta e esperienza mediata si fondono nella realtà dei nostri giorni. Per questo oggi funziona Ai Weiwei e non Guttuso.
    In ogni caso grazie a Christian per gli ottimi spunti di riflessione. La sua lucidità di pensiero, la disponibilità alla discussione e la capacità di esprimersi con chiarezza e precisione sono doti rare.

  • christian caliandro

    Grazie a voi!

    • Ri.Chi.

      …non capisco com’è che si finisce a parlare di Jeeg Robot e delle “Strade di San Francisco”
      Fuori dal tunnel – Caparezza – 2003

  • solo due brevi osservazioni pratiche, da pragmatico che sono:

    – penso che nessuno metta in dubbio l’utilità della discussione e il confronto col reale, ma quest’ultimo, per definizione, richiede che non ci si può fermare alle sole parole, altrimenti è sterile. E faccio un esempio: l’articolo sull’ultimo lavoro di Tosatti ha generato un forte dibattito, a cui lo stesso Caliandro ha partecipato attivamente, ma di fronte alla mia proposta di andare a vedere tutti insieme l’opera di Tosatti a Napoli, per provare ad arrivare ad una soluzione condivisa sul valore dell’opera devedendola “dal vero”, quasi nessuno ha replicato, Caliandro incluso; perchè?

    – per un riferimento artistico che cerca di rendere concreto un diverso approccio con la realtà vi rimando invece al mio blog, dove le parole sono solo un mezzo per un’esperienza estetica reale lasciata al lettore/spettatore dell’opera e che non può mai essere sostituita dal solo linguaggio verbale.

  • Angelov

    L’idea che in Italia questo aspetto culturale, la mediazione, sia diventato un problema, piuttosto che una opportunità, si è espresso anche recentemente dalla presa di distanza di molti, anche attraverso il movimento di Grillo, verso i partiti ed il partitismo, che vengono visti oggi da una sensibilità in divenire, come una delle cause dell’immobilismo della politica; a questo la cronica mediazione della sempre presente burocrazia, dei cui costi sembra che si incominci ad accorgersene solo oggi; e non da ultimo, il retaggio culturale del Cattolicesimo, da sempre e da molti sentito come una ragione di distanza ed interferenza tra l’uomo ed il suo Creatore.
    Il periodo che si sta attraversando, detto di crisi, alla luce di quanto già avvenuto nel passato, cioè della Storia, sembra una specie di anticamera ad una futura guerra globale; un periodo di incubazione che durerà fino a quando la maggioranza delle persone sarà così moralmente e spiritualmente demolita e demotivata, da percepire quasi naturale e normale quello che la guerra del futuro, con le nuove tecnologie, gli sta già tenendo in serbo: è solo questione di tempo; si è tutti già in qualche modo, sotto assedio da parte della prossima guerra, che tenta in tutti i modi di venire a maturazione.
    Queste considerazioni mi scaturiscono dall’osservazione di quelle persone, di generazioni passate, che già hanno subito ciò che noi temiamo, e dall’idea che non bisogna sottovalutare i segni a volte inquietanti, che tendono a farci sentire impotenti nella realizzazione di un futuro migliore, di cui tutti abbiamo un sacrosanto diritto.

  • Sembra che questo articolo sia nato dalla non discussione rispetto al progetto di Tosatti a Napoli.

    Dobbiamo rassegnarci al fatto che oggi l’esperienza delle cose vive su più livelli. L’11 settembre non lo abbiamo vissuto come esperienza diretta, ma tutti noi lo “abbiamo vissuto”, forse in modo ancora più approfondito e complesso, proprio perchè “mediato.”:

    -immagini
    -video
    -interviste
    -film documentario
    -teorie del complotto
    -documentari ufficiali e non uffiiciali
    -testimonianze di amici
    -opinioni di amici e sconosciuti
    eccetera

    La mediazione elimina l’aspetto contemplativo che è profondamente deleterio e può annebbiare la vista.

    La mediazione fa si che il nostro micro coincida con il marco. Ed è così!

    Il vero parlamento non è a roma, ma è intorno a casa nostra, siamo noi al centro del parlamento che può realmente contare. E non facciamo niente. Continuiamo a delegare alla politica, e questa a sua volta non funziona. Ma proprio perchè il parlamento non è quello di Roma.

    In questo senso Tino Sehgal ha sviluppato un ‘intuizione molto felice. Già intuita da De Dominicis. Sehgal non vuole la documentazione delle opere. Se metti un video su you tube dopo pochi giorni ti contattano per toglierlo. Questa scelta è molto interessante ma non è del tutto onesta e sincera. Perchè non funziona così: siamo sempre di più costretti all’esperienza mediata. Tutti i progetti esterni di Whitehouse, fin dal 2009, hanno vissuto su questa consapevolezza. Invito ad una recente recensione di Cramerotti su questo:

    http://www.artribune.com/2011/04/non-mi-interessa-luca-rossi-in-se-ma-luca-rossi-in-me/

    • Mediazione sì. Mediazione no. Come al solito la discussione si polarizza e tende verso due opposti inconciliabili (altra tara italiana che rende difficile il confronto, oltre all’abitudine al monologo).
      Ho sostenuto poco sopra che “osservazione diretta e esperienza mediata si fondono nella realtà dei nostri giorni” e non è possibile rimuovere questo aspetto in un’analisi onesta dei contesti sociali contemporanei. Allo stesso modo ritengo che non ci si possa affidare completamente a forme di conoscenza indiretta, né tantomeno pretendere che ogni aspetto della vita possa essere gestito “a distanza”.
      Esempio: sicuramente le nuove tecnologie hanno favorito la diffusione di informazioni e in molti casi generato nei cittadini maggiore coscienza politica e volontà di partecipazione. Tuttavia pensare, ad esempio, a forme di democrazia diretta virtuale è ingenuo e utopico (senza contare i danni che l’abbandono del sistema rappresentativo potrebbe produrre).

    • christian caliandro

      Per dovere di cronaca, occorre precisare ciò che tutti sanno (o dovrebbero sapere): i tempi di una rubrica (progettazione, scaletta, redazione, impaginazione, ecc.) non coincidono con quelli dei commenti e dei commentarii. Dunque, questo articolo è stato scritto PRIMA della pubblicazione dell’intervista a Gian Maria Tosatti – e dell’inizio della conseguente “discussione”.

  • Ok, Christian, ho fatto il riferimento perchè ne parlavi nei commenti di Tosatti.

    Quello che voglio dire è che NIN ha senso parlare di mediazione sì o mediazione no, perchè siamo già totalmente immersi nella mediazione. Quindi se non se siamo consapevoli finiamo per subirla, come nel caso della mostra di Tosatti.

    Vi invito ad una posizione più argomentata qui:

    http://whlr.blogspot.it/2013/11/articolo-di-artribune-la-discussione.html

  • “NON ha senso” intendevo

  • wh, una cosa non mi è chiara: da una parte sostieni la mediazione come qualcosa di ineludibile e dall’altra sembri proporre un parlamento fatto di noi stessi, una specie di “democrazia diretta virtuale” come l’ha definita Merola, che però funzionerebbe solo se il singolo non media tra le cose detta da altri ma giudica solo quello che sperimenta. Non mi sembrano conciliabili questi due punti a meno di non pensare che arte e politica siano contesti dove devono valere principi fondanti opposti. Ma penso non sia questo il tuo pensiero, per cui qualcosa mi sfugge.
    E un’altra cosa: è vero che del 11/9 abbiamo tanto parlato, discusso… ma io personalmente non so cosa sia veramente successo. La conoscenza è invece capire questo, quello che è veramente accaduto (una volta mi è capitato di assistere ad un incidente di cui poi ho letto la descrizione sul giornale, completamente diversa da quelo cha avevo visto). E non mi ripetere la frase di Einstein sul dominio dell’immaginazione sulla conoscenza. Perchè penso che lui la affermasse nel senso di usare l’immaginazione per comprendere il mondo. Ma il fine ultimo era la conoscenza del mondo, quello vero, che c’è, non costruire mondi immaginari (vedi il pensiero di M. Ferraris oppure prova a capire la differenza tra il prendere un pugno e parlarne) . Del resto le sue scoperte ne sono stata la dimostrazione. Altrimenti avrebbe scritto libri a la P. Dick, per es..
    E qui sta un punto importante per l’arte. Questa è sicuramente immaginazione, nessuno lo può negare, ma finchè rimane tale non diventa “mondo vero”; è questo il salto che deve fare l’arte oggi: diventare mondo e il mondo per me è quello che conosco coi sensi e con l’intelletto. Ma qui le parole devono fermarsi, paradossalmente non sanno più che dire e rimando per il seguito “esperienziale” a quanto propongo nel mio blog.

    • Cristiana Curti

      Nei due ultimi capoversi c’è un passo interessante che credo CoDa condivida con molti oggi, ma a me non è ben chiaro.
      “un punto importante per l’arte. Questa è sicuramente immaginazione, nessuno lo può negare, ma finchè rimane tale non diventa “mondo vero”; è questo il salto che deve fare l’arte oggi: diventare mondo e il mondo per me è quello che conosco coi sensi e con l’intelletto.”
      Io penso che l’arte sia – invece – proprio l’eterna e perfetta “mediatrice” per dir così, e che abbia la possibilità, quando utilizza linguaggi e forme decisamente non pertinenti al mondo sensibile, pur da esso generata e sempre ad esso legata a doppio filo, di farsi universale, di fare da ponte proprio per farci comprendere aspetti del mondo reale di difficile lettura.
      Non riesco a capire se la frase di CoDa sia un auspicio o semplicemente un metodo consolidato per intendere e giudicare l’arte e la sua storia. Tutto ciò fa pensare a contenuti “antichi” del pensiero di metà Novecento, rimanda a strutturalismi e estetiche marxiste (mi si passi il rimando un po’ azzardato ma almeno mi spiego meglio) che non paiono, e per certi versi mi sento di dire fortunatamente, mai morti. Ma rimane forse un modo limitato e limitante di approcciarsi all’arte e ai suoi fenomeni terreni.
      Non si sta forse chiedendo all’arte di essere ciò che dovrebbe essere invece la filosofia o la politica, strumenti per vivere meglio qui e ora, immanenti e “funzionali”? Non è invece l’arte una sorta di metalinguaggio, un viatico per intendere ciò che altrimenti ci sarebbe precluso (senza indugiare in patetici misticismi ma anche considerando le forme espressive degli ultimi 40-50 anni)? Non do affatto per scontata la risposta, ma sarebbe interessante capire se qualcuno intende discutere questo argomento che mi pare anche molto attinente con la deriva descritta da Caliandro in questo articolo.

      • “Non si sta forse chiedendo all’arte di essere ciò che dovrebbe essere invece la filosofia o la politica, strumenti per vivere meglio qui e ora, immanenti e “funzionali”? Non è invece l’arte una sorta di metalinguaggio, un viatico per intendere ciò che altrimenti ci sarebbe precluso?”
        Le domande retoriche di Cristiana e il suo commento veramente acuto mi sembrano un perfetto coronamento per la discussione che è nata dall’interessante articolo di Caliandro. Raccolgo il suo invito ad approfondire la tematica della correlazione tra arte e politica: mi permetto di farlo segnalando un mio vecchio post, che mi pare pertinente.
        http://vincenzomerola.blogspot.it/2013/01/cibarsi-daria.html

  • @CODA:

    bisogna capire che la nostra dimensione MICRO ESPERIENZA coincide con la nostra MACRO ESPERIENZA. Io sto facendo esperienza della mostra di Tosatti dal mio letto. Il progetto a Versailles (che trovi su whitehouse) è esattamente questo. La mediazione non è ASSENZA DI ESPERIENZA. E’ anch’essa esperienza, eccome.

    Esempio: vedo dal mio letto la mostra di Tosatti sulla Peste e tutte quelle cose belle e retoriche. E poi sono chiamato, quando scendo dal letto, e vivo la mia vita a contribuire IO STESSO alla fine della “PESTE”. Perchè la Peste di cui parla Tosatti NON è a Napoli ma è distribuita in tutte le nostre case. A Napoli c’è il FRUTTO, ma le radici sono ALTROVE. Qyell’altrove da cui arrivano le pizze da De Carlo, per esempio.

    Se tu avessi vissuto l’11 settembre come esperienza diretta, avresti avuto un esperienza limitata esattamente come uno che ha visto solo un telegiornale. Due esperienze, diverse, ma non una migliore di un ‘altra. Perchè semmai quello che ha visto il telegiornale sapeva che c’erano tre attacchi insieme, sapeva cosa stava succedendo e tu invece eri solo al buoi in mezzo alla polvere….

    • Angelov

      “Se avessi vissuto l’11 settembre come esperienza diretta…”
      Ma i terroristi che hanno organizzato quel 9/11, seguivano esattamente le direttive di Whitehouse?
      Il secondo aereo, lanciato nella seconda torre, che sopraggiunge giusto in tempo per consentire a tutte le telecamere del pianeta di inquadrare il suo arrivo, e ritrasmetterlo in diretta…
      Sfruttare un evento simile, in un dibattito culturale che verte sull’estetica etc, è come sfidarsi a vicenda, a chi sa trattenere più a lungo i propri escrementi: comporta dei seri rischi, anche per chi tiene il banco.

      • Giusto Angelov. Ho provato anche io più volte a stigmatizzare queste derive. Ma a quanto pare Stockhausen ha fatto scuola. Anche Politi sull’ultimo Flash Art si è accodato al trend. Purtroppo per qualcuno è più importante attirare l’attenzione su di sé con le provocazioni che contribuire al dibattito.

  • Giusto, perchè ormai si parla solo di eventi mediati, descritti da altri, decisi da altri.
    Non si può negare questa evidenza, ma il contributo dell’arte deve essere quello di ridurre al minimo questa mediazione. Infatti penso che se io fossi stato tra gli organizzatori/produttori dell’evento, non puoi certo dire che chi l’ha visto al telegiornale ne sappia più di me di quell’evento. Quindi esiste un’ordinalità delle esperienze vissute e la’rte deve provare a cercare quella più elevata (con questo non voglio dire che la’rte è una disciplina superiroe alle altre, ma secondo me ha le caratteristiche – visto il suo ambito sensoriale – per approfondire meglio questo aspetto).
    E’ per questo che le mie proposte sono di lavori artistici che esistono solo se effettuate dallo spettatore (molto diverso dagli approcci concettuali che formalmente e a prima vista vengono associati al mio modo di lavorare). Se questo non accade rimangono vuoti enunciati teorici, proprio come le opere concettuali.

  • Un problema è che per le opere come per questa discussione ci sono solo addetti ai lavori.

    Un’esperienza mediata non è inferiore ad un’esperienza diretta. Anzi. L’immaginazione può aumentare il dettaglio.

    Non si sta dicendo quale sia la migliore, ma si sta dicendo che entrambe agiscono e non ci si può fare nulla. Se non averne consapevolezza.

    • 1) in molti contesti ci sono solo addetti ai lavori… certo sarebbe meglio se ci fosse qualche estraneo al mondo dell’arte ma per far questo bisogna fare qualcosa di interessante per loro; è un altro punto su cui sto lavorando da qualche anno: alcuni dei miei lavori escono con firma iColombo perchè le idee mi vengono da mia moglie o figlie, estranee al mondo dell’arte, senza che loro lo sappiano; questo dovrebbe, almeo in termini progettuali, provare a rompere l’eremo dell’arte, sebbene nel piccolo della mia famiglia
      2) condivido sulla consapevolezza, ma non capisco come l’immaginazione possa aumentare il dettaglio; certo di fronte ad un evento mediato mi posso fare “tanti film” personali ma questi rimangono appunto immaginari; l’arte deve farci capire questo e penso che il tuo lavoro si muove bene in questo ambito. ma x me serve un passo ulteriore: questo immaginario, come ho detto anche sopra, non deve rimanere tale, deve trasformarsi in reale (molto semplicemente devo poterlo toccare, sentire o vedere dal vero).

  • Ri.Chi.

    “Prima o poi ci si dovrà pur risvegliare dal grande sonno massmediatico e tornare a misurarsi con la realtà.”
    http://www.ilfoglio.it/soloqui/20109

  • @Coda:

    1) qualche anno fa al Madre di Napoli avevano messo una curatrice mezza nuda a imboccare il pubblico con babbà. Benissimo, però dare al pubblico quello che vuole, o quello che si pensa (presuntuosamente) di sapere che il pubblico voglia, è molto noioso. ..penso anche per il pubblico.

    2) Ma quando tu vedi un’immagine al computer è tutto vero: ci sei tu, davanti a te il computer, sei nella tua casa, dietro c’è la famiglia Colombo ecc. Questo poi non implica che tu non possa uscire di casa e fare “esperienze più convenzionali”. Pensa per esempio a Tao in Francia.

  • 1) non intendevo produrre qualcosa per far contento il pubblico in modo tradizionale (sarebbe marketing per vendere qualcosa); intendevo lo spronare il pubblico in modo diverso da quello che accade in galleria o museo; le mie proposte possono essere fatte da chiunque in qualunque posto, anche a casa propria dove si è + tranquilli senza vincoli esterni; forse qualcuno prova (se lo faccia o meno è un problema suo; a me interessa che io l’ho provato e siccome penso sia una cosa positiva la offro agli altri: non chiedo soldi, è una donazione gratuita e libera di essere accolta o meno), forse si rende conto che l’esperienza non è limitata da quello che ci viene solitamente detto e questo è un modo per far sì che l’arte diventi un metodo conoscitivo; ti posso solo dire che con le mie figlie funziona

    2) d’accordo, però quello che per te è un “posso fare altre esperienze” per me è un dovere, altrimenti è come un fermarsi a metà. Tao diventa interessante se vado a vedere il posto reale, o no?

  • Ri.Chi.
  • Cristiana Curti

    Questa faccenda che si fa tutto da casina propria mi pare esattamente il problema inquadrato da Caliandro. Tante monadi incomunicanti (o con l’illusione di comunicare attraverso la rete) che rimuginano fra sé e sé il senso dell’arte perché l’esperienza collettiva non è più interessante o perché è più comodo tout court, così non si perde tempo a spostarsi o si è obbligati a conoscere persone.
    Senza pensare che, da che mondo è mondo, è proprio il viaggio uno dei gradini più importanti che portano alla conoscenza. E altrettanto importante è la condivisione. E’ fondamentale osservare le reazioni di coloro che insieme a te prendono parte a un evento culturale (arte visiva, teatro, musica, persino la lettura di poesie e i seminari), così come è importante la sottile differenza che passa fra noi prima dell’appuntamento e noi dopo aver veduto o esperito. Nessuna riflessione solipsistica basata solo sul concetto “nel mio tinello beato” può sostituire neppure lontanamente l’apprendimento diretto e vitale dell’esperienza sul campo.

  • @Coda: Tao vive su più livelli complementari, non è che ce ne sia uno meglio di un altro:

    – dove ti trovi ora

    -la candid camera il giorno dell’opening

    -l’opera visibile sempre nell’Abbazia.

    Questa non è innovazione ma è consapevolezza dell’opera. Ma avviene anche con la Gioconda se vogliamo.

  • @Cristiana: anche tu fai l’errore di Coda e Caliandro.

    Non sto dicendo che l’esperienza mediata da casa sia meglio o peggio di quella diretta sul progetto X. Dico che anche quella da casa è un ‘esperienza DIRETTA. Non mi sembra un concetto difficile.

    Anzi, noi viviamo in continuazione esperienza dirette in casa, basta guardare un telegiornale. Bene. Oggi più di ieri l’opera deve tenere in conto questa cosa, se no finisce che la subisce…come è successo al progetto di Tosatti a Napoli.

    Il problema è che lavoro su questo da 5 anni e mezzo. E non c’è la pretesa di essere innovatori, ma di avere consapevolezza di una cosa banale.

    Vi invito al work in progress con Roberto Ago su Whitehouse.

    • Cristiana Curti

      Guarda, lr, capisco ciò che vuoi dire, e non nego che la questione esista e meriti di essere approfondita. Il problema, almeno per chi come te che scrive da anni sull’argomento, è che tu – nei fatti – hai sostituito del tutto o quasi la conoscenza mediata con quella diretta e tenti di far credere che una valga quanto la seconda (se non di più in realtà, sarebbe meglio che ti rileggessi ogni tanto). Il che non è. Il telegiornale non è esperienza diretta, è informazione. La visione di un’opera su internet non è osservazione reale ed esperienza dell’opera è informazione (dell’esistenza di quell’opera).
      E’ innegabile che l’informazione diffusa (l’aspetto migliore di internet) sia buona cosa, ma la percezione non cambia sino a che non si possa esperire direttamente e insisto condividere. Non intendo essere sarcastica sul work in progress che stai promuovendo sul tuo blog, ma è di fatto un’informazione a senso unico e non ha nulla di condivisibile. Non permette alcuna esperienza se non quella della lettura (che non è certo poco, questo è vero) e comunque non prevede interazione.
      Definirla dialogo, poi, proprio non ha senso, è piuttosto un altro monologo (fra l’altro poco modestamente apologetico) fintamente proposto in forma dialogica. I due “concorrenti” giocano la medesima partita e non raggiungono nel corso della lettura nessun livello superiore a quanto è già contenuto nel primo enunciato.

  • Gianni Caravaggio

    Complimenti per il tuo articolo!

    • christian caliandro

      grazie mille :)

  • Angelov

    Forse questa annosa questione dell’essere presenti di persona agli eventi culturali, potrebbe essere risolta in molti modi, ad esempio:
    1) TELETRASPORTO
    2) FINANZIAMENTO TRAMITE COLLETTA per l’acquisto di biglietti (ferroviari è meglio perché costano meno)
    3) AUTOSTOP ORGANIZZATO tramite il web (Vai a Firenze? vengo anch’io…)
    Ci stiamo concentrando vivamente nella ricerca di altre soluzioni.
    Eventuali nuove proposte, anche tacite, saranno gradite.

  • @ Cristiana: non sono mica paralizzato, esco e vedo le opere come te. Hai scritto una parola chiave: informazione.

    La foto dell’opera di Caravaggio è informazione.

    Vedere dal vivo l’opera di Caravaggio è arte.

    A mio parere non è così. In questo il centro dell’opera non sta nell’opera ma in un certo modo-atteggiamento dell’artista. Quindi se io vedo la Gioconda in foto ho fatto esperienza di quell’opera, solamente un ‘esperienza diversa.

    Non a caso molti artisti impediscono la riproduzione delle proprie opere. Mentre per altri funziona molto di più la riproduzione, che crea un eco che diventa parte integrante dell’opera. Penso a Cattelan. Sono fermamente convinto che nel mondo ci sono più persone che hanno visto il papa colpito dal meteorite in foto rispetto a quelli che l’hanno visto dal vivo. Ritorno a scopare.

    • Cristiana Curti

      Coitus interruptus: quintessenza di lr non solo in arte.

  • Pneumatici Michelin

    L’esperienza diretta in che senso?
    Vedere l’opera in fotografia ė informazione dal vero invece ė arte: la Gioconda in foto
    Ē arte lo stesso (e forse rimane arte anche se la guardo con il periscopio ) e spesso si vá a guardare cose dal vero (direttamente?)che vorrebbero essere arte ma non lo sono o comunque fra un pó non lo saranno piú . Tra l’altro cos’ė tutta questa fretta di arrivare subito e direttamente? È. Se ci fossero prima una svolta a destra e un paio di semafori? Dulcis in fundo o no? È magari, poi , un ripensamento: forse mi ero sbagliato, forse mi piacerebbe ancora una volta ecc
    Inoltre quando vedo qualcosa dal vero, diciamo, non la vedo direttamente come te
    perchė non sto scopando ma devo scopare tra mezz’ora e dopo di che non vorrei essere interrotto:)

  • Signori, un po’ di simpatia dai….

    Le opere d’arte vivono oggi più di ieri su più livelli, e questa non è una novità. Spesso il livello mediato è estremamente più efficace e “vivo” dell’esperienza diretta. Tutto qua.

    Spesso l’esperienza diretta è estremamente superficiale, mentre invece un blog può fornire il tempo di decompressione necessario. Rimando al progetto Tao per portare un esperienza concreta. Che vive almeno su tre livelli, non ultima la vostra amata “esperienza diretta”.

  • Ri.Chi.
  • luca

    ma rossi basta con l’11 settembre e sempre a parlare di cattelan, perchè non citi qualche artista che sia veramente da esempio per i giovani?
    parli sempre di uno che ha vissuto citando gli altri e che tu stimi solo per i prezzi che ha, ma pensi che non ci sia speculazione?

  • L’11 settembre è una data simbolica, dove il 900 e gli anni 90 hanno trovato casualmente un picco e un punto di saturazione.

    Cito cattelan, come tosatti o sehgal per portare esempi concreti. Se porto progetti del blog dite che sono autoreferenziale, se cito gli altri non va bene…questi commenti si dimostrano sempre più frizzanti!

    • luca

      no caro, tu sei ottimista ma la saturazione nonè ancora stata raggiunta,l’11 settembre così come la crisi iniziata nel 2008 sono state due occasioni di profonda riflessione perse.
      Non ho nulla di personale su Cattelan ma lui e altri rappresentano quella bolla speculativa che nell’arte non è ancora purtroppo esplosa.
      Cita pure chi vuoi ma gente che ha dimostrato valore nell’arte, non nel sistema dell’arte, gente che da anni è permanentemente esposta nei musei a prescindere dalle aste.
      Non c’è stato nessun picco e l’arte è divenuta sempre più inconsistente.
      Sul frizzante sono concorde!

  • Pneumatici michelin

    Cattelan é un artista migliore degli artisti peggio
    di lui.

    • luca

      per bacco pneumatico sei un genio , perchè non ti proponi per la direzione di un museo, tanto per quello che è il livello della critica potresti anche farcela

  • Alessandro Bulgini

    le immagini delle opere riprodotte non hanno a che fare con l’opera originaria, a meno che l’artista, che ha concepito l’opera originaria, non abbia contemplato di fare un’altra opera-zione avvalendosi dell’immagine riprodotta della sua opera originaria. Diversamente l’artista sa perfettamente che la riproduzione fotografica dell’opera originaria è solo una presa per il culo che funziona esclusivamente per far aumentare il proprio credito nei confronti del pubblico che ha poche pretese di verifica (della serie, visto che c’è sto mezzo usiamolo). Diversamente ed ancora, l’artista contemporaneo (che non è fesso) concepirà le opere in modo che risultino fotogeniche. i più avvantaggiati sono coloro che usano la fotografia come mezzo espressivo dato che questi adoperano la stessa traccia (file) sia per il compimento dell’opera che per la risoluzione del problema legato alla comunicazione (vedi cataloghi e media in genere)…per finire Gino De Dominicis: “È sbagliato mettere sotto la riproduzione fotografica di un’opera d’arte il nome dell’artista. È il nome del fotografo che ha realizzato la foto che dovrebbe esserci. “

    • luca

      mahh!!