Il-primo-articolo-fatto-solo-di-commenti

Gian Maria Tosatti porta a Napoli la prima tappa del suo nuovo ciclo di opere, intitolato “Le sette stagioni dello spirito”. Apriti cielo: sotto l’articolo che ne parla, a firma di Antonello Tolve, piovono i commenti. E proprio a questi è dedicato l’articolo di oggi della rubrica Inpratica.

Gian Maria Tosatti, La Peste (Sette stagioni dello spirito I, 2013)

Sono capitata per caso in questa conversazione surreale.
L’articolo me lo ero perso, peccato, ma l’ho recuperato
vedendo che era il più commentato. Ma davvero avete
parlato così tanto di un’opera che non avete visto?
Antonia D. P., 5  novembre 2013, 00.58

Il progetto nella chiesa è debole per le ragioni sopra descritte.
Se qualcuno pensa il contrario si faccia avanti.
Luca Rossi-Whitehouse

Quindi il risultato di questo tuo ragionamento è che non occorre vedere un’opera per criticare un’opera, ma bastano le sue riproduzioni (soprattutto poi per un lavoro ambientale, installativo e ‘atmosferico’ di questo tipo): complimenti, mi sembrano davvero ottime basi per rifondare radicalmente la critica d’arte, come dici sempre di voler fare. (“Se vengono messi foto e video di una mostra” non “significa che la mostra si può vedere da casa”, ma significa che hai a disposizione degli strumenti, dei supporti – oltre il testo – per farti un’idea vaga, approssimativa della mostra o dell’opera; poi vai e te la vedi di persona, almeno se vuoi essere in grado di formarti un giudizio ragionevole su quell’oggetto – basato sull’esperienza diretta, materiale, umana. Sarebbe come dire che puoi scrivere la recensione di un film solo guardando il trailer e gli still, o esprimere un parere critico su un libro semplicemente basandoti sulla quarta di copertina: il fatto che queste oggi rappresentino – come sospetto – proprio alcune delle pratiche più diffuse non fa altro che dimostrare, ancora una volta, il contagio capillare e profondissimo della “peste”, e non può esserne in nessun caso la “cura”.)

Gian Maria Tosatti, La Peste (Sette stagioni dello spirito I, 2013)
Gian Maria Tosatti, La Peste (Sette stagioni dello spirito I, 2013)

Di persona ti renderesti conto, molto probabilmente, del rapporto che ha quest’opera ha instaurato e sta instaurando con il suo contesto, di quante e quali persone si mettono in fila ogni giorno per fruirla, di che cosa veramente significa e del tipo di impatto che ha su di te indipendentemente dai video e anche da quello (eventualmente) che è riportato nell’intervista, ecc. Il “problema dell’Italia” è esattamente questo: la mediazione. Di ogni esperienza e di ogni fruizione e di ogni interpretazione.
Un dialogo, una conversazione per essere tale presuppone la disponibilità da parte di ognuno dei partecipanti di farsi modificare, trasformare in maniera impercettibile da questo processo. Ora, mi sembra invece che qui il tentativo sia sempre e comunque quello di demolire a priori – ripeto: senza un’esperienza diretta, materiale, umana – un’opera (qualsiasi opera?). E questo è il contrario della critica: anzi, il contrario di ogni interpretazione. Non è un’interpretazione. È qualcos’altro, che mi sembra a suo modo molto interessante: voler a tutti i costi giudicare le opere e le operazioni degli altri usando la propria opera e la propria operazione come unico criterio, come unico metro di validazione e legittimazione.
È qualcosa tra l’altro che periodicamente affiora nel nostro carattere nazionale; qualcosa che presuppone l’esclusione dell’altro (IO! IO! IO!), della percezione e del pensiero che la storia possa andare – come è andata, più volte… – in una direzione diversa da quella che pensiamo noi. È una sorta di rispecchiamento ossessivo, in cui nel mondo esterno vediamo solo e soltanto noi stessi. La validità di un’opera d’arte, di un libro, di un film va forse cercata in un sistema di valori che sia al tempo stesso fuori e dentro di noi, che vada cioè molto oltre il “mi piace” facebookiano.

Pablo Picasso, Les demoiselles d'Avignon (1907)
Pablo Picasso, Les demoiselles d’Avignon (1907)

Detto in altre parole: non solo non è detto che su ciò che uno fa vada misurato tutto il resto, praticamente ogni cosa (questo punto di vista non porta e non porterà secondo me a grandi risultati di interpretazione); ma il senso della “scoperta”, e perfino il gusto di farsi “sorprendere” (da qualcosa, per esempio, che in base al nostro gusto e alle nostre convinzioni non dovrebbe attirarci, ma che ci attrae) si perde totalmente, se poi il risultato finale è: “anche Tosatti è un giovane Indiana Jones” (a ‘sto punto, uno potrebbe benissimo dire che Picasso nel 1907 era un “giovane Indiana Jones”: ma quando le etichette diventano onnicomprensive, solitamente sono abbastanza inutili). Guardare oltre il proprio naso – guardare – può essere un buon punto di partenza per ogni tentativo di ricostruzione o di “guarigione”.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • lorenzo
    • Grazie, direi che questo video esprime bene la condizione dei giovani (non solo artisti) oggi in Italia.

  • flavio

    Ma daiiii ! abbiamo capito che Tosatti è il cocco di redazione , ma credo stiate andando nel ridicolo con un pezzo su un pezzo su un commento inspirato ed un articolo inspirato ad un commento in perfetto stile Inception …

    • Torna ciclicamente e insistentemente la metafora del dito e della Luna

      • Io credo che voi diate più importanza a certe Lune rispetto ad altre, senza spiegare bene le differenze. Mentre credo che il centro del problema sia proprio argomentare le differenze. Per il resto devo dire che Artribune è l’unico luogo dove si riesce a impostare minimamente un confronto, per quanto limitato dal gioco dei commenti e dai limiti degli attori coinvolti. Il Sig. Rossi compreso. :)

  • L’analisi della mostra di Tosatti è significativa perchè si vuole portare una cura per la Peste che è, essa stessa, sintomo ed effetto delle peste.

    Nel testo che supporta la mostra si scomoda Platone ed altre decine di citazioni colte. La mostra vorrebbe essere un modo per portare un’aria di sanità sulla Peste che invade l’Italia. E quindi si ageisce a Napoli difesi dentro la chiesa sgarupata ma dentro ad un quartiere difficile.

    PRIMO PROBLEMA. La peste dell’italia non è a Napoli, non è dove si vede. Le radici della Peste sono diffuse, fluide, altrove. Forse dentro le case degli italiani. Non a caso ccredo che il blog, entrando nelle vostre, case possa essere un ottimo strumento.

    La mostra di Tosatti presenta un’evidente e chiara archeologia del ready made, dove il giovane artista come un giovane indiana jones, recupera vecchi oggetti e li riposiziona nella chiesa. Dimostrando ancora una volta il feticismo del passato e della nostalgia, che attanaglia una generazione di giovani in “un paese per vecchi”. Quella che chiamo “sindrome arrendevole” (dalle parole di Italo Zuffi).

    Sembra che la retorica del passato (citazioni e archeologia) sia il modo per essere accettati in un paese per vecchi. “Vecchi” che spesso pagano e mantengono (in ostaggio) questi giovani. Vorrei sapere se l’artista giovane “alla Tosatti” riesce a vivere del suo lavoro o non deve necessariamente appoggiarsi alla Nonni Genitori Foundation (cosa ultra legittima in un paese come l’italia).

    SECONDO PROBLEMA. La mostra oltre ad essere inconsapevole (scollamento tra impianto retorico-teorico e progetto pratico) pretende di FUNZIONARE perchè nessuno ha scarabocchiato il portone ricoperto di cera da Tosatti (portone che sembra difeso da un cancello). Questa cosa è ridicola: è come dare un’aspirina ad un malato di tumore, vedere che sta un po’ meglio e dire che è guarito. Questo modo di vedere le cose esprime ancora il livello delle generazioni più giovani (critici compresi). Questa è la vera Peste, la Peste ha preso il dottore e non tanto il malato che comunque procede. E così è ancora più grave.

    La mostra poteva accadere per le strade di Napoli senza tutta questa pubblicità gratuita di Artribune, senza la Fondazione Morra e senza il Matronato del Madre…tutti espedienti per caricare di valore opere debolissime. Quando ho proposto Kremlino (che avveniva improvvisamente dentro e fuori la Biennale), Artribune mi ha preso in giro mettendo tre P davanti alla parola PROGETTO. Quando invece Kremlino conteneva concretamente le soluzioni che la mostra di Tosatti NON HA ma pretende di avere. Da questo si capiscono tante cose, su come il giornalismo d’arte NON riesca a vedere le cose, e segua molto di più l’amicizie preferenziali. Di questo mi dispiace.

    Per inciso, io la mostra l’ho vista eccome.

  • TERZO PROBLEMA. L’arte con intenti sociali.

    Ovvero la Sindrome di Pistoletto, che con questa bella scusa dell’arte sociale attira per ogni borsista a Biella 15-20 mila Euro (parliamo anche di 15-20 borsisti per volta) e ne reinveste nella residenza una minima parte. E poi il panama bianco e la barba bianca giustificano ogni cosa…

    Non si capisce perchè l’arte debba risolvere problemi sociali. Questo legame diretto con la società, non è richiesto a nessuna altra disciplina. Neanche l’economia si pone direttamente problemi sociali. Si parla di mettere o togliere tasse..ma non di effetti diretti sulla società…si parla di falegnameria sociale? Ingegneria sociale? Ormai neanche la politica parla di società…ma ci sono queste persone che si chiamano artisti che con un progettino a biella o napoli, vogliono cambiare il mondo e la società….questo oggi è folle. La vera innovazione dell’arte di oggi è la consapevolezza. Non a caso la pittura è spesso la cosa migliore.

    Tutto ha ricadute sociali…ma ci vuole consapevolezza. Se esco di casa ora e faccio un urlo, questo ha ricadute sociali: farebbe riflettere, semmai sulla condizione dell’uomo e sulla crisi generalizzata, esattamente come i pomposi progetti di Pistoletto o questo di Tosatti.

    L’arte è solo una palestra, un laboratorio dove c’è l’opportunità di fare una straordinaria forma di fitness. Questi esperimenti e questo allenamento, possono traspirare fuori e migliorare concretamente la nostra vita e quella degli altri. Ma non certo in modo DIRETTO. Come se gli artisti girassero per il mondo con microscopi, ciclette, e altri strumenti per la palestra, per salvare il mondo…sarebbero ridicoli.

    E’ ovvio che in questa palestra-laboratorio ci sono regole da conoscere, esiste una storia dell’arte ecc ecc. Come per qualsiasi altra materia. Mentre c’è la pretesa romantica e stupida che l’arte, a differenza di ogni altra disciplina, debba essere DIRETTA, CHIARA e DEMOCRATICA. Non è così perchè non è così per nulla al mondo…

    Questa pretesa romantica attira, purtroppo, molti mediocri che credono che in fondo nell’arte “tutto vada bene” e che quindi non ci debba essere mai un giudizio critico e un’argomentazione critica. Ovviamente non è così.

    • quando hai ragione hai ragione…

    • pneumatici michelin

      anch’io condivido.

  • Alessandro Bulgini

    WH un giorno con calma ti racconto come l’Arte può cambiare le cose in modo DIRETTO. Nel frattempo ti comunico che non ho nessuna sindrome di Pistoletto, ne barba ne sovvenzionamenti. Per quanto riguarda poi le responsabilità dell’Arte credo che arrivati a questo il problema sia determinato come per qualsiasi altro settore da te nominato proprio dall’irresponsabilità diffusa. economia sociale, falegnameria sociale, politica sociale, arte sociale? e perchè no?.please non mi rispondere lungamente, non riesco ad avere un confronto lunghissimo sul blog, mi annoio.

  • Per dimostrare come tutto venga elaborato secondo visioni arbitrarie, la recensione di “I’m not Roberta” scritta da Alfredo Cramerotti aveva fatto ben 261 commenti e nessuno ha pensato (o preteso) di farci sopra una contro recensione..

    http://www.artribune.com/2011/04/non-mi-interessa-luca-rossi-in-se-ma-luca-rossi-in-me/

  • Alessandro Bulgini
  • Angelov

    Già il professor Edgar Wind nel suo famoso saggio “Arte e Anarchia”, scritto tanti decenni fa’, parlava della fotogenicità di alcune opere d’arte.
    Il quadro qui esposto: Les demoiselles… ne è per me un esempio; lo vidi a New York e ne rimasi abbastanza deluso; come del resto al grande museo di Filadelfia, tutte le opere pittoriche di Duchamp, pure loro molto deludenti, viste dal vivo.
    Invece delle opere non molto fotogeniche, ma spettacolari se viste dal vivo, ricordo il Ritratto di Gertrude Stein, di Picasso, la stessa Gioconda e l’Adorazione dei Magi, sempre di Leonardo, agli Uffizi, tutto Velasquez, per citarne solo alcuni.
    Questo parametro di giudizio delle opere, cioè il giudicarle prima di averle viste o sperimentare, come postulato da WH, è una forma di PRE-GIUDIZIO che, se esteso anche all’ambito delle relazioni umane, può solo nuocere loro: ed è infatti ciò che purtroppo comunemente accade.
    Da ciò si può dedurre che WH esprime come metodo di critica, ciò che di acritico avviene nella vita sociale.
    Fu vera critica? ai posteri l’ardua sentenza…

  • Continuo ad essere frainteso. Non sto dicendo che sia meglio l’esperienza mediata delle opere, ma dico che agisce anche tale esperienza, non solo per le opere d’arte ma per tutto. Mettere un video delle opere e poi dire “dovete andare a vedere le opere dal vivo”, significa essere inconsapevoli di questo. L’11 settembre pochi lo hanno visto dal vivo, eppure tutti lo hanno commentato, per fare un esempio.

    Per inciso questa dell’esperienza mediata è solo una scusa per non voler argomentare le opere della mostra a napoli. Opere debolissime che rielaborano per l’ennesima volta l’idea di ready made, in salsa “giovane archeologo colto che vuole educare, in modo sommesso e modesto, questi napoletani volgari e sfortunati”.

    • Angelov

      E’ dato così per scontato che opere di scultura o di pittura debbano essere viste dal vivo, che nessuno si azzarderebbe a raccomandarlo per esteso in un catalogo di una mostra.
      Nella casistica in generale, quando hai già visto dal vivo opere di un artista che ti è noto, avendo a portata di mano delle nuove documentazioni fotografiche o video di suoi recenti lavori, sei facilitato a farti un’idea della loro qualità o non-qualità; nondimeno esistono dei lavori, come quelli minimalisti specialmente, che sono, potremmo dire, cuciti su misura allo spazio dove vengono installati, e le cui dimensioni, e sopratutto i rapporti di scala con l’ambiente, presuppongono quasi una interazione sensoriale con lo spettatore, per cui sarebbe decisamente consigliato di presenziarli personalmente, prima di parlarne o giudicarli.
      Cosa meno necessaria per lavori di fotografia o video, per la cui diffusione ci sono senz’altro meno problemi.

  • Pneumatici michelin

    Una volta vidi dal vero , in un museo, un El Greco , un dipinto che sicuramente avevo
    già visto in riproduzione . Non era diverso dalla foto e non potrei dire che mi deluse :
    Semplicemente quel giorno avevo visto molti altri dipinti prima di arrivare
    a quella sala ed ero stato attratto a lungo da talmente tante cose che non conoscevo che quando arrivai lá non ero piú pronto a godermelo, insomma non era giornata
    Per vedere El Greco.

    Ci sono dipinti che in effetti funzionano meglio in foto che dal vero ma se
    uno é addestrato a vederne molti si sbaglia meno spesso; bisogna anche dire peró
    che errare é umano :)

  • Gerardo Pecci

    Io non so cosa stia succedendo, ma l’unica vera ragione, quella effettiva, reale, umana e concreta dell’arte è l’esperienza diretta delle opere. Il resto sono solo parole futili, inutili frasi rituali su cose sconosciute.Quindi non possiamo assolutamente parlare di critica o di giudizio critico o anche sola e “semplice” esperienza dell’arte se non abbiamo visto direttamente l’opera o le opere di cui si vuole parlare. Il resto è solo ciarlataneria incompetente.

    • Caro Gerardo, ma se l’artista acconsente di fare un video delle sue opere (dicendo anche “muoviti liberamente nello spazio”, quindi facendo da regista) per me l’esperienza diretta delle opere è vederle sul video di You Tube. Punto.

  • Great Mazinger

    Tosartribune???

  • Tutta la Verità sul Sistema dell’Arte Italiano in relazione al mondo: http://whlr.blogspot.it/2013/11/nuovo-dialogo-con-roberto-ago-work-in.html

  • In italia, ma forse non solo, l’arte contemporanea vive tre problemi che si alimentano a vicenda e che mettono tutti in difficoltà:

    -anacronismo del format mostra “arte contemporanea”

    -assenza del pubblico

    -assenza della critica

    Vorrei fare un sondaggio a Bologna, Roma e Napoli e chiedere alla popolazione se, a fronte di un risparmio di svariati milioni di euro, sarebbero d’accordo nel chiudere rispettivamente Mambo, Maxxi e Madre. A mio parere la maggioranza direbbe di chiudere.

    Questi musei rimangono aperti perchè sono insegne che devono dimostrare ostinatamente la modernità della città-regione. Se pensiamo all’ultima mostra al Mambo, capiamo bene come il format mostra sia totalmente fuori dal tempo, e come i muri del museo servano a difendere quelle opere dal presente e dalla contemporaneità.

    Naturale è l’augurio che i musei rimangano aperti e riescano a competere in modo dialogico con il proprio tempo.

  • Ri.Chi.

    Perché tutti i thread su questo sito finiscono OT?

  • non penso che il vero problema sia discutere se vedere l’opera dal vero o meno (bisogna però dire che certe opere viste in foto non hanno proprio senso, es W. Laib, mentre altre possono tranquillamente essere viste in foto, es. Wiener). Il punto è cosa ci offre l’opera sia essa mediata o meno… su questo si dovrebbe discutere. Forse è giutna l’ora di chiedersi a che serve l’arte…

  • M.M.

    Whitehouse, è la duecentesima volta che dici “le opere” e non hai capito che quella in chiesa è “un’opera”. Ad uno che non capisce la differenza tra scultura e installazione ambientale che credibilità si può dare?
    Vedi alcuni elementi di quest’opera di Tosatti e li scambi per opere a sé stanti collocate in uno spazio. E’ come se vedendo l’opera di Giorgio Andreotta Calò a Carrara, quella nella chiesa dei minatori pensassi che l’opera è la grande scheggia di marmo e non la totalità degli elementi in una dimensione ambientale. Insomma sarebbe proprio la dimostrazione di non capirci niente.

  • Ma ti sbagli, l’opera è la chiesa nel quartiere napoletano con dentro micro opere. Anzi l’opera è formata dalle opere nell’opera-chiesa dentro napoli dentro l’italia e dentro al mondo.

    Tosatti ha voluto aprire una chiesa (un po’ alla maniera della Fondazione Trussardi a Milano) creando dispositivi (micro opere) deboli, che vivono di quel minimo di suggestione data dal luogo abbandonato e sgarupato…

    Un’archeologia del ready made che vorrebbe creare l’ambiente, quando l’ambiente c’era già. Non parliamo poi delle teorie platoniche che dovrebbero sanare Napoli e la Peste con questo progetto….senza pensare che forse è proprio il dottore malato di Peste….

    Come se la peste fosse là dove la vediamo, e non fosse da cercare invece nelle sue radici nascoste e diffuse….quindi anche semplificazioni a caso….

    lasciamo stare che è meglio

  • Questo articolo e i commenti a seguire sono il tipico esempio del dibattito culturale italiano … gente che si parla addosso!
    Noiosi e incomprensibili intellettualismi, arabeschi mentali che non ti lasciano nulla. Non ti fanno crescere, non ti fanno riflettere, non ti fanno amare di più o di meno un’opera, non ti fanno venire voglia di scoprire l’artista.
    Ma vi rendete conto che fuori dall’Italia c’è un mondo che apprezza l’arte per quello che è e soprattutto la conosce attraverso riproduzioni fotografiche e via web?
    Ma dove vivete?

    • christian caliandro

      Che dire, meno male che ci sono persone come te, Kate, che ci aprono la mente e danno modo a noi, miserabili provinciali, italioti ignoranti, di scoprire una meravigliosa realtà cosmopolita, di cui neanche sospettavamo l’esistenza. Un mondo fatto di arte fantastica, libera, incredibilmente intelligente, critica, radicale, coraggiosa (a proposito: dov’è? diccelo, ti prego, tu che sai: moriamo dalla voglia di visitare queste mostre rivoluzionarie, ovunque esse siano allestite; bastano anche le “riproduzioni” per il momento). Dovresti farti attraversare per un momento dal dubbio che qui – noi ignoranti, noi immaturi, noi ‘tipici esempi’ – parliamo dell’Italia ma diciamo “Occidente”, sempre e comunque; che i problemi qui discussi (nella solita maniera scomposta, sporca, non lineare, snervante, irritante: tutti aggettivi adatti, guarda caso, anche alla vita…) sono gli stessi presenti anche altrove – e magari in maniera più grave perché non discussi, neanche lontanamente sfiorati; che il nostro Paese non è affatto (da tempo, e non per la prima volta) la retroguardia ma l’avanguardia di alcuni processi storici fondamentali, orrendi, distopici e interessanti al tempo stesso. Siamo un laboratorio, dove stanno accadendo, in maniera dirompente, cose significative che accadranno – e hanno già cominciato ad accadere – anche altrove. Ma certo, noi che ne possiamo capire? Siamo solo “gente che si parla addosso”, innamorata di “noiosi e incomprensibili intellettualismi, arabeschi mentali che non ti lasciano nulla”. Ripeto: meno male che ci sono persone come te.

      • @Christian: condivido il tuo pathos e il tuo impeto.

        Il format mostra d’arte contemporanea, come lo conosciamo, è di per sè in crisi. Ma non bisogna neanche pensare ingenuamente che l’arte possa salvare il mondo in modo diretto. Un piccolo dottore di provincia non salva il mondo in modo diretto, nessuno lo fa. Neanche Obama, forse i banchieri massoni. Non importa.

        L’arte è una palestra e un laboratorio. E servono critici e divulgatori che possano interessare e appassionare il pubblico alle dinamiche e alle regole, di questa palestra-laboratorio. Una forma di fitness della consapevolezza. Che passa anche da opere che avvengono solo nella loro documentazione e istantaneamente. Anche dove ti trovi ora. La rivoluzione, se vogliamo, è la consapevolezza che porta questo fitness.

        Se questo è chiaro, e se si comprende che il micro coincide con il macro, hai fatto la rivoluzione.

  • Cara Kate, ogni luogo è internazionale, ogni luogo è il mondo.

    Oggi l’opera vive serenamente su più livelli, forse sono gli artisti che sono rimasti indietro e vogliono solo ESSERE MAURIZIO CATTELAN.

    C’è come la pretese che in Arte tutto vada bene…ma non è così, come non è così in ogni altro ambito. Noi, come l’artista di turno, facciamo delle scelte. E queste scelte sono argomentabili e criticabili. Il NON DETTO intorno all’opera d’arte nasce dalla paura di mettere in discussione il Crocifisso. Il clima della scena italiana è da Santa Inquisizione, anche nelle sue manifestazioni più COOOOOL. Sto corrispondendo con Paolo Zani di Zero, e non si riesce ad uscire da una lettura stereotipata di tutto. Ma continuo.

  • uffa. le solite storie.

  • gregorio silandri

    molta partecipazione popolare oltre ai 3/4 addetti ai lavori!! quasi un uso berlusconiano della comunicazione e invasione di testata a senso unico, che noia da commedia all’italiana.

  • Gerardo Pecci

    You Tube non sostituisce la visione diretta delle opere, può essere una forma d’arte cinematografica certamente, un modo per divulgare e veicolare immagini, ma che non sono quelle dell’esperienza diretta e personale delle opere. Infatti, le opere d’arte vanno sempre e soltanto viste direttamente e di persona. Uno storico dell’arte, un critico d’arte che non si reca direttamente sul posto per vedere le opere e si affida a semplici fotografie o a immagini veicolate cinematograficamente non fa un buon lavoro perché nessun mezzo sostituisce la visione diretta delle opere d’arte viste dal vero, di persona. E’ una questione di correttezza metodologica e di professionalità. Punto.